Mentre nei giorni nostri sono i cambiamenti climatici a mantenere alta l’attenzione sui temi ambientali, negli anni a cavallo fra l’80’ e il 90’ un altro tema “scottante” preoccupava governi e cittadini: il buco dell’ozono. Questo fenomeno altro non è che la riduzione dello strato di ozono stratosferico sopra le regioni polari; la riduzione dell’ozono indica l’assottigliamento dell’ozonosfera, la fascia più alta della stratosfera (situata fra i 15 e i 50 km dalla superficie terrestre). L’ozonosfera è quella fascia dell’atmosfera in cui si concentra la maggior parte dell’ozono (O3), un gas serra particolare in grado di trattenere parte delle radiazioni ultraviolette derivanti dal sole. In particolare l’ozono assorbe completamente la componente UV-C, e il 90% della componente UV-B, quella più pericolosa per la vita terrestre. Questi raggi ultravioletti risultano dannose per la pelle, per gli occhi e causano l’inibizione parziale della fotosintesi. Immaginate l’allarmismo nel mondo quando gli scienziati hanno scoperto la presenza del famoso “buco dell’ozono” sopra l’Antartide. Un po’ come è stato con le concentrazioni di CO2 in atmosfera, solo che in questo secondo caso gli “effetti indesiderati” sono sotto gli occhi di tutti.

Fortunatamente da tempo sappiamo che il buco dell’ozono si sta restringendo, secondo le stime entro il 2070 dovrebbe ritornare ai livelli del 1980. In questi giorni arriva la conferma scientifica da parte della NASA: lo strato di ozono è diminuito del 20% tra il 2005 e il 2016. Questo dato è stato ottenuto grazie all’analisi dei dati registrati durante i mesi invernali degli ultimi 11 anni da un particolare strumento di nome Microwave Limb Sounder (MLS) montato sul satellite Aura, in orbita dal 2004 .

atmosfera terrestre

Perché si è formato il buco dell’ozono?

Quando negli anni 80’ gli scienziati scoprirono che lo strato di ozono sopra i poli si assottigliava hanno subito cercato di capirne le cause. Gli scienziati scoprirono che la produzione e il consumo dei gas clorofluorocarburi (CFC) erano responsabili della creazione del buco dell’ozono. In particolare i CFC emessi dalle attività antropiche (erano contenuti nei circuiti frigoriferi, nelle bombolette spray, …), reagendo chimicamente con l’ozono stratosferico, provocano l’assottigliamento dello strato di ozono e l’allargamento del “buco” sopra le regioni polari. Per correre ai ripari le nazioni del mondo hanno sottoscritto nel 1987 il Protocollo di Montreal: un trattato internazionale volto a ridurre la produzione e l’uso di quelle sostanze che minacciano lo strato di ozono, in particolari i gas CFC o clorofluorocarburi. Firmato il 16 settembre 1987 è entrato in vigore il 1° gennaio 1989 ed è stato sottoposto alle revisioni del 1990 (Londra), 1992 (Copenaghen), 1995 (Vienna), 1997 (Montréal) e 1999 (Pechino). Per l’ex segretario dell’ONU Kofi Annan si trattava di: “Un esempio eccezionale di cooperazione internazionale: probabilmente l’accordo tra nazioni più di successo”. A distanza di trent’anni possiamo affermare con certezza che il danno provocato da questi composti chimici è stato quasi del tutto annullato: il buco dell’ozono si è ridotto di circa 4 milioni di chilometri quadrati. “Vediamo molto chiaramente che le percentuali di cloro derivante dai CFC stanno scendendo e che quindi si sta verificando una riduzione dell’ozono” dichiara Susan Strahan, scienziata del Goddard Space Flight Center della Nasa a Greenbelt e autrice dello studio che ha analizzato i dati. In realtà l’area del buco dell’ozono oscilla annualmente a causa della permanenza dei CFC in atmosfera e l’aumento delle radiazioni UV in alcuni periodi dell’anno “riattivano” il processo di distruzione dell’ozono.

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