Lago d'Aral

Lago d’Aral: cosa è successo, prima e dopo, cosa insegna

Aggiornato il 13 luglio 2026

Il lago d’Aral, un tempo il quarto lago più grande del mondo, ha perso circa l‘88% della superficie e il 92% del volume d’acqua dal 1960, secondo la NASA. Non per una siccità naturale, ma per la deviazione dei suoi due fiumi, decisa in epoca sovietica per irrigare il cotone. Oggi una parte del bacino — il Piccolo Aral a nord — sta lentamente tornando a vivere, mentre il sud resta un deserto salato.

Cos’era il lago d’Aral

Il lago d’Aral era un grande bacino salato endoreico, cioè privo di emissari, situato al confine tra Kazakistan e Uzbekistan, in Asia centrale. Fino agli anni ‘60 copriva circa 68.000 km² ed era il quarto lago più grande del pianeta. Riceveva acqua da due soli fiumi — il Syr Darya da nord e l’Amu Darya da sud — e la perdeva unicamente per evaporazione: un equilibrio delicato, che lo rendeva molto sensibile a qualunque riduzione degli apporti.

Attorno a quell’acqua ruotava un’economia reale. Nei primi anni ‘60 la pesca sul lago impiegava circa 60.000 persone, e cittadine come Moynaq, sulla sponda uzbeka, erano centri costieri attivi. Era un mare interno pescoso, punteggiato da oltre mille isole, non la distesa di sabbia e relitti che conosciamo oggi.

Perché si è prosciugato

Il collasso non è stato un incidente climatico, ma la conseguenza di una scelta politica. A partire dagli anni ‘60 l’Unione Sovietica avviò un imponente progetto di irrigazione nelle pianure aride di Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan, deviando l’Amu Darya e il Syr Darya per alimentare grandi piantagioni di cotone, la coltura al centro dell’economia della regione — e oggi al centro anche della ricerca di alternative più sostenibili.

L’effetto sugli apporti d’acqua fu drastico. Secondo la NASA, nel 1965 il lago riceveva ancora circa 50 km³ d’acqua l’anno, una portata scesa quasi a zero entro i primi anni ‘80. Senza ricambio, l’evaporazione prese il sopravvento e il livello iniziò a calare inesorabilmente. A peggiorare le cose, i diserbanti e i fertilizzanti usati nelle coltivazioni contaminarono i terreni e, non avendo il lago alcuno sbocco, le sostanze inquinanti si accumularono sul fondo. Quando l’acqua evaporò, restò una crosta di sabbia mista a residui chimici.

Prima e dopo: cronologia del collasso

La sequenza di immagini satellitari della NASA, raccolta nel dossier World of Change: Shrinking Aral Sea, mostra il ritiro anno dopo anno. Già nel 1996 la superficie era circa la metà di quella originaria e il volume si era ridotto di tre quarti, secondo la Banca Mondiale.

Alla fine degli anni ‘80 il lago si era spezzato in due: il Piccolo Aral a nord, in Kazakistan, alimentato dal Syr Darya, e il Grande Aral a sud, in Uzbekistan, dipendente dall’Amu Darya. Negli anni 2000 il bacino meridionale si è ulteriormente diviso in un lobo orientale e uno occidentale; entro il 2009 il lobo orientale era praticamente scomparso. Al posto delle acque è emerso un nuovo deserto, l’Aralkum, dal cui fondo salato il vento solleva tempeste di sale e polveri che raggiungono terreni e abitati a centinaia di chilometri di distanza. È questa la fotografia del “prima e dopo”: da mare interno a bacino frammentato e in gran parte prosciugato nell’arco di due generazioni.

Conseguenze ambientali e sanitarie

Il primo effetto è stato il crollo della pesca: l’industria che nei primi anni ‘60 dava lavoro a circa 60.000 persone era di fatto scomparsa già all’inizio degli anni ‘80. Con essa se ne è andata la base economica di intere comunità costiere. A Moynaq la riva si è allontanata di decine di chilometri e la città si è ritrovata affacciata sul nulla.

