L’inquinamento del pianeta ha raggiunto livelli pericolosi per l’uomo, portando la temperatura globale a crescere di un grado negli ultimi 70 anni. Gran parte delle emissioni dannose per l’atmosfera e per la vita sulla Terra provengono dalle città, cuore della rivoluzione industriale avviata dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non si parla solo della CO2 prodotta all’interno dei centri urbani e dovuta in larga parte alle emissioni delle automobili, senza dimenticare quelle delle fabbriche. Vanno considerati anche tutti quei processi che entrano in gioco per far giungere alle città i prodotti di largo consumo, fra cui spiccano quelli alimentari. Ecco perché, attraverso attente politiche alimentari sostenibili, è possibile ridurre l’impatto inquinante proveniente dalla produzione del cibo.

Il cibo arriva in città: produzione e trasporto

Le città più popolose sono anche quelle che consumano di più in termini di cibo. Ma questi beni, in larga parte, non vengono prodotti al loro interno. Il trasporto su ruota diventa, quindi, una voce importante da considerare quando si parla di emissioni di CO2. Produrre a km 0 è, evidentemente, meno dannoso ma anche più complesso, vista la conformazione strutturale delle città. In ogni caso, il processo alimentare maggiormente inquinante, è quello legato alla carne. L’allevamento bovino, infatti, è da solo responsabile di circa il 20% delle emissioni inquinanti a livello globale e ridurne l’impatto deve diventare l’obiettivo principale a cui puntare. Da un lato, la tecnologia può venirci in soccorso: via abbiamo già parlato, infatti, delle alghe che aggiunte ai mangimi, fanno calare significativamente tali emissioni. Ma l’azione chiave su cui puntare per il futuro deve essere per forza il potenziamento delle politiche alimentari sostenibili. Perno su cui lavorare con decisione è la limitazione dei consumi di carne. Non si parla di diventare per forza vegetariani, basterebbe mangiarne un terzo in meno.

Politiche alimentari sostenibili: dal sistema scolastico di Oakland un esempio concreto

Le amministrazioni cittadine si stanno dando molto da fare per contenere sprechi ed emissioni inquinanti, specialmente quelle statunitensi. Ad Oakland in California, ad esempio, è stato messo in piedi un interessante esperimento all’interno del sistema scolastico locale. Per 3 anni, dal 2012 al 2015, sono stati applicati criteri più green per nutrire i ragazzi delle mense scolastiche, in particolar modo riducendo i consumi di carne e formaggi, derivati dagli allevamenti bovini. Tagliando del 30% tali alimenti e prediligendo i prodotti locali, la città di Oakland ha risparmiato circa 42.000 dollari all’anno. Ma non solo: le emissioni inquinanti sono calate del 14% e sono stati risparmiati circa 160 milioni di litri d’acqua. Se il frutto di queste virtuose politiche alimentari sostenibili venisse applicato su scala nazionale, verrebbe abbattuta una quantità di CO2 nell’aria pari a quella prodotta da 150.000 vetture.

Ma altre città americane non sono da meno

Non solo da Oakland giunge l’esempio positivo. Infatti, molte altre città stanno lavorando per essere maggiormente efficienti e ridurre gli sprechi. New York, ad esempio, sta promuovendo una raccolta differenziata finalizzata a trasformare i rifiuti in compost e gas, investendovi ben 400 milioni di dollari all’anno. Stesso tipo di interventi vengono promossi anche a Seattle e San Francisco. In West Virginia, poi, si stanno incoraggiando gli agricoltori, attraverso incentivi statali, a donare il surplus alimentare anziché gettarlo via. Stessa azione viene compiuta, ad un livello diverso, anche con i supermercati. Al di là degli interventi pratici e isolati, si sta sviluppando in molte città, la consapevolezza che occorra maggiore conoscenza delle abitudini dei consumatori per pensare a soluzioni più adeguate. E per questo, le amministrazioni di Portland e San Diego, ad esempio, stanno elaborando delle dettagliate linee guida per raccogliere dati ed elaborare politiche alimentari sostenibili per il prossimo futuro.

Londra: prima della classe in Europa

Nella Capitale britannica ogni anno circa 37.000 tonnellate di verdura in busta finiscono nella spazzatura. Si tratta, più o meno, del 40% del totale prodotto, con un impatto per famiglia attorno ai 750 euro. Questo per dire che basterebbe davvero poco per ridurre gli sprechi e contenere l’inquinamento. Proprio per questo, Londra si sta muovendo attivamente sulla scia delle città americane di cui abbiamo parlato, per mettere in piedi un sistema alimentare sostenibile. Tutto ciò a partire da un’analisi dettagliata e approfondita dei consumi alimentari dei londinesi. Risale al 2015 questa interessante presentazione ad opera della Greather London Authority, ovvero l’amministrazione di Londra. Nel prezioso documento, viene prima inquadrata la situazione della Capitale britannica, responsabile dell’immissione nell’atmosfera di circa 19 milioni di tonnellate di gas inquinanti all’anno, tutti provenienti dal ciclo alimentare. A guidare la poco virtuosa classifica sono, sorprendentemente, i prodotti alcolici, con il 19%. Segue l’industria della carne al 17% mentre gli altri comparti rimangono indietro. Nel documento trovano spazio molti altri interessanti dati raccolti che, secondo il progetto iniziale, dovranno rappresentare la base per efficaci politiche alimentari sostenibili entro i prossimi 20 anni.

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