La plastica abita gli oceani, li possiede, li divora. Si stima infatti, che il 50% della plastica prodotta venga utilizzata una singola volta prima di essere gettata. Le cifre sono esplicative: 5 trilioni di frammenti negli oceani, scambiati spesso come cibo dalla fauna marina, 690 specie marine minacciate dai rifiuti presenti in mare, 8 milioni di tonnellate di plastica all’anno versate nei mari, pari a un camion al minuto, con la previsione che ci sarà più plastica che pesci entro il 2050 se il ritmo non viene invertito. 

Davanti a questa consapevolezza David Stover, Kevin Ahearn e Ben Kneppers, tre esperti surfisti, hanno sentito l’urgenza di fare qualcosa. Così è nato Bureo, un progetto che trasforma tre metri quadrati di reti da pesca abbandonate negli oceani in skateboard. Inoltre, con il programma parallelo, Net Positiva, hanno coinvolto i pescatori cileni nella raccolta delle reti, innescando un processo circolare di riciclo, benefico sia per la comunità locale che per l’intero ecosistema marino.

Di plastica, cambiamenti e progetti ne abbiamo parlato con Ben Kneppers, co-fondatore di Bureo.

Com’è nata l’idea di Bureo?

Io, David e Kevin ci siamo incontrati per la prima volta dall’altra parte del mondo, in Australia. Io e David lavoravamo entrambi come consulenti, io nel settore ambientale, mentre David in quello finanziario. Kevin aveva preso una pausa da design engineer per intraprendere un viaggio a base di surf.

La nostra esperienza ci metteva di fronte ad un oceano sempre più inquinato: dalle profondità fino in superficie, dal mare aperto al bagnasciuga, i detriti di plastica abitavano le nostre spiagge e le nostre acque. La plastica era una realtà, e con essa la mancanza di progetti che potessero risolvere il problema.

Volevamo fare qualcosa, ma non avevamo chiaro cosa. Abbiamo continuato con le nostre carriere, con la promessa di non abbandonare questa idea.

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E poi ti sei trasferito in Cile. Cosa è successo a quel punto?

Quando ho iniziato a lavorare in Cile sono rimasto impressionato dalla sua splendida costa, depauperata dalla plastica, e dalle incredibili opportunità per gli imprenditori che desideravano investire nel Paese. Mi sono rimesso in contatto con David e Kevin, e abbiamo iniziato a pensare seriamente ad un progetto di business a lungo termine. Erano tre i punti fermi a cui ancorarci: investire nelle infrastrutture per dare un’alternativa reale e vincente alla comunità locale sull’utilizzo della plastica, aumentare la sensibilizzazione sul tema del rifiuto puntando su corsi di formazione e, infine, innescare il cambiamento. Quest’ultimo era, ed è al momento, l’obiettivo più difficile da raggiungere perché richiede un’evoluzione del concetto di rifiuto rispetto a com’è stato interpretato fino ad oggi. Lo scarto è visto come un prodotto scadente, inutilizzabile. E’ necessario, al contrario, dare nuova vita al rifiuto attraverso un processo di valorizzazione. Il sistema economico lineare usato per anni non è solo inefficiente ma è anche costoso per il pianeta, le comunità e le aziende. Applicare un modello di economia circolare, invece, può innescare un comportamento virtuoso di sviluppo.

Abbiamo presentato la nostra idea di business a Start-Up Chile, un programma di investimento per start-up con finalità sociali. E ha funzionato. Abbiamo ottenuto un iniziale finanziamento di 124,000 dollari per dare maggiore visibilità al nostro progetto. Era finalmente nato Bureo, onda nella lingua dei Mapuche, un popolo nativo del Cile.

Perché Bureo ha scelto di produrre skateboard?

