Le microalghe sono entrate definitivamente a far parte della nostra cucina: l’ufficializzazione è arrivata nel dicembre del 2015, quando con la pubblicazione del regolamento europeo dei novel food sono state elencate insieme a tutti i nuovi cibi ottenuti con innovative materie prime. In realtà, però, va sottolineato che di ‘innovativo’ le microalghe hanno ben poco. Già popolazioni antiche come gli aztechi, o ancora alcune comunità indigene dell’Africa Centrale, raccoglievano le fioriture della microalga spirulina per ottenerne un ottimo integratore alimentare. Proteine, vitamine, sali minerali e ferro: questi i nutrienti fondamentali dei quali questa alga invisibile a occhio nudo è una fonte privilegiata, come abbiamo già visto in passato.

 

Spirulina e clorella tra le soluzioni proposte dalla FAO

Nello specifico, l’Unione Europea ha ammesso all’uso alimentare due microalghe: oltre alla spirulina, è stata infatti inserita nei nostri menu anche la clorella, per ora molto meno conosciuta dell’alga a spirale. Con la spirulina vengono infatti già prodotti alcuni particolari alimenti, come per esempio vari tipi di pasta secca ed un originale gelato semiartigianale, denominato per l’appunto Spirulì. Ma se per ora l’utilizzo delle microalghe a livello alimentare è un’eccentrica eccezione, la FAO è convinta che questa sostanza costituisca una delle migliori soluzioni per integrare la dieta della crescente popolazione mondiale senza estendere ulteriormente le superfici agricole, così da non distruggere altre habitat naturali del nostro Pianeta.

 

Coltivabili all’aperto o nei fotobioreattori

E proprio delle microalghe come alimento si parlerà durante la seconda giornata di AquaFarm, manifestazione dedicata all’acquacoltura, al Vertical Farming e all’algocultura alla sua prima edizione, alla Fiera di Pordenone il il 26 e il 27 gennaio. L’interesse per l’argomento è ampissimo: le microalghe possono infatti essere coltivate in ambienti non altrimenti valorizzabili, come per esempio nei numerosi deserti costieri dell’Africa, dell’Australia e dell’America. Ma questa particolare coltura non è possibile unicamente all’aperto: alcuni ricercatori italiani stanno infatti partecipando a dei progetti per la realizzazione di appositi contenitori sigillati – detti fotobioreattori – che raggruppati a migliaia potrebbero garantire una produzione ad altissima intensità di microalghe. Nella sessione di AquaFarm ‘Alghe per l’alimentazione animale e umana: necessità, moda, convenienza?’, insieme ai massimi esperti italiani del settore, si cercherà dunque di fare luce sui reali possibili utilizzi futuri delle alghe, separando quello che può essere visto come un semplice trend del momento, portato avanti da alcuni dei più originali chef del mondo, da quello che potrà essere il vero contributo di questo fantastico ingrediente per l’alimentazione umana.

Microalghe AquaFarm

Aspettando AquaFarm: le sfide del Vertical Farming

Ma ad AquaFarm, come accennato, non si parlerà solamente di alghe: se il filone principale delle sessioni sarà dedicato all’acquacoltura, altro concetto chiave che verrà discusso a Pordenone Fiere sarà quello del Vertical Farming. Sono infatti sempre di più gli urbanisti e gli architetti mondiali che si interessano a questo tipo di coltivazione urbana, con l’obiettivo di riconvertire i paesaggi industriali e dare maggiore spinta allo sviluppo sostenibile delle aree urbane. Già adesso in rete si possono vedere centinaia di immagini di fantastici rendering di grattacieli e di paesaggi urbani incentrati sul concetto green del Vertical Farming. E se alcuni di questi orti e giardini verticali adornano nuovi e scintillanti edifici di ultima generazione, nella maggior parte dei casi le vertical farms sono state realizzate su strutture già esistenti. Dai centri commerciali ai parcheggi multipiano, passando per edifici industriali e grattacieli di uffici. Il caso più clamoroso è probabilmente quello di una vertical farm londinese, realizzata su un bunker della Seconda Guerra Mondiale. Le fattorie verticali non conoscono infatti ostacoli, essendo totalmente indipendenti dall’ambiente circostante. Non è necessario né il suolo (coltivazione idroponica), né un supporto (aeroponica) ed è possibile avviare un’auto-produzione integrata di buona parte dei nutrienti necessari (acquaponica).

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