Questa non è di certo la prima volta che diciamo che difficilmente gli obiettivi stabiliti durante la Cop 21 di Parigi potranno effettivamente venire rispettati. Anzi: non solo abbiamo riportato più volte le opinioni di esperti convinti che gli attuali sforzi delle potenze occidentali non potessero garantire nessuna vera inversione di marcia sul lato ambientale; oltre a questo, già all’indomani degli Accordi di Parigi avevamo riportato il parere dei molti convinti che nemmeno il pieno e completo adempimento di quegli stessi impegni avrebbe potuto mantenere l’aumento delle temperature al di sotto il limite dei 2 gradi centigradi, per non parlare poi del tetto ottimistico degli 1,5 gradi. Ma tutte queste previsioni, speculazioni e stime perdono di valore di fronte ad alcuni dati concreti e incontrovertibili, come per esempio quelli relativi allo stato attuale del carbone in Europa: stando ai risultati di uno stress test effettuato dal thinktank Climate Analytics, l’Unione Europea oltrepasserà ampiamente i paletti posti a Parigi se non eliminerà completamente le proprie emissioni provenienti dal carbone nei prossimi 15 anni.

Il carbone in Europa genera un quinto delle emissioni inquinanti

Va sottolineata una cosa: l’industria del carbone non sta certo vivendo un periodo di crescita. Al contrario, l’utilizzo di carbone in Europa sta scendendo dell’1% circa ogni anno. Ma una tale riduzione è in ogni caso nulla rispetto a quella che sarebbe necessaria per far rientrare l’ormai conclamata crisi climatica. Seppur in diminuzione, infatti, l’oro nero continua a generare un quarto circa dell’energia elettrica a livello continentale. Allo stesso tempo, però, il carbone in Europa è responsabile di un quinto delle emissioni inquinanti che rovinano la nostra atmosfera. Questo significa che non si può aspettare che i 300 impianti a carbone attivi sul nostro continente arrivino fino alla fine del loro ‘naturale’ ciclo di vita. In questa prospettiva, tirata sempre in ballo per ammortizzare i costi di realizzazione delle centrali, l’Unione Europea arriverebbe a produrre una quantità di anidride carbonica dell’85% superiore a quella fissata a Parigi nel 2015.

Carbone in Europa

L’opinione di Artur Runge-Metzger

A stracciare i limiti dell’inquinamento da carbone in Europa non ci penseranno solamente le centrali già esistenti, ma anche le 11 pianificate e già annunciate, le quali contribuiranno a produrre una quantità di inquinamento doppia rispetto al tetto massimo stabilito dai vincoli parigini. Si può, anzi, si deve fare qualcosa di più. Come ha però spiegato al Guardian Artur Runge-Metzger, direttore del Climate Action della Commissione Europea, «noi non stiamo guardando unicamente a cosa sia tecnicamente praticabile, ma anche a cosa sia socialmente tollerabile, e a come possiamo gestire questo tipo di transizione». Lo stesso Runge-Metzger ha per esempio fatto notare che a Parigi si era dapprima pensato a fissare un taglio del 95% delle emissioni entro il 2050, il quale però, come sappiamo, è stato poi declassato ad un taglio dell’80%.

Il carbone negli Usa e in Cina

Il risultato dello studio di Climate Analytics non sembrerebbero però lasciare molta scelta: il carbone in Europa deve essere eliminato al più presto. E per farlo non bisogna di certo guardare all’estero. Sicuramente non agli Usa di Trump, che ha promesso esplicitamente un Rinascimento del carbone in territorio americano. Si potrebbe però per esempio lanciare una sbirciatina alla Cina, la quale ha cancellato la costruzione di 103 centrali a carbone, dando così spazio a degli impianti di energia rinnovabile.

Carbone in Europa

Il carbone tedesco

Ritornando a casa nostra, invece, va detto che il carbone in Europa è soprattutto un affare tedesco e polacco. Germania e Polonia sono infatti responsabili per più della metà delle emissioni da carbone, seguite a stretto giro dal Regno Unito. Davanti al pressing della Commissione Europea e degli ambientalisti in generale, questi Paesi hanno annunciato svariate volte di voler mettere mano alle proprie centrali di carbone, senza però arrivare a delle azioni concrete. Da parte sua, per esempio, il governo tedesco ha posticipato formalmente la fase di dismissione degli impianti a dopo le elezioni, così da non minare il consenso del proprio elettorato più conservatore ed evidentemente affezionato al carbone.

Gli alberi contro il carbone in Polonia

Un po’ peggio della Germania sembra però fare la Polonia, che pretenderebbe di poter contrastare le proprie emissioni da carbone con la coltivazione di un numero sufficiente di alberi. Non sarebbe male se fosse così semplice. Ma come spiega Rounge-Metzger, «tenendo conto del numero delle foreste esistenti, non sono sicuro che il calcolo dei polacchi possa avere un qualche risultato effettivo contro le emissioni».

Il Regno Unito e i sussidi al carbone

Da parte sua, invece, nel Regno Unito ci si è tornati ad impegnare per eliminare le centrali a carbone entro il 2025, anche se gli ambientalisti britannici temono che questo limite possa slittare dannosamente in avanti. Come infatti ha commentato James Thornton, Ceo di Client Earth, «la prima cosa che dovremmo vedere per fidarci delle parole del governo dovrebbe essere un cambiamento per quanto riguarda i sussidi. Quando questi verranno tagliati, gli investimenti green prenderanno piede. Ma allora perché continuiamo a vedere sussidi per le fonti energetiche fossili?». In effetti, fino a quando il carbone in Europa potrà godere di sussidi statali, le centrali termoelettriche continueranno ad esistere. I segnali, dunque, devono provenire dall’alto, e non solo a parole.

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