Nella lavorazione di qualsiasi alimento entra in gioco l’acqua. È necessaria per dissetare gli animali, far crescere rigogliosi i terreni destinati a pascolo, irrigare le coltivazioni da cui si producono i mangimi. Ma non solo, gli allevamenti industriali ne consumano grandi quantità per pulire e disinfettare gli spazi destinati agli animali e per smaltire le scorie che essi producono. L’impronta idrica, calcolata dal Water Footprint Network, ci mostra in che modo utilizziamo le nostre risorse, se lo facciamo con attenzione oppure senza badare alle conseguenze per l’ambiente. L’impronta dei consumi della carne italiana ci serve proprio ad evitare la seconda possibilità, attraverso dati precisi e il confronto con gli altri paesi nel mondo.

Impronta idrica: acqua verde, acqua blu, acqua grigia

Il valore che ci indica quanta acqua abbiamo consumato è un indicatore complesso, risultato di 3 differenti rilevamenti. L’impronta idrica, in inglese water footprint, si costituisce di acqua verde, blu e grigia. La prima è quella piovana, che cade naturalmente sui terreni votati al pascolo o viene immessa nel ciclo alimentare senza l’influsso dell’uomo. Pensiamo all’acqua di un ruscello bevuta dal bestiame. L’acqua blu è, invece, quella utilizzata dall’uomo attraverso l’irrigazione o che viene data da bere agli animali. L’ultimo componente, l’acqua grigia, è la quantità necessaria per eliminare dal processo produttivo tutti gli elementi inquinanti che vi vengono immessi. L’impronta dei consumi della carne italiana si ottiene così: sommando queste 3 parti per poi analizzare la loro composizione in percentuale.

Il grosso dei consumi idrici è richiesto dagli allevamenti bovini

Quasi il 90% dell’impronta idrica italiana è dovuta ai consumi alimentari. Ognuno di noi utilizza virtualmente circa 4.000 litri d’acqua, se aggiungiamo a quella usata direttamente, quella necessaria a produrre gli alimenti di cui ci nutriamo. L’impronta dei consumi della carne italiana è particolarmente accentuata per quel che riguarda i bovini. Tali allevamenti, infatti, richiedono un quantitativo d’acqua pari a circa il doppio di quello necessario per produrre carne suina e avicola. C’è, però, una notevole differenza per quanto riguarda la tipologia di acqua utilizzata. Gli animali allevati a pascolo richiedono per lo più acqua verde, quella cioè immessa nell’ambiente in modo naturale e che ha un impatto sull’ambiente decisamente inferiore rispetto alle altre 2. In Italia, circa l’87% del consumo idrico per gli allevamenti è di questo tipo. All’utilizzo di acqua blu, invece, corrisponde la percentuale del 4% e a quella grigia dell’8%. Si tratta di valori medi che possono variare anche di molto a seconda della tipologia di allevamento. Se il bestiame è allo stato brado, l’acqua verde potrà arrivare anche a valori molti vicini al 100%. Al contrario, maggiore è l’intervento dell’uomo, minore sarà il livello di tale indicatore.

Impronta dei consumi della carne italiana: un risultato incoraggiante

Secondo i dati a livello globale del Water Footprint Network relativi ai consumi di carne bovina, la quantità media di acqua necessaria per produrne un chilo corrisponderebbe a 15.400 litri. Il nostro paese si colloca decisamente al di sotto di questo valore, facendo fermare la lancetta a 11.500 litri. Il confronto con l’India e i suoi 26.000 litri mette ancora di più in evidenza la bontà dell’impronta idrica nazionale, soprattutto nei confronti di un paese caratterizzato da un profondo inquinamento ambientale. La strada per raggiungere le vette della sostenibilità negli allevamenti è però molto lunga. Basti pensare ai valori dell’impronta idrica di Argentina e Stati Uniti che si assestano intorno ai 3.000 litri per chilo.

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