C’è poi un effetto climatico locale. La grande massa d’acqua mitigava il clima continentale della zona; venuta a mancare, gli inverni si sono fatti più rigidi e le estati più torride, con un’accentuata escursione termica e un’aridità crescente. Infine il capitolo sanitario: le polveri sollevate dall’Aralkum trasportano sale e residui degli agrochimici usati per decenni, contribuendo a un tasso elevato di malattie respiratorie e di altre patologie tra le popolazioni dell’area. La contaminazione dell’aria e dell’acqua è uno dei lasciti più pesanti del disastro.

La rinascita del nord: la diga di Kokaral

La svolta arriva nel 2005, quando il Kazakistan completa la diga di Kokaral, un argine lungo circa 13 km finanziato dalla Banca Mondiale nell’ambito del Northern Aral Sea Project. L’opera separa il bacino nord da quello sud e trattiene le acque del Syr Darya nel Piccolo Aral, invece di lasciarle defluire verso il sud ormai compromesso.

I risultati sono stati rapidi. Già entro il 2008 il volume del Piccolo Aral era cresciuto di quasi il 70%, con la salinità dimezzata e la produzione ittica più che triplicata. La prima fase del progetto ha portato il volume del bacino settentrionale a circa 27 miliardi di m³, con un aumento del 42% rispetto al punto di partenza, la salinità ridotta di quasi quattro volte e una pesca annua tornata intorno alle 8.000 tonnellate (dati riferiti al 2025); nel solo 2024 sono stati convogliati nel Piccolo Aral 2,6 miliardi di m³ d’acqua, secondo il Ministero delle Risorse idriche del Kazakistan e la Banca Mondiale. Nel 2012 il Piccolo Aral e il delta del Syr Darya sono stati inseriti nell’elenco Ramsar delle zone umide di importanza internazionale.

Una seconda fase, con studio di fattibilità della Banca Mondiale, punta tra il 2026 e il 2029 a rialzare la diga e portare il livello del bacino a 44 metri, la superficie a circa 3.913 km² e il volume a 34 km³. Resta però il rovescio della medaglia: la diga ha salvato il nord a prezzo di sigillare il destino del sud, tagliandogli l’ultimo apporto d’acqua.

Cosa insegna il lago d’Aral

Il lago d’Aral è il promemoria di quanto sia fragile l’equilibrio idrico di un territorio e di quanto rapidamente una gestione insostenibile possa distruggerlo. Non è stato un evento naturale: è stato il risultato prevedibile di scelte agricole e infrastrutturali che hanno privilegiato una monocoltura idrovora rispetto alla tenuta di un intero ecosistema. E la parziale rinascita del nord dimostra che invertire la rotta è possibile, ma lento, costoso e mai completo.

È una lezione che va oltre l’Asia centrale. Altri bacini stanno subendo ritiri drammatici — dal Lago Ciad, ridotto di circa il 90% dagli anni ‘60, al Lago Poopó in Bolivia, prosciugatosi quasi del tutto a metà degli anni 2010, fino al Salton Sea in California. In tutti questi casi si intrecciano prelievi eccessivi, gestione idrica miope e un cambiamento climatico che accentua siccità e scarsità idrica. Il lago d’Aral è il caso-scuola di come questi fattori, sommati, possano trasformare un mare in un deserto.

Il bacino sud si può ancora salvare?

