Trasformare l’Italia in uno dei principali produttori di biometano: è questo lo scopo della Piattaforma Tecnologica Nazionale BioMetano, presentata in occasione della ventesima edizione della fiera Ecomondo. Il progetto è nato grazie al coordinamento di Cic (Consorzio Italiano Compostatori) e Cib (Consorzio Italiano Biogas), con la partecipazione di Anigas, Assogasmetano, Confagricoltura, Fise-Assoambiente, Legambiente, NGV Italy, Utilitalia.

Gli obiettivi della Piattaforma

Nel documento programmatico firmato lo scorso 9 settembre, la Piattaforma Tecnologica Nazionale prevede in primo luogo di rivedere l’intervallo temporale per l’accesso gli incentivi. Poi, fissando l’obiettivo al 2030, la Piattaforma vuole garantire l’immissione di biometano nella rete per una quantità pari al 10% di quella di metano distribuita nello stesso periodo. Inoltre il documento prevede anche un sistema di contabilizzazione che valorizzi la capacità delle imprese agricole e degli impianti di digestione anaerobica e compostaggio di limitare le emissioni di CO2 nell’atmosfera.

La Piattaforma lavorerà anche per istituire un Registro delle Garanzie di Origine del biometano, in modo da mettere in evidenza il legame di valore tra il combustibile fossile e le emissioni di carbonio evitate all’atmosfera. Verrà anche modificata la regolamentazione del mercato dei Cic (certificati di immissione in consumo).

Cos’è e come nasce il biometano

Il biogas si forma spontaneamente dalla fermentazione della materia organica: diventa biometano una volta raffinato. Può essere creato da sottoprodotti di origine agricola, dalla frazione organica dei rifiuti stoccati tramite la raccolta differenziata, dalle coltura di integrazione. Lo si può ottenere anche da biogas dai fanghi di depurazione o da una discarica, capace di produrre fino a 5,5 milioni di metri cubi di biogas all’anno per 1.000.000 di metri cubi di rifiuti stoccati.

La produzione di biometano avviene attraverso un processo di raffinazione di tipo chimico-fisico, tale da portare la percentuale di metano oltre il 95%, eliminando la CO2 e altre impurità e contaminanti. La raffinazione è necessaria per eliminare problemi nel trasporto, nello stoccaggio e nell’utilizzo della sostanza come carburante da trasporto. Consumare biometano significa evitare di liberare il carbonio imprigionato nei giacimenti di combustibili fossili, quali il petrolio, senza ulteriori emissioni climalteranti.

Obiettivo: un’economia a basso contenuto di carbonio

Secondo le direttive europee, il biometano può rivestire un ruolo fondamentale nella strategia italiana per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla Conferenza Cop 21 di Parigi, per il contrasto e il contenimento dei cambiamenti climatici. L’obiettivo è creare un’economia a basso contenuto di carbonio, fondata sulla sostenibilità e sulla circolarità dell’utilizzo delle risorse.

Secondo i firmatari del documento programmatico che ha sancito la nascita della Piattaforma, con un adeguato supporto legislativo, l’Italia sarebbe nelle condizioni di raggiungere una produzione di 8,5 miliardi metri cubi di biomentano entro il 2030. Questo traguardo non penalizzerebbe l’agricoltura ma, anzi, ne accrescerebbe la competitività e la sostenibilità.

I numeri del biometano

Attualmente l’Italia è il secondo produttore di biogas europeo dopo la Germania, nonché quarto produttore al mondo dopo Cina, Germania e Stati Uniti d’America. Secondo il documento presentato dal Consorzio Biogas, alla fine del 2014 in Europa risultavano attivi 17.240 impianti di biogas, capaci di produrre una potenza elettrica totale pari a 8.339 MW. Alla fine del 2015 risultano operativi sul territorio nazionale 1.555 impianti di biogas, il 77% dei quali alimentato da matrici agricole. La potenza elettrica installata è di 1.250 MW.

Biometano a quattro ruote

Il biometano può essere utilizzato anche per alimentare un’automobile. In Italia il primo distributore di questo combustibile prodotto da acque di fogna è a Bresso, comune di 26mila abitanti alle porte di Milano. Lo gestisce Cap Holding, società pubblica che si occupa del servizio idrico di tutto l’hinterland milanese e delle province di Monza, Pavia, Varese e Como. Cap Holding sostiene che in Italia si potrebbero produrre 170 milioni di metri cubi di biometano dai fanghi di depurazione fognari, se invece di smaltirli come scarti venissero usati come carburante. L’azienda impiega 0,58 centesimi di euro per produrre un chilo di biometano, contro gli 0,90 centesimi di euro per un chilo di metano normale.

Al momento il biometano è stato sperimentato sui motori Lancia Ypsilon e Fiorino. Le risposte al primo pieno di carburante sono state entrambe positive. Le vetture Fiat Chrysler prestate al test sono il simbolo dell’interesse del gruppo nel progetto Cap. La casa automobilistica sarebbe interessata a fornire alla società idrica i mezzi tecnici e i veicoli per valutare l’impatto del biometano sui motori e studiarne la composizione. Oltre al gruppo Fiat, è coinvolto anche il Cnr.

Anche Volkswagen sta investendo sul biometano, la soluzione “più concreta e credibile per una mobilità sostenibile”, secondo l’azienda tedesca. Lo ha sostenuto il suo portavoce durante l’evento H2R, tenutosi a Ecomondo:

“Ipotizzando di alimentare un veicolo con 100% di biometano si otterrebbero livelli di CO2 well to wheel (cioè dal pozzo alla ruota) analoghi a quelli attribuibili a un veicolo elettrico caricato con energia prodotta secondo il mix italiano 2015 (termoelettrico, nucleare e rinnovabile)”.

Ma c’è di più. I livelli possono essere ulteriormente ridotti, utilizzando una miscela di biometano (20%) e metano fossile (80%). Per questo Volkswagen sta investendo nel settore, collaborando con il CARe (Center for automotive research and evolution) a cui ha fornito 5 Golf per una serie di test.

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