Sono anni ormai che la Cina rivendica la sovranità di alcune isole del Mar Cinese Meridionale. Ed è in conflitto con Taiwan, Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei per il possesso degli arcipelaghi Paracels e Spratly. Territori che ormai sono assediati e comandati dalla flotta militare cinese che sembra disposta a tutto pur di mantenerne il dominio, a discapito delle popolazioni locali e soprattutto dell’ambiente, con un impoverimento dell’Oceano Pacifico che assomiglia ormai a un vero e proprio disastro naturale.

Impoverimento Oceano Pacifico, le isole artificiali cinesi

A quanto pare la Cina ha approfittato di un permesso concessole dall’Unesco nel 1987, che prevedeva la costruzione di una stazione oceanografica, per costruire intere isole artificiali versando colate di cemento su alcune delle più belle barriere coralline al mondo. Piattaforme che sono state progettate per ospitare le basi militari che controllano la zona. La questione si è riaccesa quando, circa un anno fa, sono state diffuse delle immagini satellitari che hanno mostrato la realizzazione di alcune piste di atterraggio su due atolli, Fiery Cross Reef e Subi Reef, che sono stati praticamente distrutti.

Due barriere coralline distrutte

Il Fiery Reef era una barriera corallina caratterizzata da una particolare forma ad anello. Usiamo il passato perché dal 2009 la barriera non esiste più, a causa del cemento versato per la realizzazione di una pista di atterraggio lunga 3 km e un’area portuale di più di 600mila mq che ospita carri armati e altri mezzi di superficie.


Il Suby Reef, già nelle mani cinesi dalla fine degli anni ’90, è stato letteralmente distrutto a partire dal 2010. Ora non è altro che una spianata di cemento e sabbia.

Aree ricche di petrolio e gas…

Perché si lotta per il dominio di queste aree? Perché sono ricche di risorse, dal petrolio al gas, ancora poco sfruttate. Secondo alcuni dati le risorse sarebbero superiori al totale di quelle della Cina e al triplo di quelle del Kuwait per il gas convenzionale.

…ma anche di pesce

Ma non è solo una questione energetica. I banchi di pesci di quei tratti di mare sono tra i più fruttuosi al mondo, pertanto, chi riuscisse a ottenere il controllo di quelle zone si approprierebbe anche di un’ingente fonte di guadagno proveniente dal mercato ittico. A spese ovviamente dell’ambiente.

Pesca illegale e impoverimento Oceano Pacifico

Se la maggior parte dell’attenzione viene riservata ai conflitti per il dominio del petrolio, si tende a tralasciare un altro aspetto, quello della diffusione di una pesca selvaggia e non regolamentata che sta provocando un impoverimento Oceano Pacifico al punto tale da aver già messo a repentaglio la vita di numerose specie marine.
A documentare l’evoluzione di un disastro annunciato è un reportage pubblicato sulle pagine online del National Geographic.

Uno dei peggiori disastri di sempre

La disputa in corso per il possesso delle aree del mare cinese meridionale sta intensificando la competizione tra i pescatori e il risultato è un pescato che è un decimo rispetto a quello di mezzo secolo fa. Alcune specie di grande valore, come ad esempio il tonno, stanno scomparendo.

“Quello a cui stiamo assistendo è uno dei peggiori disastri dell’industria della pesca di sempre” dichiara John McManus, ecologo del mare che studia le barriere coralline della regione. “Si tratta di centinaia di specie che scompariranno una dopo l’altra e forse in tempi brevi”.

Credit: Adam Dean, National Geographic

Dalla pesca con esplosivo a quella di frodo

Quando i pescatori filippini hanno visto ridursi il pescato, si sono rivolti sempre più a metodi di pesca pericolosi e illegali. La pesca con esplosivo, che i filippini chiamano “bong bong” implica il lancio di bombe fatte in casa in mare, l’unico modo per uccidere un quantitativo ingente di pesce. Quando invece serve il pesce vivo si utilizza la pesca al cianuro, che implica lo spruzzare del veleno sui pesci appena pescati per stordirli e venderli ai ristoranti di fascia alta di Hong Kong. Queste pratiche non solo uccidono in modo indiscriminato i pesci ma distruggono anche le barriere coralline e l’intero eco-sistema marittimo.
Ancora più pericolose per i coralli sono la costruzione delle isole cinesi e la pesca di frodo delle vongole giganti, che rappresentano le cause della distruzione della barriera corallina, documentata nel mare cinese meridionale. Nel primo caso i cristalli vengono triturati per essere utilizzati come materiale di fondazione, la barriera viene ricoperta con un manto di sedimenti che soffoca letteralmente i coralli. Nel secondo caso invece la pesca delle vongole viene effettuata scavando selvaggiamente l’intera area, devastandola.

Distruzione di un intero ecosistema

Quando si distrugge una barriera, si distrugge un intero ecosistema. Il pesce di scogliera perde il proprio habitat e il pesce pelagico, come il tonno, una fonte alimentare importante. Inoltre le barriere in quel mare sono connesse: le larve dei pesci si muovono da una barriera all’altra seguendo la corrente e se una barriera scompare si disinnesta un meccanismo naturale di ripopolazione degli habitat.
McManus sostiene che la maggior parte delle barriere coralline danneggiate potrebbero riprendersi in 10 o 20 anni, ma a patto che la pesca selvaggia e la costruzione di piattaforme di cemento venga bloccata immediatamente. Servirebbe un accordo fra gli Stati e interventi legislativi di salvaguardia dell’eco-sistema ma purtroppo sembrano non esserci segnali risolutivi in tal senso.

Condividi l'articolo
La discussione è regolata dalle seguenti Policy