L’Italia conquista il settimo posto all’interno del Food Sustainability Index, l’indice sviluppato dall’Economist Intelligence Unit in collaborazione con il Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) che analizza la sostenibilità alimentare secondo tre “pilastri”: nutrizione, agricoltura sostenibile e spreco alimentare. Uno studio globale basato su 35 indicatori principali e 50 sub-indicatori che raccoglie le esperienze di 34 Paesi rappresentanti l’87% del PIL globale e 2/3 della popolazione mondiale, mettendo in luce best practice e ambiti su cui intervenire per avanzare nella lotta allo spreco alimentare. L’Italia eccelle nella categoria agricoltura sostenibile, riportando ottimi risultati per quanto riguarda la “Water scarcity” e il “Water management”, a riprova degli sforzi nella gestione delle risorse idriche. Bene anche nel “pilastro” della lotta allo spreco alimentare, dove guadagna il 4° posto, 5 in più dell’anno precedente. Insieme a Germania e Spagna, il Bel Paese si posiziona dietro alla Francia che risulta il paese più virtuoso nella classifica globale grazie alle azioni legislative intraprese a inizio 2016 seguite poco dopo, nel settembre 2016, dall’entrata in vigore di una legge simile in Italia. La legge Gadda prevede la riduzione di cibo buttato lungo la catena della produzione e della distribuzione, semplificando la struttura normativa e favorendo il recupero e la donazione dei prodotti in eccedenza. Nota negativa sulle sfide nutrizionali, in cui si posiziona al 19° posto, soprattutto a causa di una percentuale elevata di bambini sovrappeso nella fascia tra i 5 e i 19 anni di età (ma anche negli adulti). “L’index si conferma un utile strumento per individuare quelle aree in cui è necessario lavorare per garantire un rapporto col cibo, in termini di produzione e consumo ma anche di lotta allo spreco, che sia il più sostenibile possibile” ha dichiarato Guido Barilla, Presidente BCFN.

Quali sono i numeri dello spreco alimentare nel mondo?

Sono 795 milioni le persone che non hanno abbastanza cibo nel mondo. La stragrande maggioranza vive nei Paesi in via di sviluppo, dove il 12,9% della popolazione soffre di denutrizione e un bambino su sei è sottopeso. Numeri impressionanti che riempiono report e pubblicazioni. Il paradosso è che, al giorno d’oggi, di cibo ce n’è e pure tanto. Anzi, addirittura si produce più cibo di quello consumato tanto da parlare di lotta allo spreco alimentare e alla perdita di cibo. Il sistema agroalimentare registra infatti una perdita continua lungo tutta la filiera, dalla produzione agricola fino al consumatore finale. Ogni anno vengono sprecati 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, circa un terzo di tutto ciò che viene prodotto. La maggior parte è frutta e verdura, seguite da pesce, cereali, prodotti caseari e carne. In totale si potrebbe sfamare 4 volte la popolazione denutrita stimata. Quindi, quasi un terzo della superficie agricola disponibile viene utilizzata per coltivare o “allevare” alimenti che vengono successivamente sprecati. Un lusso che non ci si può più permettere, soprattutto perché dati alla mano, secondo il report delle Nazioni Unite pubblicato nel 2017, l’attuale popolazione mondiale di 7,6 miliardi dovrebbe raggiungere 8,6 miliardi nel 2030 e 9,8 miliardi nel 2050. La produzione alimentare dovrebbe così aumentare del 60% entro il 2050 rispetto ai livelli del 2005 per sfamare una popolazione globale in crescita. Con circa 83 milioni di persone in più ogni anno, risorse che scarseggiano e un impatto ambientale diffuso lungo tutta la catena di passaggi produttivi, la lotta allo spreco alimentare è una delle crociate più difficili ed urgenti, che pone l’accento sugli squilibri e la disparità sociale tra chi il cibo lo spreca e chi non ne ha.

lotta allo spreco alimentare

Dove inizia lo spreco alimentare?

Una definizione di spreco alimentare è stata fornita dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) in collaborazione con lo Swedish Institute for Food and Biotechnology (SIK) che ha distinto tra perdita di cibo e spreco alimentare, includendo qualsiasi sostanza sana e commestibile che, invece di essere destinata al consumo umano, si perde o viene buttata. Nel primo caso, ci si riferisce a tutte le perdite a livello logistico o causate da limitazioni infrastrutturali a monte della filiera agroalimentare, durante la produzione agricola e dopo la raccolta. Le banane raccolte che cadono da un camion, ad esempio, sono considerate una perdita di cibo. Lo spreco si verifica invece durante la distribuzione, la vendita e il consumo finale ed è determinato da fattori comportamentali. Secondo la FAO, la maggior parte di queste perdite potrebbe essere risolta grazie all’implementazione di strumenti e metodologie che permettano di individuare gli stadi critici lungo la filiera alimentare per agire con strategie preventive. Nel Sud-Est asiatico, ad esempio, i produttori di frutta e verdura hanno rilevato che circa il 20% dei pomodori è stato danneggiato durante il trasporto a causa di un imballaggio inadatto. Il successivo miglioramento delle pratiche di imballaggio hanno portato a un’impressionante riduzione del 90% di queste perdite. Per continuare su questa direzione la FAO ha lanciato un’iniziativa globale denominata Save Food, che riunisce oltre 900 partner provenienti da organizzazioni internazionali, settore privato e società civile con l’obiettivo di promuovere la consapevolezza e lo scambio di idee in materia di prevenzione di sprechi e perdite alimentari.

La lotta allo spreco alimentare è anche una questione economica e ambientale

Nel mondo industrializzato si spreca molto più cibo che nei paesi in via di sviluppo. Nella sola Unione Europea si buttano 88 milioni di tonnellate di alimenti all’anno, ovvero 173 kg pro-capite, i cui costi si aggirano intorno ai 143 miliardi di euro. Secondo le stime dell’UE, la produzione e lo smaltimento di questi rifiuti alimentari porta a sua volta all’emissione di 170 milioni di tonnellate di CO2 e consuma 261 milioni di tonnellate di risorse. L’Italia fa la sua parte con 5 milioni di tonnellate sprecate, che equivalgono ad una perdita di circa 13 miliardi di euro all’anno e 13 milioni di tonnellate di CO2 emesse, come si legge nello studio Surplus food management against food waste realizzato per conto della Fondazione Banco Alimentare Onlus. La lotta allo spreco alimentare non è solo un problema di cibo, ma include azioni per la salvaguardia delle risorse idriche, ittiche e forestali e del suolo. Proprio per questo, ONU e Unione Europea hanno firmato un accordo che prevede di dimezzare lo spreco entro il 2030, in linea agli obiettivi di sviluppo sostenibile, a conferma delle priorità a livello globale.

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