Per parlare di prevenzione dello spreco alimentare è necessario conoscere prima la mole reale di questo fenomeno. Stando alle cifre che escono dai ‘Diari di Famiglia‘ voluti dal Ministero dell’Ambiente e gestiti insieme al Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna e a SWG, in Italia lo spreco alimentare vale più di 3,5 miliardi di euro all’anno. Ovviamente lo spreco non si concentra tutto in un unico punto della filiera: 946.229.325 euro sfumano nei campi, 1.111.916.133 nell’industria e 1.444.189.543 nella distribuzione. Ma aspettate, non manca forse qualcosa? Ma ovviamente sì, manca l’anello che più di tutti gli altri dovrebbe pensare alla prevenzione dello spreco alimentare, ovvero quello domestico. Proprio così, in quanto è sulle nostre tavole che vengono sprecati circa 12 miliardi di euro di cibo all’anno, per un totale – considerando lo spreco proveniente dalla filiera di produzione, lavorazione e distribuzione – di 15,5 miliardi di euro di cibo buttati nella pattumiera ogni anno. Una cifra pari allo 0,94% del Pil, per intenderci. Non si può certo piangere sul latte versato – o meglio, buttato. No, si può però pensare a come evitare nuovi sperperi, agendo sul lato della prevenzione dello spreco alimentare.

Il progetto europeo Fusions

Del resto l’Italia non è il solo Paese che ha bisogno di un corposo insieme di politiche e di meccanismi per la prevenzione dello spreco alimentare: nell’Unione Europea è stato calcolato uno spreco di 88 milioni di tonnellate di cibo all’anno. Questa cifra arriva dritta dritta dal progetto finanziato dalla Commissione Europea Fusions, ovvero Food Use for Social Innovation by Optimising Waste Prevention Strategies. Tale progetto è stato attivo per quattro anni, dall’agosto del 2012 al luglio del 2016, facendo da ombrello a 21 altri progetti avviati in 13 differenti Paesi. Università, istituti di ricerca, organizzazioni di consumatori e imprese, sono stati tantissimi i soggetti che hanno supportato Fusions: in tutto le organizzazioni che sono diventate membri ufficiali del progetto sono state più di 200. Tra gli scopi dichiarati del progetto europeo:

  • La diffusione e l’accorpamento del monitoraggio dello spreco alimentare
  • Una maggiore comprensione di quali strumenti possono, a livello sociale, ridurre lo spreco alimentare
  • Lo sviluppo di linee guida per la prevenzione dello spreco alimentare in Unione Europea

La prevenzione dello spreco alimentare negli Stati Uniti

prevenzione dello spreco alimentare

La prevenzione dello spreco alimentare è una necessità sempre più sentita anche oltreoceano. Negli Stati Uniti, per esempio, si arriverebbe perfino a buttare il 40% del cibo prodotto. A riportare questa cifra incredibile è uno studio pubblicato dal Journal of Academy Nutrition, firmato dal ricercatore della Johns Hopkins University Roni Neff, secondo il quale una fetta compresa tra il 31 e il 40% del cibo prodotto verrebbe quotidianamente sprecata. Sull’onda di questi e di altri studi stanno prendendo forma organizzazioni ed eventi dedicati espressamente alla prevenzione dello spreco alimentare. È questo il caso di Sustainology, un evento organizzato dalla Swedish-American Chamber of Commerce in New York il 7 novembre: in quell’occasione esperti di fama internazionale hanno parlato di foodtech e delle innovazioni relative all’industria alimentare. Tra gli interventi che hanno riscosso maggior interesse nel pubblico c’è stato quello di Fredrika Gullfot, relativo alle alghe alimentari, quello di Tobias Peggs, sulla necessità di trasformare i Millennials nei leader della rivoluzione alimentare di domani, e quelli dedicati esplicitamente alla prevenzione dello spreco alimentare di Michael La Cour e Thomas McQuillan. Sono stati ovviamente tanti i messaggi importanti usciti dal fitto programma di interventi nella giornata newyorkese di Sustainology, ma uno, indirizzato al mondo del business e non solo, è particolarmente importante: oggi, con le nostre tecnologie, è possibile davvero perseguire la sostenibilità alimentare e inseguire nello stesso tempo il profitto. Per questo, per i produttori – e in seconda battuta per i consumatori – non dovrebbero esistere più scusanti.

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