Non tutti i Paesi del mondo possono godere di fonti energetiche costanti e sicure. In molte parti del Pianeta l’elettricità viene meno o può essere sfruttata solo per poche ore al giorno. Molte persone, poi, vivono in condizioni davvero estreme, prive completamente di energia: parliamo, ad esempio, di profughi in fuga o delle vittime di guerre e cataclismi. Da tali situazioni drammatiche nascono spesso soluzioni geniali: pensiamo all’idea venuta ad un ragazzo indiano di produrre energia dalle banane con lo scopo di alimentare una lampadina per poter studiare. Anche in Italia è stata sperimentata una simile tecnologia, per quanto le finalità siano differenti. Consiste nel ricavare energia elettrica dagli scarti degli agrumi e proprio in Sicilia è stato costruito il primo stabilimento. Il segreto di queste idee sta nella semplicità d’uso e nella facilità di reperire le materie prime. Anche nella batteria a saliva di cui vi parliamo oggi tutto ciò convive in armonioso equilibrio.

Batteria a saliva: l’intuizione di un brillante scienziato

Arriva dall’Università di Binghamton nello Stato di New York l’intuizione alla base della batteria a saliva. Il prof. Seokheun Choi, dopo una serie di ricerche ed esperimenti realizzati nel laboratorio dell’università, è riuscito a sviluppare una MFC (microbial fuel cell), una pila biologica che viene messa in funzione con un liquido come la saliva. Il funzionamento è davvero semplice. Le celle della batteria sono fatte di carta e contengono batteri capaci di trasmettere energia elettrica attraverso le proprie cellule. Tali batteri, però, sono congelati e inattivi fin tanto che non vengono bagnati con la saliva. Le cellule esoelettriche rimangono dormienti ma basta una sola goccia per risvegliarle e alimentarle. Presentate a gennaio scorso presso un convegno di microelettronica di Las Vegas a seguito di un lavoro di ricerca di cinque anni, sono state subito ribattezzate papertronics.

Impieghi possibili della batteria a saliva

Seokheun Choi, inventore delle papertronics, ha avuto sempre idee molto chiare sulla finalità della sua invenzione: aiutare persone in difficoltà. Ha immaginato, infatti, un loro potenziale utilizzo per alimentare dei micro-sensori in apparecchi diagnostici, utili per eseguire test medici sul campo. Parliamo di zone di guerra o molto povere, prive in larga parte di energia elettrica. La potenza richiesta per alimentare tali apparecchiature è davvero limitata e quindi le papertronics sono in grado di soddisfarla senza problemi. Inoltre, hanno il vantaggio di essere più economiche rispetto alle batterie tradizionali e a qualsiasi altra forma di tecnologia atta a produrre energia elettrica. Grazie a consumi così ridotti, la batteria a saliva risulta anche poco inquinante. Se aggiungiamo che le celle non sono soggette a degradarsi nel tempo perché subiscono un trattamento di essiccazione a freddo, sembrerebbe proprio una scoperta rivoluzionaria.

Poca potenza: lo svantaggio delle batterie biologiche

La principale criticità della batteria a saliva è la scarsa potenza che riesce a produrre. Come avveniva per l’energia ricavata dalle banane, il quantitativo generato da una singola cella non è sufficiente ad alimentare neanche una lampadina. Occorre, quindi, realizzare una sequenza di papertronics per raggiungere tale scopo. Secondo Seokheun Choi, mettendo in serie 16 celle sullo stesso foglio di carta è possibile far accendere una lampadina al led. Egli stesso, però si rende conto che tale tecnologia necessita di un approfondimento ulteriore, necessario per riuscire ad aumentare in maniera significativa il quantitativo elettrico prodotto. Dall’Università di Binghamton arriva, comunque, una ventata di ottimismo. Se, da un lato, la batteria a saliva non potrà mai ricaricare un cellulare, la sua utilità in particolari situazioni estreme è decisamente plausibile.

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