Dai giardini pensili ai sistemi idroponici allestiti in vecchi magazzini abbandonati, l’agricoltura urbana, o anche agricoltura verticale, sta conoscendo negli ultimi anni un discreto sviluppo nelle metropoli. Negli Stati Uniti ogni anno l’USDA – il Dipartimento per l’Agricoltura – destina milioni di dollari all’agricoltura rurale, ma negli ultimi tre anni anche gli agricoltori urbani stanno iniziando a ricevere prestiti pubblici. Ed effettivamente puntare sull’agricoltura urbana ha i suoi vantaggi, sia per creare dei legami più stretti all’interno della comunità di quartiere sia per garantire l’accesso al cibo sano anche ai residenti con basso reddito.

50 mila dollari a chi vuole investire nell’agricoltura urbana

Nel 2013, il Dipartimento ha lanciato un programma per favorire la produzione a Km 0 nelle città, con finanziamenti fino a 50 mila dollari agli agricoltori. Il programma è aperto a tutti, non solo a quelli che decidono di coltivare un orto sul tetto di un magazzino in città come New York, ma trattandosi di un microcredito di scala ridotta rispetto ad altri programmi nazionali di credito per l’agricoltura, il 70% di questi fondi sono stati richiesti da nuovi agricoltori delle città.
Nel 2016 sono state circa una dozzina le aziende agricole di questo tipo che hanno ricevuto finanziamenti dall’USDA – il numero più alto finora raggiunto secondo Val Dolcini, ex amministratore della Farm Services Agency del governo americano – e nel 2017 ci si aspetta che questo numero cresca ancora.

Linee guida e sostegno per coltivare in città

Per tutti gli aspiranti imprenditori agricoli da città, il Dipartimento ha messo a disposizione una piattaforma online, che raccoglie tutte le risorse e le informazioni utili per avviare una start up di una impresa dedita all’agricoltura urbana. Tra queste anche il manuale “Urban Agriculture Toolkit”.
Nella piattaforma, una sezione apposita è dedicata agli ex militari con difficoltà di reinserimento sociale e lavorativo dopo il ritiro dalla carriera. L’agricoltura urbana ha infatti ricadute positive non solo sulla qualità del cibo e dell’ambiente nelle metropoli, ma anche dal punto di vista dell’integrazione sociale.

Salute, ambiente ma anche rilancio dell’economia

Kimbal Musk, fondatore di Square Roots. Photo By Cyrus McCrimmon/The Denver Post

Uno dei motori principali però è sicuramente quello economico. Negli Stati Uniti il mercato dei prodotti a Km 0 è cresciuto da 5 miliardi di dollari del 2008 ai 15 miliardi del 2014 e si prevede che raggiungerà i 20 miliardi entro il 2020. Un esempio vincente di queste politiche sono nove giovani agricoltori che l’anno scorso hanno partecipato al programma Square Roots –  un acceleratore di imprese agricole urbane fondato dagli imprenditori Tobias Peggs e Kimbal Musk, fratello del più noto Elon Musk fondatore di PayPal e Tesla Motors.  I membri di Square Roots sono stati i primi agricoltori urbani di New York a ricevere un microcredito.
Peggs e Musk collaborano a stretto contatto con il Dipartimento dell’Agricoltura per semplificare il più possibile le procedure di accesso al microcredito da parte di nuovi agricoltori urbani, affinché possano avere le stesse possibilità degli agricoltori tradizionali.

Cosa succederà con il governo Trump?

“Nel 2050 la popolazione è destinata a crescere fino a 9 miliardi, abbiamo davvero bisogno di cercare nuove soluzioni e spingere verso l’agricoltura urbana”, sostiene Val Dolcini, che lo scorso gennaio ha terminato il suo mandato al Dipartimento per l’Agricoltura. “Sotto l’amministrazione Obama si è lavorato molto per aprire le porte agli agricoltori urbani, a partire dalla campagna del 2009 Know your farmer, know your food (conosci il tuo agricoltore, conosci il tuo cibo)”.

Val Dolcini è ottimista sul fatto che anche l’amministrazione Trump seguirà il trend avviato. Considerando però che la neo first lady, Melania Trump, si è già data da fare per smantellare l’orto della casa bianca, simbolo per certi versi dell’America eco-friendly e salutista di Obama, per sostituirlo con un campo da minigolf e un mega parcheggio per i suv, non c’è da esserne sicuri.

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