Reporting di sostenibilità nel 2026: tra semplificazione europea e ritirata americana
Il 2026 sarà ricordato come l’anno in cui la rendicontazione di sostenibilità ha cambiato pelle. In pochi mesi, tra Bruxelles, Washington e Londra, sono cambiate le regole del gioco per migliaia di imprese chiamate a misurare e comunicare il proprio impatto ambientale e sociale. E non sempre nella stessa direzione.
Da un lato l’Unione europea ha scelto la strada della semplificazione, riducendo drasticamente il numero di aziende obbligate a rendicontare e alleggerendo gli standard tecnici. Dall’altro gli Stati Uniti stanno smontando l’impianto federale di trasparenza climatica costruito negli ultimi anni. Nel mezzo, nuovi strumenti come lo standard net-zero rivisto della Science Based Targets initiative provano a spostare il baricentro dalle promesse ai risultati misurabili.
L’Europa riscrive gli ESRS: meno dati, più sostanza
Il 3 luglio 2026 la Commissione europea ha adottato la versione rivista degli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), gli standard che regolano la rendicontazione di sostenibilità delle imprese nell’ambito della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD). Gli ESRS forniscono a investitori e altri stakeholder le informazioni necessarie per comprendere i rischi legati alla sostenibilità a cui le aziende sono esposte, così come il loro impatto su persone e ambiente.
La revisione è stata guidata da un obiettivo esplicito: ridurre il carico burocratico senza svuotare la sostanza delle informazioni. Il risultato numerico è impressionante. Gli ESRS rivisti sono più chiari e sintetici, con una riduzione dei datapoint obbligatori superiore al 60% e del numero totale di datapoint superiore al 70%. Cambiamenti che dovrebbero abbattere i costi di reporting di oltre il 30% per azienda.
Un taglio di questa portata era impensabile solo due anni fa, quando la CSRD veniva presentata come la spina dorsale dell’economia sostenibile europea. La svolta arriva dopo mesi di pressioni da parte del mondo industriale e dei governi nazionali, preoccupati per la competitività continentale.
Omnibus I: chi resta dentro e chi esce dal perimetro
La cornice politica di questa rivoluzione è il pacchetto Omnibus I. Il quadro europeo di sostenibilità aziendale è stato ricalibrato: il 24 febbraio 2026 l’UE ha formalmente adottato il pacchetto Omnibus I, un’iniziativa di semplificazione ad ampio raggio che modifica due direttive fondamentali della regolamentazione europea sulla sostenibilità.
Il cambiamento più significativo riguarda la platea delle imprese coinvolte. La CSRD viene ristretta alle sole aziende con più di 1.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. Una soglia molto più alta rispetto al testo originario, che escluderà migliaia di medie imprese europee dal perimetro obbligatorio.
Anche la direttiva sulla due diligence (CSDDD) è stata ridimensionata. La sua portata viene ristretta alle aziende con più di 5.000 dipendenti e oltre 1,5 miliardi di euro di fatturato netto annuo, mentre il termine per la trasposizione nelle leggi nazionali slitta al 26 luglio 2028 e le imprese dovranno conformarsi alle nuove misure entro luglio 2029.
Non tutti gli obblighi però scompaiono per le PMI della catena del valore. Gli ESRS rivisti riflettono le modifiche dell’Omnibus I, che hanno introdotto un tetto per la catena del valore: le aziende soggette alla CSRD non possono chiedere alle imprese della loro filiera con 1.000 dipendenti o meno più informazioni di quelle richieste dallo standard di rendicontazione volontario. Tuttavia questa esenzione non copre le metriche ESRS E1-8 sulle emissioni di gas serra Scope 1, 2 e 3.
Il paradosso americano: la SEC smantella le regole climatiche
Mentre l’Europa semplifica ma mantiene l’impianto, gli Stati Uniti scelgono una strada radicalmente diversa. Il 29 maggio 2026 la Securities and Exchange Commission ha proposto la totale abrogazione delle regole sulla disclosure climatica adottate nel marzo 2024, in una svolta decisiva che segna un cambio di passo nella regolamentazione ESG federale con implicazioni strategiche significative per società quotate, investitori e consulenti legali.
La proposta è arrivata dopo mesi di segnali chiari. Poco dopo l’insediamento, il presidente Trump ha revocato l’ordine esecutivo che imponeva alle agenzie federali di valutare i rischi climatici per l’economia statunitense. Una mossa che, insieme al ritiro dagli accordi di Parigi, si allinea a un’agenda deregolatoria che dichiara di voler ridurre gli oneri amministrativi per le imprese americane.