Volevamo creare qualcosa che unisse la nostra passione per l’oceano e il pressante problema della plastica. Abbiamo da subito pensato alle tavole da surf, ma la loro realizzazione non era fattibile data la presenza delle varie tipologie di schiume e resine. Ci serviva qualcosa che conoscevamo altrettanto bene e lo skateboard si rivelò la scelta migliore.

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Data la grande quantità di reti da pesca raccolte, non ci siamo fermati ad un solo skateboard. Grazie anche al prezioso sostegno finanziario di Patagonia, abbiamo prodotto un secondo tipo di skateboard, oltre a una linea di occhiali da sole, un frisbee in collaborazione con il cantante Jack Johnson e altri propositi in divenire.

Com’è ricaduta la scelta sulle reti da pesca?

Una delle nostre priorità era creare un prodotto di alta qualità costante nel tempo.

L’oceano è pieno di plastica, letteralmente. Ogni anno produciamo quasi 300 milioni di tonnellate di plastica, di cui metà monouso, e più di 8 milioni di tonnellate vengono scaricate nei nostri oceani. Solo negli ultimi dieci anni abbiamo prodotto più plastica che durante tutto il secolo scorso.

Dopo una lunga ricerca, ci siamo imbattuti nelle reti da pesca. Secondo uno studio pubblicato dalla FAO e dall’UNEP, annualmente 640,000 tonnellate di reti vengono gettate nell’oceano, con conseguenze catastrofiche sull’ecosistema marino, sulla sopravvivenza delle specie e sulla nostra catena alimentare.

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Data l’abbondanza e l’elevato potenziale delle reti, abbiamo pensato di partire da qui. Parlando con la comunità locale di pescatori, abbiamo scoperto che non ci sono strutture adeguate per il riciclo delle reti da pesca. Anche se non giustifica l’azione, è in questa carenza commerciale che si innesca l’abbandono delle reti da pesca in mare. Grazie al nostro progetto parallelo, Net Positiva, Bureo ha instaurato un circolo virtuoso: i pescatori forniscono ai nostri manager selezionati sul territorio le reti da pesca per Bureo, ottenendo in cambio una remunerazione economica. In questo modo, abbiamo formato dei nuovi professionisti del settore, i manager, e abbiamo incentivato la raccolta dei rifiuti dal mare. Inoltre, per ogni chilo di reti raccolto, una parte del ricavato viene devoluto ad un’organizzazione cilena, Fundacion El Arbol, che si occupa di progetti ambientali sul territorio.  

Qual è il valore in più di Bureo?

Crediamo nel concetto di “valore”, la cui definizione è per ora legata solo all’aspetto economico e non include il valore ambientale e sociale. Con Bureo vogliamo dimostrare che esiste un valore, che va oltre quello economico, in un prodotto che rigeneri l’ambiente, riutilizzi le risorse a disposizione e supporti la comunità locale. Noi entriamo con una piccola parte, quasi insignificante, nella vasta questione ambientale. Ma un cambiamento sistemico richiede dei segnali positivi da tutti i componenti della collettività. Vorremmo instillare nella generazione futura la consapevolezza che, per esserci una transizione, è il sistema che deve cambiare.

Probabilmente non risolveremo il problema delle reti da pesca -nonostante ne siano state raccolte più di 150,000 chilogrammi- ma il nostro lavoro può essere d’ispirazione per lo sviluppo sostenibile sul piano economico, sociale e ambientale per altre organizzazioni. In questo movimento, ognuno può fare la propria parte.

Come partecipa Bureo nella sensibilizzazione al problema delle reti da pesca?

La formazione è un aspetto fondamentale del nostro progetto. Ogni anno andiamo a parlare nelle scuole, organizziamo eventi di raccolta di detriti plastici in spiaggia, ospitiamo tirocinanti. Collaboriamo con enti e università per sviluppare progetti di ricerca. Come ho detto prima, è chiaro che da soli non puliremo l’oceano dalle reti da pesca, ma un’azione collettiva può fare la differenza.

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