Il nord ha ritrovato acqua e pesci; il sud, in territorio uzbeko, è invece considerato in gran parte irrecuperabile. Qui l’obiettivo non è più riportare il mare, ma limitare i danni: tra il 2021 e il 2024 sono stati piantati circa 4,4 milioni di arbusti sul fondale prosciugato del Grande Aral, per fissare i suoli e ridurre le tempeste di sale che avvelenano la regione. È una strategia di contenimento, non di rinascita. La vera domanda aperta è se la cooperazione tra i Paesi che si dividono l’Amu Darya e il Syr Darya — e la volontà di rivedere l’uso dell’acqua a monte — possano un giorno cambiare anche il destino del sud, o se l’Aralkum sia ormai una ferita permanente sulla mappa dell’Asia centrale.

Domande frequenti

Dove si trova il lago d'Aral?

Il lago d’Aral si trova in Asia centrale, lungo il confine tra Kazakistan (a nord) e Uzbekistan (a sud). È un bacino salato endoreico, cioè privo di emissari: l’acqua vi entrava solo attraverso due fiumi, il Syr Darya da nord e l’Amu Darya da sud, e usciva unicamente per evaporazione. Fino agli anni ‘60 era il quarto lago più grande del mondo, con circa 68.000 km² di superficie. Oggi ne resta una frazione, divisa tra un Piccolo Aral a nord e un Grande Aral quasi scomparso a sud.

Perché si è prosciugato?

Il prosciugamento è di origine umana. A partire dagli anni ‘60 l’Unione Sovietica deviò i due fiumi tributari, Amu Darya e Syr Darya, per irrigare enormi piantagioni di cotone in Uzbekistan e Kazakistan. Privato di gran parte degli apporti, il lago iniziò a evaporare più di quanto ricevesse. Secondo la NASA, negli anni ‘60 il bacino riceveva circa 50 km³ d’acqua l’anno, portata scesa quasi a zero entro i primi anni ‘80. Non è stata una siccità naturale, ma una gestione idrica insostenibile.

Quanto si è ridotto?

Secondo la NASA, dal 1960 il lago d’Aral ha perso circa l‘88% della superficie e il 92% del volume d’acqua. Il bacino originario copriva circa 68.000 km²; oggi il solo Piccolo Aral, la porzione settentrionale recuperata, misura poco più di 3.000 km², meno del 5% dell’estensione storica. Al posto dell’acqua è emerso un nuovo deserto salato, l’Aralkum, da cui il vento solleva tempeste di sale e polveri. È considerato uno dei più gravi disastri ambientali provocati dall’uomo.

Il lago d'Aral si sta riprendendo?

Solo in parte, e solo a nord. Nel 2005 il Kazakistan ha completato la diga di Kokaral, finanziata dalla Banca Mondiale, che separa il bacino settentrionale da quello meridionale e trattiene le acque del Syr Darya. Grazie a questo intervento il volume del Piccolo Aral è aumentato del 42%, arrivando a circa 27 miliardi di m³, la salinità si è ridotta di quasi quattro volte e la pesca annua ha raggiunto le 8.000 tonnellate (dati riferiti al 2025). Il Grande Aral a sud resta invece in gran parte perduto.

Si può visitare?

Sì. La meta principale è Moynaq (Uzbekistan), un tempo porto peschereccio e oggi affacciata sul deserto, con il celebre “cimitero delle navi” arenate a decine di chilometri dall’acqua. È una tappa del cosiddetto dark tourism, il turismo legato a luoghi segnati da tragedie ambientali o umane. Va inquadrata come testimonianza di un disastro, non come attrazione da promuovere: il valore della visita sta nel capire cosa è successo e perché, più che nel paesaggio in sé.

Le fonti

  • World of Change: Shrinking Aral Sea, NASA Earth Observatory — link allo studio
  • Saving a Corner of the Aral Sea — Northern Aral Sea Project, World Bank — link allo studio
  • Kazakhstan and World Bank Launch Second Phase to Revive Northern Aral Sea, The Times of Central Asia, 2025 — link allo studio
  • Aral Sea Shows Signs of Recovery as Water Levels Rise, The Astana Times, 2026 — link allo studio
  • How Kazakhstan resurrected the North Aral Sea, Global Voices, 2026 — link allo studio