La transizione verso un modello economico più sostenibile, in grado di migliorare le condizioni ambientali del nostro pianeta e dei suoi abitanti, è promosso a gran voce in tutti gli ambiti industriali ed economici. Il vecchio modello lineare che per anni ha dominato il mercato, oltre ad essere fallimentare, sembra essere diventato estremamente costoso. Anche per le aziende. Se questo riguarda il settore tessile, in cui la produzione di vestiti occupa una grande fetta, la necessità di un cambiamento sembra essere un imperativo. Il nuovo studio della Ellen MacArthur Foundation, “A new textiles economy: Redesigning fashion’s future” descrive lo scenario futuro del settore tessile, con un focus sull’abbigliamento, sottolineandone gli impatti sociali, economici e ambientali.

I numeri del settore tessile

L’industria dell’abbigliamento, un business da 1.3 trilioni di dollari fatturati, dà lavoro a più di 300 milioni di persone nel mondo, con la sola produzione di cotone a rappresentare quasi il 7% di tutti gli impieghi in alcuni paesi a basso reddito. Contemporaneamente, fa uso di più di 98 milioni di tonnellate annuali di risorse non rinnovabili, compreso il petrolio per produrre le fibre sintetiche, i fertilizzanti per le piantagioni di cotone, i prodotti chimici per produrre, tingere e rifinire fibre e tessuti. A questi si aggiungono, 93 miliardi di metri cubi di acqua che contribuiscono a peggiorare gli eventi di siccità, l’emissione di circa 1.2 miliardi di tonnellate di CO2 e 500mila tonnellate di fibre di microplastica riversate negli oceani. Per non parlare degli effetti sociali: l’impiego nel settore tessile nei paesi sottosviluppati è spesso sinonimo di retribuzioni basse, ore lavorative esagerate, lavoro minorile e condizioni di schiavitù.

Negli ultimi 15 anni l’incremento dei redditi a livello globale e la diffusione di una moda “veloce” che offre prezzi inferiori, collezioni annuali e nuovi stili a cui omologarsi, hanno portato la produzione di abbigliamento a raddoppiare, passando da 50 miliardi di pezzi nel 2000 agli oltre 100 miliardi nel 2015; parallelamente la media di utilizzo di ogni capo è diminuita del 36%, con un picco del 70% in Cina. Un totale di 460 miliardi di dollari di valore che potrebbe essere usato ancora e che invece finisce nelle discariche e negli inceneritori perché meno dell’1% del materiale utilizzato in produzione viene riciclato in nuovi vestiti.  

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Cosa indicano le previsioni per il 2050

Di certo le previsioni nelle pagine dello studio non sono incoraggianti. Entro il 2050, per la produzione di abiti è previsto un aumento tre volte maggiore di quello attuale e gli sforzi per non oltrepassare gli 1.5 gradi di aumento della temperatura terrestre rispetto all’epoca preindustriale sarebbero completamente vani -già lo sono secondo molte ricerche-. Il consumo di risorse non rinnovabili schizzerebbe a 300 milioni di tonnellate e 22 milioni di fibre di microplastica verrebbero riversate negli oceani. Senza considerare il pressante aspetto della tutela lavorativa dei minori e non solo, a cui oggi numerose organizzazioni non governative già oggi puntano il dito.

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L’economia circolare del futuro: la soluzione per il settore tessile

Nel segno della sostenibilità, la Ellen MacArthur Foundation propone di sostituire il modello lineare con quello di economia circolare, in cui gli scarti sono limitati, riutilizzati e trasformati da problema in risorsa. Il nuovo approccio prevede quattro passi fondamentali: utilizzo di materiali non inquinanti e non derivanti dalla plastica già all’inizio della filiera per evitare preventivamente il riversamento delle microfibre negli oceani; puntare sulla qualità per allungare la vita dei capi, considerando il modo in cui sono disegnati e messi in commercio; supportare il tema del riuso e del riciclo; valorizzare un uso più efficiente delle risorse e delle energie rinnovabili.

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I benefici economici, ambientali e sociali

Attuare un modello di economia circolare si tradurrebbe in un risparmio dei costi per le aziende, non più esposte alle oscillazioni e all’aumento dei prezzi dei materiali vergini. Consentirebbe, inoltre, di dare spazio alle innovazioni e a un rapporto di fiducia reciproca con i clienti, che sarebbero coinvolti nella transizione attraverso campagne di sensibilizzazione sul riutilizzo e riciclo. Dal punto di vista ambientale, un settore tessile “circolare” ridurrebbe significativamente le emissioni di gas serra, lo spreco di acqua e di risorse primarie, le fuoriuscite di materiali inquinanti e aumenterebbe la produttività del suolo. Infine, le condizioni lavorative potrebbero migliorare grazie all’utilizzo di sostanze non dannose per la salute.

Un cambiamento sistemico richiede però tempo, impegno e volontà. Anche se è cresciuta la sensibilità nei confronti dei rifiuti, gli sforzi si fermano a progetti su piccola scala e per traghettare il mercato verso un modello circolare, si deve iniziare da politiche ambientali effettive, atte a ridurre gli impatti, e da un’adeguata sensibilizzazione dei consumatori che hanno un ruolo cruciale nell’influenzare il mercato.

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