Viviamo in un mondo in cui la plastica è ovunque. Qualsiasi oggetto attorno a noi ha tra le sue componenti la plastica. La nostra economia dipende dalla plastica e molta di quella che entra nel ciclo dei rifiuti spesso finisce in discarica o, ancora peggio, nei nostri ecosistemi. Uno dei più grossi problemi con cui abbiamo a che fare sono i residui plastici negli oceani. Avete mai fatto una passeggiata sulla spiaggia dopo una mareggiata? Sicuramente vi sarete imbattuti in un groviglio di oggetti fatti di plastica: posate, pezzi di polistirolo, buste e bottiglie. Secondo Ocean Conservancy, come riportato nel focus Stemming the Tide, nel 2025 ci sarà una tonnellata di plastica per ogni tre tonnellate di pesci.

Residui plastici negli oceani: nel 2050 i nostri mari saranno sommersi dalla plastica

Ogni anno circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono nei nostri mari. Di tutta la plastica prodotta a livello mondiale solo il 5% viene riciclata, il 40% finisce in discarica a oltre un terzo finisce negli ecosistemi; ad oggi nei mari di tutto il mondo “navigano” circa 270 mila tonnellate di plastica. Secondo la fondazione Ellen MacArthur, nel 2050 ci saranno più residui plastici negli oceani che pesci. A preoccupare gli scienziati di tutto il mondo sono le microplastiche, quei frammenti di materiale plastico inferiori a 5 mm di spessore, talmente piccoli da essere ingeriti dai pesci finendo nella nostra catena alimentare. Assieme alle microplastiche, destano non poche preoccupazioni anche i nurdles, frammenti di plastica grandi quanto lenticchie che le aziende di tutto il mondo acquistano, fondono e da cui è possibile produrre oggetti in plastica. A Durban non più di un mese fa un container pieno di nurdles, a causa di un violento temporale, si è riversato nelle acque del porto con il risultato che le spiagge della città sono invase da questi “pellets” di plastica. Un danno ambientale paragonabile ad uno sversamento di petrolio. I nurdles vengono scambiati per alimenti, i pesci li mangiano e una volta ingeriti rilasciano tossine pericolose che, entrando nella catena alimentare, creano danni alla salute umana.

nurdles (foto northglen news)

Gli abitanti di Durban ripuliscono le spiagge ma il problema rimane  

Davanti ad un disastro ecologico come i residui plastici negli oceani gli abitanti della città sud africana si sono attivati e hanno contribuito attivamente alla pulizia delle spiagge. Anelda Keet e la sua famiglia sono scesi in una delle spiagge colpite per setacciare la sabbia: “E’ impressionante vedere così tante persone impegnate nella pulizia della spiaggia ma per riuscire a farlo c’è bisogno di tempo e di un sacco di gente”.

Hayley Bevis ha organizzato un gruppo di pulizia coinvolgendo i genitori degli studenti della classe di suo figlio:  “Eravamo determinati a raccogliere il maggior numero di nurdles possibile. È triste vedere in che stato sono le nostre spiagge. Le società responsabili di questo disastro ambientale dovrebbero fare di più per aiutare nella pulizia. La popolazione ci sta mettendo tutta la buona volontà ma temiamo che i nostri sforzi non bastino”.
Danni ambientali così importanti spesso attraggono solo grandi titoli sui giornali, se ne parla per qualche giorno ma poi tutto torna ad essere come prima. Il problema è alla fonte, occorre ri-pensare al sistema industriale dei produttori di nurdles in modo da eliminare le potenziali fonti di inquinamento lungo tutta l’attività produttiva.

plastica in spiaggia

La leggi in materia di inquinamento da plastica e l’economia circolare

A livello internazionale non esiste una chiara definizione legislativa per i nurdles, negli States non esiste una responsabilità specifica per i produttori in materia di rifiuti plastici. La California nel 2008 ha riconosciuto i nurdles come inquinanti e ne vieta lo scarico nei corsi d’acqua dello Stato, ma manca un’armonia legislativa. A livello mondiale per contrastare la presenza di residui plastici negli oceani è attiva l’iniziativa Operation Clean Sweep nata per ridurre la dispersione dei pellets in plastica nell’ambiente. Si tratta di un adesione volontaria ad un programma, simile ad una certificazione, che permette alle aziende produttrici di plastica, l’implementazione delle best practice per prevenire la perdita di materiale plastico nell’ambiente acquatico.
“Il nostro sistema economico è basato sul profitto e non sulla salvaguardia ambientale – afferma Julie Anderse, direttore esecutivo della “Plastic Oceans Foundation” –  Occorre capire come coinvolgere le imprese per portarle a dialogare con le comunità. In questo modo le imprese potranno prendere decisioni migliori che tengano in considerazione la voce delle comunità”.
Antonia Gawel, capo della piattaforma dedicata all’economia circolare del “World Economic Forum” è ottimista: “C’è un modello di crescita economica che può invertire queste tendenze. Abbiamo bisogno di migrare verso un’economia circolare in cui le risorse sostenibili non sono solo utilizzate, ma ri-utilizzate. Questo modello sta già prendendo piede ma dobbiamo accelerare affinché le risorse devono costantemente essere riutilizzate, riconvertite e riciclate”.

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