La sostituzione della plastica inquinante è ormai una necessità improcrastinabile: il nostro Pianeta è infatti pieno di questo materiale, del quale si trovano tracce ovunque. Si stima che la società umana abbia prodotto più di 8 miliardi di tonnellate di plastica, e di questa enorme quantità, la maggior parte – si pensa circa 6,3 miliardi di tonnellate – è finita nel terreno o nelle acque dei mari e degli oceani. La drammatica e grandissima isola di plastica del Pacifico, in effetti, è solo la dimostrazione più schietta di questo preoccupante fenomeno, in quanto la plastica è ormai dappertutto, persino nella nostra alimentazione e quindi sì, anche nel nostro organismo. Va poi sottolineato che non è solo il suo ‘smaltimento’ ad impattare sull’ambiente, quanto invece anche la sua produzione, la quale, a dirla in inglese, è davvero ‘resource-intensive’. La sostituzione della plastica inquinante è dunque davvero improrogabile, e per fortuna ci sono delle imprese e dei singoli inventori che, negli ultimi anni, hanno portato all’attenzione dei media nuovi interessanti materiali capaci di prendere il posto della plastica.

Uno dei migliori materiali di partenza per la sostituzione della plastica inquinante

Sono tanti i materiali di partenza che negli ultimi anni sono stati presi in considerazione per la sostituzione della plastica inquinante, come ad esempio gli scarti alimentari. Un gran numero di startup si è però concentrato su un tipo particolare di bioplastiche, formate da un materiale di partenza perfettamente biodegradabile e altamente disponibile, oltre che economico: parliamo ovviamente delle alghe, le quali ormai da anni si sono imposte come materiale di partenza privilegiato per la sostituzione della plastica inquinante.

Una nuova industria

Le alghe, dunque, possono rimpiazzare del tutto i derivati del petrolio per la produzione di plastica. E non stiamo parlando di uno scenario futuribile e ancora lontanissimo, tutt’altro: la sostituzione della plastica inquinante è, seppur in percentuale ancora minima, già realtà. Lo sanno bene quelle aziende che sono nate lungo le coste orientali della Cina, le quali tutte insieme hanno già dato vigore alla nuova industria delle alghe. Non si parla più, dunque, di pionieri nel mondo delle bioplastiche, quanto invece di aziende che si stanno muovendo a partire dai ‘prototipi‘ degli anni precedenti.

Sostituzione della plastica inquinante

I primi esempi di contenitori di alghe

Già nel 2010, a New York, furono ideati per esempio i primi bicchieri commestibili e biodegradabili, lanciati poi sul mercato negli anni successivi con il nome di Loliware. Si tratta di bicchieri fatti con le alghe e – per allietare il palato – sono disponibili in diversi gusti, dalla vaniglia agli agrumi. Così, durante un picnic, il problema dei rifiuti di plastica scompare, in quanto il bicchiere stesso può essere mangiato. Della bottiglia edibile fatta di alghe Ooho, lanciata nel 2013 Skipping Rocks Lab, invece, ne avevamo già parlato in passato: in questo caso si parla di una bottiglia commestibile e biodegradabile fatta a partire da alghe marroni, per la sostituzione della plastica inquinante delle classiche bottiglie. Da lì in poi è stato un continuo fiorire di idee circa l’utilizzo delle alghe per creare delle bioplastiche nei più svariati settori, come nel caso dei tre designer giapponesi del gruppo AMAM, i quali hanno creato una speciale boccetta di profumo fatta con questo particolare e sostenibile materiale.

Una bioplastica particolarmente sostenibile

Le alghe sono economiche, sono facili da lavorare e sono disponibili lungo qualsiasi costa. A differenza di quanto avviene per altri materiali utilizzati per produrre della bioplastica, poi, non richiedono né acqua fresca per crescere, né fertilizzanti. Sarebbe sufficiente sfruttare lo 0,03% di tutte le alghe marroni del mondo per rimpiazzare tutti le bottiglie di plastica PET che circolano in un anno. E laddove una bottiglia di plastica impiega circa 700 anni per scomparire, ad un corrispettivo contenitore fatto con delle alghe servono tra le 4 e le 6 settimane.

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