A chi non è capitato di trovarsi il cellulare “morto” dopo un paio di anni dall’acquisto? Stessa cosa succede di frequente con i notebook, i forni, le lavatrici ma anche con prodotti non prettamente hi-tech come, ad esempio, i capi d’abbigliamento. Si tratta del fenomeno dell’obsolescenza programmata, la costruzione, cioè, di oggetti che hanno una durata prestabilita. In pratica, le aziende produttrici, impiegando materiali costruttivi di minore qualità, determinano quando l’oggetto in questione sarà destinato a rompersi. Le conseguenze sono evidenti e si ripercuotono sull’acquirente e sull’ambiente. Il primo, infatti, si trova spesso impossibilitato a cambiare il prodotto dato che la garanzia non lo copre più. Costringendo il cliente, quindi, a buttare via il bene acquistato per comprarne uno nuovo, questo tipo di sistema produttivo non fa altro che accrescere sprechi e inquinamento ambientale, oltre che essere economicamente vantaggioso per la casa produttrice stessa.

Le ricerche del Parlamento Europeo per contrastare l’obsolescenza programmata

Il Servizio di ricerca del Parlamento Europeo è un dipartimento interno indipendente che si occupa di fornire analisi e ricerche oggettive agli eurodeputati, in relazione a questioni di importanza strategica. Proprio da questo organo arriva un’importante ricerca sull’obsolescenza programmata in Europa che conferma, dati alla mano, la tendenza di molte aziende a realizzare oggetti costruiti per rompersi entro un certo periodo di tempo.

La risoluzione UE votata quasi all’unanimità

Il 4 luglio Il Parlamento europeo ha votato per approvare una risoluzione che invita la Commissione europea, i paesi membri e i produttori ad adottare misure contro l’obsolescenza programmata. La risoluzione non fornisce ancora delle regole precise e non indica i requisiti che devono avere i prodotti messi in commercio. Parliamo, piuttosto, di raccomandazioni che evidenziano il desiderio dell’organismo legislativo di affrontare il problema attraverso future leggi e programmi. Tale risoluzione ha ottenuto la stragrande maggioranza dei voti: parliamo di 662 favorevoli, 32 contrari e 2 astenuti.

Il primo passo è definire con esattezza il significato di obsolescenza programmata

Nel suo lungo elenco di suggerimenti e richieste, il documento esorta la Commissione Europea a proporre una definizione a livello comunitario di obsolescenza programmata e a progettare un sistema per testare i prodotti incriminati. Inoltre, emerge la necessità di tutelare giuridicamente i cosiddetti “segnalatori”, i consumatori, cioè, che intendano porre all’attenzione dell’Unione Europea un prodotto soggetto a tale fenomeno. Ma non solo, è fondamentale che ci siano norme ben precise anche per i costruttori, nel caso intendano realizzare prodotti con durata prestabilita.

Riparare è meglio che ricomprare: così dicono i consumatori

Secondo un sondaggio realizzato da Eurobarometro per il Parlamento Europeo, sembra che il 77% dei consumatori preferiscano far riparare l’oggetto che si è rotto anziché averne uno nuovo in cambio. La tendenza dei produttori, però, va in tutt’altra direzione per il fatto che spesso il costo della riparazione in garanzia è più alto in rapporto a quello per l’invio di un prodotto nuovo al cliente. Chi si è trovato in una situazione del genere lo sa bene. Ad esempio, lo schermo difettoso di un notebook può avere un costo addirittura pari alla metà di quello del computer nuovo. In tal senso, per le aziende è più conveniente sostituire l’oggetto in toto piuttosto che una sola parte di esso molto costosa.Altro tema molto controverso è la propensione delle case produttrici a costruire oggetti monoblocco, spesso impossibili da smontare per sostituire il solo pezzo difettoso. Eclatante è il caso di Apple che fa di tale scelta la sua bandiera, tendenza presto ereditata anche da molti altri marchi concorrenti.

L’eurodeputato Pascal Durand

Alcune idee per limitare l’obsolescenza programmata e favorire la riparabilità dei prodotti

Si schiera in netta contrapposizione rispetto alla politica costruttiva di Cupertino l’eurodeputato francese Pascal Durand, padre della risoluzione in questione. Secondo Durand, è necessario incoraggiare le aziende a costruire le merci in maniera modulare, cioè consentendo di smontare le parti eventualmente difettose per sostituirle a costi inferiori. “Dobbiamo ripristinare la riparabilità di tutti i prodotti messi in commercio”, ha dichiarato Pascal Durand. “Dobbiamo assicurarci che le batterie non siano più integrate in un prodotto, ma avvitate in modo che non dobbiamo buttare via un telefono quando la batteria si rompe. Dobbiamo assicurarci che i consumatori siano consapevoli di quanto tempo durino i prodotti e come possano essere riparati”. In tal senso, esemplare è la politica costruttiva del Fairphone 2, il cellulare modulare di qui vi abbiamo già parlato.

Altra idea dell’eurodeputato francese è l’introduzione di un sistema di etichettatura chiara per i prodotti, che mostri in modo semplice quale sia la durata del prodotto stesso. Se, ad esempio, un telefono costa molto meno di un altro modello simile, è probabile che sia costruito con minor cura. Grazie all’etichettatura sarà il cliente a scegliere se acquistare un oggetto più economico ma soggetto a rotture o uno più costoso ma anche più duraturo.

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