Di agricoltura bio e bio industriale oggi si fa un gran parlare. Il biologico si sta imponendo nel mercato talmente tanto che anche la grande distribuzione sta scendendo in campo, con un tipo di agricoltura definita come bio industriale. Si tratta di un tipo di coltura biologica, realizzata però su basi industriali.

Da più punti tuttavia si stanno facendo sentire le voci di piccoli produttori, attivisti e consumatori, che denunciano gli industriali e, quindi, la grossa distribuzione, che vendono prodotti biologici, ma non rispettano i valori che sono alla base del biologico stesso. Come ad esempio il rispetto della natura, la solidarietà tra i produttori, la diversità delle colture e degli allevamenti.

Agricoltura bio e bio industriale: quali sono le basi del contrasto?

Attivisti e consumatori denunciano quanto la grande distribuzione manchi di coerenza tra la promozione e la vendita di prodotti biologici e il modo in cui questi prodotti sono realizzati. Messi al bando concetti come la vendita a km 0 e la vicinanza tra produttori e punti vendita, la grande distribuzione spesso commercializza prodotti che sono realizzati senza il rispetto di criteri sociali e ambientali che sono alla base del biologico. In questo modo, rischiano di essere portati sulle nostre tavole prodotti “biologici” che nascono dall’altra parte del mondo, coltivati da lavoratori sfruttati e sottopagati.

Un altro problema, connesso al fenomeno, è la possibilità che abbiamo di trovare sui banchi dei supermercati prodotti completamente destagionalizzati, come i pomodori o le albicocche in inverno.

E ancora, l’etichetta biologica europea, fin dalla sua istituzione nel 1999, autorizza la presenza di 0,9% di OGM nei prodotti biologici, di trattamenti medici e ormonali, per esempio per le galline che devono produrre le uova, nonché la possibilità di mischiare il biologico e il non biologico nelle esportazioni.

I sostenitori delle agricolture contadine e locali temono poi che si applichino i processi dell’agricoltura convenzionale al biologico, introducendo la meccanizzazione e portando alla standardizzazione del prodotto. Questo può portare ad un abbassamento della qualità e del gusto dei prodotti, all’omologazione e alla sostituzione dei prodotti artigianali con i prodotti artigianali.

L’impatto della grande distribuzione sui prezzi

L’ingresso della grande distribuzione nel campo del biologico ha anche un impatto sulla definizione dei prezzi.

La forza economica di questi colossi dà loro la possibilità di negoziare prezzi più bassi. I produttori, dal canto loro, soggetti a questa pressione, devono aumentare la loro resa per soddisfare le esigenze della grande distribuzione e sono quindi portati ad introdurre l’industrializzazione nei loro processi produttivi.

Ma non è finita qui. Gli studi dell’Agenzia Bio, l’agenzia francese per lo sviluppo e la promozione dell’agricoltura biologica,  hanno portato avanti conclusioni relative alla Francia ma applicabili a tutto l’Occidente.

Questi hanno mostrato come i consumi del biologico siano in grande aumento, da parte di consumatori occasionali e tanti consumatori regolari. All’aumento della domanda, però, non corrisponde la capacità delle  superfici agricole esistenti di soddisfarla.  Ed è così che invece di costruire poco a poco partenariati con le piccole filiere locali esistenti, si preferisce ricorrere ai prodotti di importazione.

Ricorrere al lavoro estero significa spingere ulteriormente i prezzi al ribasso, sia per l’ingresso di nuovi attori nel mercato e quindi per l’aumento della concorrenza, sia perché le condizioni di lavoro e la paghe di questi lavoratori esteri sono diverse e inferiori a quelle europee.

Punti di forza del biologico rispetto al bio industriale

Ma quali sono i punti di forza del biologico sui quali dover puntare affinché questo si imponga sul bio industriale?

A differenza del bio industriale, il biologico si basa sul rispetto della terra, dei suoi tempi e della sua stagionalità e si fonda su importanti basi etiche.  Ai lavoratori deve essere infatti garantita una completa giustizia sociale e la filiera dal produttore al consumatore deve essere quanto più breve possibile e basata sulla vendita diretta, per garantire una migliore qualità dei prodotti. Per questo motivo ci si impegna a evitare l’utilizzo di OGM nei prodotti e a limitare il trasporto aereo dei prodotti.

Cosa fare per contrastare il predominio del bio industriale?

Secondo gli esponenti dell‘Agenzia Bio, l’ideale sarebbe determinare un prezzo equo e valido per tutti, basato sui principi di un commercio equo e solidale e sulle condizioni di produzione, che ogni anno fanno variare i prezzi in un range di valori, in base agli eventi climatici e ai rendimenti ottenuti.

Un’altra soluzione è creare dei partenariati e delle cooperative tra gli attori locali che, uniti, possano reggere meglio la competizione delle grosse filiere industriali della grande distribuzione.

Anche il consumatore può fare la propria parte in questo processo. Ad esempio pretendendo che i valori basilari del biologico siano preservati e rispettati anche nella grande distribuzione.

D’altra parte, se oggi le vendite del biologico si sono imposte anche nella grande distribuzione è proprio grazie all’aumento della domanda da parte dei consumatori, che pertanto possono avere una forte voce in capitolo. Che può iniziare a manifestarsi, tra le altre cose, boicottando i prodotti di importazione, scegliendo prodotti di stagione e locali. E manifestando un senso critico in ogni acquisto.

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