Nel 2006, uno studio della FAO ha mostrato al mondo quanto il settore agricolo contribuisca all’inquinamento del pianeta attraverso emissioni dannose di gas serra. Parliamo di una percentuale pari a circa il 20% ma ammonta al 15% il contributo dato dagli allevamenti. All’interno di questa voce, la maggior quantità di emissioni è dovuta al bestiame bovino mentre solo una piccola parte va addebitata alle altre tipologie di allevamento. Da un lato, sono gli stessi bovini a introdurre nell’aria sostanze nocive per l’atmosfera attraverso il proprio processo digestivo. Ma non è questo l’unico fattore ad entrare in gioco. Pensiamo, ad esempio, agli sprechi idrici ingenti legati all’allevamento intensivo del bestiame nelle stalle, anziché con il pascolo libero. Inoltre, il frequente utilizzo di antibiotici per rinforzare gli animali e farli crescere più in fretta non fa che aggravare la situazione. L’impatto ambientale degli allevamenti è senza dubbio elevato e si stanno mettendo in atto varie strategie per limitarlo. È il caso dei mangimi sostenibili a base di alghe, che potrebbero contenere le emissioni. Per non parlare della macellazione on-demand. E che dire dei copiosi investimenti in proteine alternative a quelle animali? Certo è che consumare un quantitativo minore di carne sarebbe positivo per il pianeta ma anche escluderla del tutto dalla nostra alimentazione potrebbe avere gravi effetti negativi. Vediamo perché.

Da vegetariana ad allevatrice: lo strano caso di Hahn Niman

Defending Beef è un libro del 2014 di Hahn Niman, attualmente inedito in Italia. L’autrice californiana è stata per anni un’avvocatessa ambientalista, al lavoro per l’associazione no-profit Waterkeeper Alliance. In particolare, Hahn Niman si è occupata per molto tempo proprio dell’impatto ambientale degli allevamenti sul sistema idrico nazionale. Questo lavoro l’ha portata a viaggiar in lungo e in largo per l’America, visitando fattorie e approfondendo tutte le attività che si svolgono negli allevamenti. Dopo tanti anni, la posizione dell’autrice di Defending Beef si è completamente capovolta. Ha infatti sposato Bill Niman, proprietario del noto Niman Ranch, una fattoria in cui si alleva il bestiame in modo sostenibile. Ma non solo, Hahn è stata per anni una vegetariana convinta mentre ora si nutre anche di carne. Ciò che preoccupa Hahn al momento è sentire di continuo che la soluzione a tutti i problemi sia semplicemente smettere di mangiare carne. Considera questo modo di pensare una semplificazione. E vede nel cambiare modo di allevare gli animali e di mangiare la carne la chiave di volta per trovare una soluzione sostenibile.

Hahn Niman, autrice di “Defending beef”

Impatto ambientale degli allevamenti: il problema del suolo

Ogni americano mangia ogni anno più di 25 chili di carne di vitello, circa mezzo chilo alla settimana. Considerato che il bestiame bovino richiede una quantità di terreno 28 volte più grande di quello necessario per allevare suini e pollame, il dato suona inquietante. È vero, si tratta di uno spazio immenso e difficile da immaginare ma è anche vero, secondo Hahn Niman, che questi terreni difficilmente potrebbero essere adibiti ad altri impieghi. Li definisce “grassland” (letteralmente “terre erbose”) ovvero enormi pascoli adatti esclusivamente alla crescita dell’erba e, in tal senso, utili soltanto per gli allevamenti. Se sparissero all’improvviso tutti gli allevatori, che ne sarebbe di questi spazi? È questa la domanda che si pone Lorraine Lewandrowski, allevatrice ed avvocatessa di New York, immaginandosi tale enorme terreno occupato da un fatiscente Disneyland oppure da branchi di animali allo stato brado. Il problema del suolo è legato a doppia mandata a quello dell’acqua, sia a livello di consumi che di inquinamento. Gli allevamenti bovini richiedono 11 volte la quantità d’acqua necessaria per quelli suini e avicoli. Ma il punto è che spesso questa risorsa è inquinata a causa di pesticidi e diserbanti usati per le coltivazioni agricole. Per limitare il problema non è necessario eliminare gli allevamenti: basterebbe, semmai, limitare l’utilizzo di prodotti chimici.

Eliminare gli allevamenti: le conseguenze umane

Negli anni ’80, in America, si sono verificati circa 900 suicidi fra gli allevatori e gli agricoltori. Le cause vanno ricercate soprattutto nella politica di quegli anni, pesantemente condizionata dalla Guerra Fredda e dall’embargo posto dagli Stati Uniti alla Russia. Questo riguardava anche i prodotti alimentari che, subirono al tempo un forte calo delle vendite con conseguente abbassamento dei prezzi. Secondo Hahn Niman, l’impatto ambientale degli allevamenti e il possibile crollo dei consumi di carne potrebbe generare conseguenze drammatiche per gli agricoltori anche oggi, riproponendo un quadro simile a quello degli anni ’80. Ad amplificare i potenziali rischi per gli allevatori di un drastico calo delle vendite di carne, è l’elevata divisione delle terre fra vari proprietari. Gli allevatori americani non riescono a far valere la propria forza con le istituzioni proprio perché sono divisi e vulnerabili. Inoltre, Lorraine Lewandrowski vede nell’esclusione degli agricoltori dalle grandi conferenze internazionali sull’ambiente un altro motivo alla base di questa situazione complessa.

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