1991: nei cinema usciva ‘Il silenzio degli Innocenti’, in Finlandia si effettuava la prima chiamata con un cellulare GSM, mentre a Heksinki Linus Torvalds iniziava lo sviluppo di quello che, tempo dopo, sarebbe diventato Linux. Alcuni di noi erano alle elementari, altri all’asilo, altri facevano i loro primi passi nel mondo del lavoro, mentre altri ancora erano già stufi di timbrare il cartellino giorno dopo giorno. Una cosa era però assolutamente diversa: nel 1991 non erano ancora noti gli effetti disastrosi del cambiamento climatico. O almeno, il grande pubblico non ne sapeva assolutamente nulla. Qualcuno, però, aveva già capito le conseguenze nefande delle azioni umane, e ha comunque scelto di non dire nulla a nessuno, per proteggere i propri interessi commerciali. Quel qualcuno è la big oil Shell, che 26 anni fa aveva capito talmente tanto dei cambiamenti climatici in corso e delle loro cause che aveva prodotto un documentario dal titolo Climate of concern.

climate of concern

Immagine: The Correspondent

Climate of concern: una verità nascosta e ripudiata

Shell dunque, aveva già capito tutto. Ma non solo ha deciso di non rendere pubblico il documentario Climate of concern, ma peggio ancora, ha deliberatamente continuato a inquinare come se nulla fosse. E se non bastasse, la stessa Shell che per prima nel 1991 realizzò uno studio pionieristico – Climate of concern, appunto – sul cambiamento climatico, oggi si contraddice platealmente, affermando che gli scienziati ambientali sbagliano riguardo agli effetti dell’inquinamento sul nostro Pianeta.

La scoperta del De Correspondent

A scoprire Climate of concern, ovvero un documentario di 28 minuti prodotto dal colosso degli idrocarburi, è stata l’agenzia giornalistica olandese The Correspondent, che l’ha condiviso prontamente con il quotidiano inglese Guardian. A quanto pare, il filmato era stato pensato in origine per un’ampia diffusione nelle scuole e nelle università, una divulgazione dunque per la sensibilizzazione al fenomeno dell’inquinamento. Come però sappiamo, Climate of concern non vide mai realmente la luce, restando chiuso in qualche armadio polveroso per più di 25 anni.

Un documentario lucido e drammatico

Il messaggio di Climate of concern, del resto, non era nemmeno dei più moderati. Nel video veniva infatti dichiarato senza mezzi termini che il cambiamento climatico stava avanzando «ad un ritmo più veloce che in qualsiasi altra epoca dalla fine dell’era glaciale», aggiungendo poi che i mutamenti in corso erano già allora «forse troppo rapidi perché la vita riesca ad adattarsi senza gravi sconvolgimenti». Ed è raggelante capire che la Shell aveva capito già tutto questo, con intuizioni che nessun altro aveva avuto nei primissimi anni Novanta. «In un mondo soggetto alle trasformazioni del clima, chi si prenderà cura dei rifugiati causati dal cambiamento climatico?»: questo si domanda il narratore del documentario, una questione che tutti quanti – scienziati e governi – si pongono tutt’oggi ogni singolo giorno.

climate of concern

Immagine: The Correspondent

Il cambio di rotta di Shell

Guardando Climate of Concern, uno spettatore del 1991 avrebbe capito in una manciata di minuti tutte le drammatiche conseguenze del cambiamento climatico, a quel tempo un vero e proprio sconosciuto. Venivano spiegati fenomeni come il riscaldamento globale, le inondazioni, l’innalzamento del livello dei mari, e l’inquinamento delle falde acquifere, il tutto condito da una serie di video allarmanti con persone colpite da violenti fenomeni meteorologici e terribili carestie. Non solo i temi erano quelli giusti, ma anche le analisi e le stime erano tutt’altro che sbagliate: nel documentario viene per esempio mostrato un grafico sull’andamento delle temperature tra il 1850 e il 1950, che nulla ha da invidiare alle analisi odierne. Tutto giusto, tutto terribilmente corretto. Eppure Shell ha continuato indisturbata a sfruttare il combustibile fossile più inquinante di tutti, ovvero quello estratto dalle sabbie bituminose, senza fermarsi nemmeno davanti ai giacimenti idrocarburici della regione artica.

Shell sapeva qualcosa già dal 1986

In realtà la posizione del colosso olandese degli idrocarburi è perfino peggiore di quanto si potrebbe immaginare: è infatti stata trovata una traccia di un rapporto segreto risalente al 1986 – quindi 5 anni prima del video documentario Climate of concern – che dimostrerebbe come la Shell fosse già arrivata a capire non solo l’esistenza, ma anche le conseguenze dell’effetto serra. In questo rapporto riservato, i ricercatori della compagnia petrolifera affermavano che «i cambiamenti climatici possono essere i più vasti mai registrati nella storia» e che «in ultima analisi solo i governo possono fare qualcosa per affrontarli». Evidentemente, però, gli interessi in campo dell’industria energetica erano troppo forti. Allora – come del resto accade spesso anche oggi – le big oil fecero finta di non vedere, di non sapere. E la Shell è solo la compagnia di cui abbiamo le prove più esplicite: due anni fa il rapporto ‘The Climate Deception Dossier‘, a firma della Union of Concerned Scientist, dichiarava esplicitamente che da tre decenni le maggiori aziende combustibili del mondo avevano consapevolmente ingannato il pubblico sui reali rischi del cambiamento climatico. Tra queste, oltre alla Shell, figuravano anche ConocoPhillips, BO, ExxonMobil, Chevron e Peabody Energy.

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