La quantità di plastica che ogni giorno utilizziamo va a finire nelle discariche e nei mari, producendo danni per l’ambiente di portata eccezionale. In particolare, sono gli imballi dei prodotti alimentari a rappresentare il problema peggiore. Per fare un esempio, in Inghilterra, ogni anno circa il 40% delle buste d’insalata confezionata e già lavata finisce nell’immondizia, producendo un duplice danno: spreco alimentare e inquinamento del pianeta. Di recente, però, si sta parlando molto di packaging sostenibile. Sono in molte le startup a realizzare buste e contenitori per alimenti biodegradabili o commestibili. Per non parlare, poi, delle posate edibili che si possono mangiare una volta concluso il pasto. Se da un lato l’uomo si sta mobilitando per trovare soluzioni che limitino gli sprechi, la natura stessa sta mettendo in atto forme di smaltimento biologico della plastica.

Dal bruco ai funghi: la natura e lo smaltimento biologico della plastica

Vi abbiamo parlato di recente del bruco capace di smaltire in maniera del tutto naturale la plastica. La scoperta sensazionale realizzata dall’Università di Cambridge ha visto, tra l’altro, fra i protagonisti della ricerca la biologa italiana Federica Bertocchini. Oltre all’azione del bruco, sembra che la natura stia mettendo in atto altre forme di smaltimento biologico della plastica. In uno studio uscito di recente su Environmental Pollution, si parla infatti dell’Aspergillus Tubingenis, una specie di fungo scoperto da poco e che sarebbe capace di mangiare la plastica. Isolata in una discarica di Islamabad in Pakistan, la specie è stata poi studiata in laboratorio dagli scienziati dell’Accademia delle Scienze e dell’Università di Agricoltura dello Yunnan, entrambe in Cina.

Come lavora il fungo che smaltisce la plastica?

Secondo lo studio, sembra che lo speciale fungo possa colonizzare fogli di poliuretano e degradarli. Si tratta, sostanzialmente della plastica presente in molti oggetti di uso comune (materassi, frigoriferi…) e che trova ampio spazio nelle discariche. Una volta scoperto, il fungo è stato portato in laboratorio e sottoposto a test ed esperimenti. In particolare, è stata immersa in una soluzione liquida una lastra di poliuretano, ambiente in cui sono stati immessi anche gli stessi funghi. I risultati sono stati incredibili. Infatti, in circa due mesi di tempo, l’apparato vegetativo del fungo, composto da un insieme di filamenti concatenati, è riuscito a ridurre in poltiglia la lastra, degradandola completamente. Per quanto al momento i test in laboratorio non siano ancora conclusi, la scoperta potrebbe offrire un contributo davvero efficace alla lotta all’inquinamento.

I risvolti preoccupanti di una scoperta così importante

Il fatto che la natura in autonomia stia realizzando delle forme di smaltimento biologico della plastica è sicuramente una buona notizia. Unitamente ad una forte presa di coscienza da parte dell’uomo, sfruttare organismi biologici per tale scopo non può che arrecare benefici al pianeta. Rimane però in sospeso un preoccupante interrogativo legato alla capacità della natura di reagire all’inquinamento. Se infatti, particolari specie di bruchi e funghi già oggi riescono ad elaborare la plastica e trasformarla in nutrimento, la cosa potrebbe rappresentare un pericolo. Gli imballaggi con cui confezioniamo gli alimenti, ad esempio, potrebbero non essere più così affidabili come li consideriamo. Stessa cosa vale per le sostanze plastiche usate per conservare i farmaci. In ogni caso, tali microrganismi potrebbero rappresentare un pericolo ogni qual volta si abbia bisogno di proteggere qualcosa con la plastica, confidando che duri nel tempo. Sarà importante, quindi, sfruttare l’apporto della natura in modo responsabile e rispettando l’equilibrio, al momento già compromesso, dell’ecosistema.

Condividi l'articolo
La discussione è regolata dalle seguenti Policy