Pochi giorni dopo la Cop21 di Parigi, gli ambientalisti di tutto il mondo non sapevano se essere soddisfatti per gli Accordi sul Clima effettivamente raggiunti o se essere rammaricati per un’altra mezza occasione persa. Non si sapeva, insomma, se era il caso di guardare al bicchiere mezzo pieno o a quello mezzo vuoto. Certo, con la riunione parigina erano stati fatti dei passi in avanti nelle politiche green a livello globale: magari alcune decisioni mancavano d’audacia, sicuramente i paletti sulle emissioni imposti non erano sufficienti, ma era comunque un buon punto d’inizio. Ma cosa succederebbe se gli Stati Uniti, ovvero uno dei paesi più potenti ed influenti a livello mondiale, decidessero di ritirare il proprio sostegno agli Accordi di Parigi? Quanti altri governi seguirebbero Trump nel suo grottesco ritorno all’energia fossile?

Il potere ai negazionisti: l’addio alle politiche green

Politiche greenCome abbiamo già riportato in un altro articolo, a pochi giorni dal suo insediamento, tra le altre cose, Trump ha già cancellato ogni riferimento al cambiamento climatico dal sito ufficiale della Casa Bianca; ha riavviato la costruzione di due criticatissimi oleodotti in precedenza bloccati dall’ex presidente Obama; ha messo un bavaglio all’EPA, ovvero all’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, oltre che al Dipartimento dell’Agricoltura e al National Parks Service. Ma da dove esce tutta questa spasmodica attenzione della nuova amministrazione verso tutto ciò che è collegato all’universo dell’ambientalismo? Molto semplice: come ha saputo sintetizzare magistralmente Myron Ebell, negazionista climatico che fino a pochi giorni fa ha guidato la transizione per l’EPA durante il cambio presidenziale, «il movimento ambientalista è, dal mio punto di vista, la più grande minaccia per la libertà e per la prosperità nel mondo moderno». E lo stesso Ebell si è detto del tutto sicuro che Trump manterrà in pieno la promessa elettorale di ritirare gli Stati Uniti dagli accordi globali per combattere il cambiamento climatico.

Gli Usa usciranno dagli accordi di Parigi?

Ebell sembra dunque incarnare in tutto e per tutto le politiche green espresse da Trump durante la sua campagna elettorale: se infatti il magnate aveva definito il cambiamento climatico come una “bufala” inventata dai cinesi, se non una vera e propria “bullshit”, subito dopo essere stato eletto Trump sembrava essersi leggermente ammorbidito, arrivando persino ad ammettere l’esistenza di qualche ‘connessione’ tra l’attività umana e il cambiamento climatico. Dal canto suo, però, Ebell sembra non nutrire dubbi sulle vere convinzioni del suo presidente: come ha infatti ripetuto più volte, il ‘suo’ Trump non pensa al cambiamento climatico come ad una crisi, né tanto meno come a qualcosa che possa richiedere un’azione urgente. Ebbene, se fosse tutto vero, gli USA sarebbero l’unico dei 196 Paesi firmatari degli accordi di Parigi 2015 a ritirarsi dal tavolo, proprio mentre altri grandi Paesi stanno facendo passi da gigante in fatto di rinnovabili.

La strampalata strategia cinese per indebolire gli Usa

E mentre negli Usa il negazionismo climatico ha raggiunto i livelli più alti del governo, in presidente cinese Xi Jinping ha confermato l’impegno del proprio Paese contro il cambiamento climatico, promettendo di investire 360 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili entro il 2020. L’impegno crescente della Cina nel contrastare il riscaldamento globale attraverso delle politiche green, tra l’altro, viene utilizzato dagli stessi negazionisti americani per ribadire il fatto che il cambiamento climatico altro non è che una bufala inventata dai cinesi. Come ha infatti spiegato Ebell, «la Cina sta facendo grandi investimenti per produrre più pannelli solari e più impianti eolici, i quali potranno essere venduti agli stupidi consumatori del mondo occidentale, e in questo modo i prezzi dell’elettricità aumenteranno, e l’economia cinese diventerà più competitiva». Così, dunque, la pensa uno dei più fidati consulenti di Trump.

Gli uomini del presidente

Politiche greenMa non tutti i repubblicani, come sappiamo, la pensano come Donald Trump, né per quanto riguarda le politiche green né in altri specifici settori. Come ha infatti spiegato Sam Hall di Bright Blue, un gruppo di esperti anglosassoni dediti alla diffusione del conservatorismo liberale, «nonostante i tentativi di molti elementi marginali negli Stati Uniti, la maggior parte dei conservatori continua a voler affrontare concretamente il problema del cambiamento climatico. La stesso governo conservatore di Theresa May ha dichiarato di voler sviluppare un’economia a basse emissioni di carbonio». Il problema negli Usa non sono dunque i repubblicani, bensì i repubblicani scelti da Trump: lo stesso Scott Pruitt, scelto dal presidente per guidare l’EPA, è uno scettico del cambiamento climatico che, come procuratore generale dell’Oklahoma, ha citato non una, non due, bensì 14 volte l’agenzia che andrà a guidare. Per non parlare di Rex Tillerson, il segretario di stato scelto da Trump il quale, avendo lavorato tutta la vita per la Exxon, è a tutti gli effetti la personificazione vivente delle grandi industrie petrolifere. Come scrivono sul Guardian, nominare lui segretario di stato è un po’ «come nominare Ronald McDonald a capo del dipartimento dell’agricoltura».

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