Il vuoto federale sta però generando una risposta a mosaico da parte degli Stati. La Corte d’appello del Nono Circuito ha recentemente congelato la legge californiana SB 261, che avrebbe imposto alle aziende con oltre 500 milioni di dollari di ricavi annui operanti in California di rendicontare i rischi finanziari legati al clima a partire da gennaio 2026. Con lo stesso provvedimento la corte ha però respinto la richiesta di sospendere la SB 253, la norma correlata che impone alle aziende con oltre 1 miliardo di dollari di fatturato annuo di iniziare a comunicare le proprie emissioni di gas serra a giugno 2026.
Le aziende multinazionali si trovano così a navigare un puzzle normativo frammentato, con regole diverse a seconda del Paese, dello Stato federato e persino del settore di appartenenza.
Lo standard SBTi 2.0: dalla promessa alla verifica
Sul fronte volontario, la novità più rilevante arriva dalla Science Based Targets initiative. L‘11 giugno 2026 la SBTi ha rilasciato la Corporate Net-Zero Standard Version 2.0, l’attesissimo aggiornamento del suo standard di riferimento per valutare, certificare e monitorare gli impegni di decarbonizzazione delle aziende.
La filosofia dello standard cambia in modo profondo. Il nuovo standard di punta della SBTi segna la prossima fase della transizione net-zero, spostandosi dall’ambizione all’implementazione reale. In pratica: non basta più annunciare un obiettivo al 2050, bisogna dimostrare progressi verificabili anno dopo anno.
I numeri raccontano una crescita imponente della platea coinvolta. Oltre 10.000 aziende dispongono oggi di target validati dalla SBTi a gennaio 2026, con circa 13.000 realtà se si includono anche gli impegni, per una rappresentanza superiore al 40% della capitalizzazione di mercato globale. Il 2025 è stato una fase di crescita cruciale: il numero di aziende con target validati science-based è aumentato del 40% anno su anno, mentre le imprese che hanno adottato obiettivi sia di breve termine sia di net-zero sono salite del 61%.
La geografia della decarbonizzazione volontaria si sta spostando verso oriente, con l’Asia che traina la nuova ondata di adozioni. Un fatto che ribalta la narrazione tradizionale del leadership climatica esclusivamente occidentale.
Greenwashing e greenhushing: le due facce della stessa medaglia
La semplificazione normativa arriva mentre la questione della credibilità delle dichiarazioni aziendali resta tutt’altro che risolta. Il 58% dei dirigenti globali ammette che le loro aziende hanno sovrastimato gli sforzi di sostenibilità e praticato greenwashing, con una percentuale che sale al 72% per le aziende nordamericane.
Allo stesso tempo si affaccia un fenomeno opposto ma altrettanto problematico. L’aumento della vigilanza normativa, unito all’incertezza sull’applicazione, ha creato il rischio di conseguenze indesiderate come il greenhushing: un fenomeno in cui le aziende trattengono o comunicano meno di quanto potrebbero i propri sforzi genuini di sostenibilità.
Il Regno Unito e l’Australia hanno iniziato a inasprire i controlli sulle comunicazioni pubblicitarie, sull’onda di casi come quello delle bustine del tè di Tesco. La Empowering Consumers Directive europea si applicherà da settembre 2026 e introdurrà cambiamenti significativi nella pubblicità ambientale, tra cui il divieto di dichiarazioni ambientali vaghe non supportate da prove, il divieto di usare etichette di sostenibilità non affidabili e il divieto di false dichiarazioni sulla sostenibilità di un prodotto finanziario.
Cosa aspettarsi dai prossimi mesi
La vera partita si giocherà nella capacità delle aziende di trasformare la semplificazione in occasione, non in scusa. Gli ESRS light non riducono la responsabilità sostanziale: cambiano il modo in cui questa viene comunicata. Chi userà il minor carico burocratico per investire in dati di qualità e trasformazione reale avrà un vantaggio competitivo. Chi lo userà come pretesto per abbassare l’asticella si troverà scoperto davanti a investitori, clienti e regolatori sempre più attenti.
La direzione di marcia globale, al netto delle oscillazioni politiche, resta segnata dai flussi di capitale e dalle catene di fornitura. Le grandi imprese europee continueranno a chiedere dati climatici anche ai fornitori formalmente esentati, e le multinazionali americane esportatrici verso l’UE dovranno comunque adeguarsi. La sostenibilità aziendale, semplicemente, cambia lingua ma non muore.
Domande frequenti
Quali aziende sono ancora obbligate a rendicontare secondo la CSRD dopo l'Omnibus I?
