Di cosa parliamo, ma soprattutto a cosa pensiamo, quando parliamo del futuro delle città?
Per gran parte del mondo in via di sviluppo, per esempio, l’idea di futuro delle città potrebbe essere semplice, come ambire ad avere un proprio bagno privato piuttosto che condividerne uno con centinaia di altre persone.
O per una famiglia di Detroit potrebbe significare veder uscire dal rubinetto della cucina dell’acqua potabile e non tossica. Per chi progetta le città e anche per sindaci, quando si parla del futuro delle città si parla di una moltitudine di argomenti: la sostenibilità, l’economia, l’inclusività e la resilienza per dirne alcuni.  I lettori più assidui di green.it penseranno a Zurigo e infine la maggior parte di noi probabilmente immagina (o si augura) che il futuro delle città ci riservi un risparmio di tempo negli spostamenti casa-lavoro così da poterci dedicare di più ai nostri cari o a noi stessi.

Il futuro delle città è un progetto di cinematografia “green” portato avanti dal cineasta americano, Oscar Boyson per informare sui temi della sostenibilità

Il futuro delle città è un progetto di cinematografia “green” portato avanti dal cineasta americano Oscar Boyson per informare sui temi della sostenibilità

Il futuro delle città (in lingua originale The future of a city) è anche un progetto di cinematografia “green” portato avanti da un cineasta americano, Oscar Boyson, con l’intento di realizzare un documentario per informare sui temi della sostenibilità e sul futuro a cui andremo incontro continuando a vivere in un città.

Il futuro delle città, un opera collettiva

Il regista ammette che il progetto ha iniziato a prendere forma quando centinaia di persone di tutto il mondo, dopo aver visto una sua richiesta d’aiuto hanno iniziato a mandargli del materiale su cui lavorare. 
Gente di ogni età, da oltre 75 paesi, volontariamente gli ha inviato pensieri, video e filmati che gli hanno consentito di ampliare il suo lavoro, oltre che connettersi con più persone e luoghi e risparmiare così tempo e denaro. La risposta della gente ha però anche chiarito a Boyson quello che doveva essere lo scopo del suo documentario dandogli le motivazioni per mettere nel progetto maggiori forze ed energie.

Stavo leggendo i lavori di Jan Gehl, Jane Jacobs, Edward Glaeser (esperti in design e materie urbanistiche, ndr) ed ero entusiasta delle loro idee. Poi ho visto che iniziavano a mandarmi le persone da ogni angolo del mondo e ho capito cosa contava per loro. Il mio lavoro ha iniziato così a guadagnare fuoco e prospettiva.

Il vero volto delle città

Boyson puntualizza la sua metodologia di lavoro specificando che se avesse assunto un service esterno per effettuare delle riprese per suo conto, ad esempio, a Mumbai, la troupe si sarebbe impegnata per consegnare al regista un girato con le scene che secondo loro erano nella testa di Boyson, ma questo avrebbe falsato l’idea originaria.
Invece coinvolgendo sul campo alcuni giovani registi che hanno capito subito il valore dell’idea, Boyson ha potuto osservare e filmare il vero ritratto di una città dove emerge la realtà e non una visione deviata da una errata interpretazione o da un contratto di affitto troupe.

Jeime Lerner, architetto ed ex sindaco della cittadina brasiliana Curitiba una volta disse: Se si vuole creatività occorre togliere uno zero dal proprio budget. Se si desidera la sostenibilità, sono due gli zeri che devono essere tolti. E in un certo senso è stato quello che ha fatto Boyson notando che spesso la sostenibilità va di pari passo con l’umanità e che lavorando con meno risorse si ha la possibilità (o la necessità?) di trattare le persone come esseri umani e non come dei semplici impiegati.

Il futuro delle città è un progetto di cinematografia “green” portato avanti dal cineasta americano, Oscar Boyson per informare sui temi della sostenibilità

Fare cinema organico

Questo modo di fare cinema, Boyson lo definisce cinema organico perché ogni parte del processo di lavorazione, dalla scrittura alle riprese, è in stretta correlazione con le altre. Spesso le riprese iniziano con un’idea nella testa del regista, ma capita che poi quell’idea muti e allora si realizzano aggiustamenti, si riscrive e quando possibile si ri-filma.
Fare film in questo modo è più complicato, ma quando qualcosa è più difficile e prevede uno scarso consumo di risorse dà anche la possibilità di sperimentare e insegna l’auto organizzazione, un modello che dovrebbe essere preso da esempio anche da molte città. Boyson vede una similitudine tra una città pianificate male e il modo di intendere la cinematografia indipendente americana dove molti film sono destinati a fallire spesso ancora prima di uscire in sala e in conclusione Boyson afferma che:

Jane Jacobs ha detto che le città possono offrire qualcosa per tutti, solo quando sono create da tutti e io ho lavorato questo film per tutti: per le aziende, per chi vive negli attici, per nessuno in particolare, per il mondo in via di sviluppo, per i ricchi e i poveri, per me, per i miei amici, e per gli artisti. Sono grato a tutti coloro che mi hanno permesso di fare questo film e del modo in cui lo abbiamo fatto, e spero che il parallelismo tra il cinema e la costruzione della città – in cui la posta in gioco è molto più alta – dia a tutti coloro che lo vedranno la voglia di rendere la propria città un un posto migliore dove vivere. Dovremmo essere tutti coinvolti. Il futuro più sostenibile è un futuro che dipende da tutti noi.

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