Dopo l'adozione dell'Omnibus I nel febbraio 2026, la CSRD si applica esclusivamente alle imprese europee con più di 1.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. Le soglie sono state significativamente innalzate rispetto al testo originario, escludendo migliaia di medie imprese dal perimetro obbligatorio. Anche molte aziende della cosiddetta wave 1, che avevano già iniziato a rendicontare per l'esercizio 2024, potranno uscire dal perimetro per gli esercizi 2025 e 2026 se non soddisfano più le nuove soglie, salvo la trasposizione a livello nazionale.
Cosa cambia concretamente con gli ESRS rivisti adottati a luglio 2026?
La revisione ha ridotto di oltre il 60% i datapoint obbligatori e di oltre il 70% il numero totale di datapoint richiesti dagli standard. Secondo la Commissione europea questa semplificazione dovrebbe abbattere i costi di reporting di oltre il 30% per azienda. L'obiettivo dichiarato è mantenere la qualità delle informazioni divulgate riducendo il carico burocratico. Restano centrali i principi di doppia materialità e la copertura di temi ambientali, sociali e di governance, incluse le emissioni di gas serra su tutti e tre gli scope.
Cos'è la Corporate Net-Zero Standard 2.0 della SBTi e quando diventerà obbligatoria?
Si tratta della nuova versione dello standard net-zero pubblicata dalla Science Based Targets initiative l'11 giugno 2026. Il cambiamento più significativo è filosofico: dal semplice fissare obiettivi si passa alla verifica dell'implementazione, con misurazione continua dei progressi e piani di transizione obbligatori. Le aziende potranno sottoporre i propri target sulla base della Versione 2.0 dall'inizio del 2027, mentre la Versione 1 resterà disponibile fino alla fine del 2027. Dal 31 gennaio 2028 la nuova versione diventerà obbligatoria per tutte le valutazioni di raggiungimento dei target.
Perché gli Stati Uniti stanno andando in direzione opposta all'Europa sul reporting climatico?
L'amministrazione Trump ha impresso una svolta deregolatoria: il 29 maggio 2026 la SEC ha proposto la totale abrogazione delle regole sulla disclosure climatica adottate nel marzo 2024. Le regole, mai realmente entrate in vigore, erano state contestate in tribunale da associazioni imprenditoriali e legislatori repubblicani. Il vuoto federale sta generando una risposta frammentata a livello statale, con California in prima linea attraverso le leggi SB 253 e SB 261, e con molte multinazionali che continueranno comunque a rendicontare per rispettare i requisiti europei o le richieste degli investitori internazionali.
Cos'è il greenhushing e perché rischia di aumentare?
Il greenhushing è la pratica di aziende che deliberatamente comunicano meno di quanto stanno effettivamente facendo sul fronte della sostenibilità, per timore di essere accusate di greenwashing o di attirare contestazioni legali. Il fenomeno rischia di crescere in un contesto di maggiore vigilanza normativa e crescente incertezza applicativa, come rilevato dalla letteratura scientifica sul tema. È l'altra faccia della medaglia del greenwashing: se il primo ingigantisce, il secondo nasconde. In entrambi i casi il risultato è una minore trasparenza informativa per investitori, consumatori e cittadini.
Le fonti
- European Commission Adopts Revised EU CSRD Reporting Standards, Cooley — link allo studio
- European Commission Adopts Revised European Sustainability Reporting Standards, Mayer Brown — link allo studio
- Commission adopts revised sustainability reporting standards, European Commission — link allo studio
- Simplified, not abandoned: EU Corporate Sustainability after the Omnibus I Package, White & Case — link allo studio
- Omnibus I CSRD and CS3D simplification: Council adopts final text, Regulation Tomorrow — link allo studio
- SEC Proposes Full Rescission of Climate-Related Disclosure Rules, Foley Hoag — link allo studio
- SEC Climate Disclosure Rule: Current Status and What to Know in 2026, EcoVadis — link allo studio
- U.S. ESG trends: Fragmentation, backlash and energy security, A&O Shearman — link allo studio
- SBTi Releases Finalized New Corporate Net Zero Standard, ESG Today — link allo studio
- The new Corporate Net-Zero Standard Version 2.0, Science Based Targets Initiative — link allo studio
- SBTi Hits 10,000 Companies with Validated Targets in 2026, Carbon Credits — link allo studio
- SBTi 2026: Net zero & Science-Based Targets, Nexio Projects — link allo studio
- 45 Greenwashing Statistics You Need to Know in 2026, Adopter — link allo studio
- A Framework for Mitigating Greenwashing in Sustainability Reporting, MDPI Sustainability — link allo studio
- The rise of greenwashing amid growing ESG pressures, Watson Farley & Williams — link allo studio




