Contribuenti per una diga

Questa è una storia che parte direttamente dal nostro portafoglio. In un certo senso, dunque, è una cosa che abbiamo pagato, e quindi in parte realizzato, anche noi semplici cittadini italiani, noi che paghiamo le tasse. Come è noto, gran parte dei soldi che noi affidiamo allo Stato finiscono in progetti e iniziative a noi del quasi del tutto sconosciuti, dei quali non conosciamo in alcun modo le conseguenze. Si dà il caso che questa è la storia di come i nostri soldi siano finiti per affamare intere tribù di indigeni in Etiopia e in Kenya. L’oggetto in questione, pagato anche con i nostri risparmi, è la diga Gilgel Gibe III, uno sbarramento di 243 metri di altezza sul fiume Omo, in Etiopia. La diga è collegata alla più grande centrale elettrica dell’Africa, con una potenza in uscita di ben 19870 MW. Come si capisce dal nome, essa è la terza diga della serie Gibe, alla quale dovrebbero seguirne una quarta e una quinta.

La valle dell’Omo

Il fiume Omo, sul quale è stata costruita questa nuova diga, nasce intorno ai 2.500 metri dell’altopiano etiopico, per poi sfociare, dopo 760 chilometri di percorso e un dislivello di 2000 metri, nel Turkana, in Kenya, in una zona completamente desertica. Si capisce dunque come il bacino dell’Omo e del Turkana costituiscano un bene inestimabile per i circa 260mila indigeni delle 17 tribù che vivono in quella valle. Senza quell’acqua, infatti, le coltivazioni della zona sarebbero impossibili. Quell’acqua tanto preziosa è stata però deviata dalla nuova diga, la quale oltre a rifornire la centrale elettrica, va ad irrigare 445 mila ettari di monocolture.

L’orgoglio italiano

L’impresa che si è occupata della realizzazione della diga è la milanese Salini Costruttori, la quale ha svolto i lavori senza aver vinto nessuna gara d’appalto, azione che viola fortemente le leggi vigenti in Etiopia. A pagare l’azienda edile milanese sono prima di tutto il Dag (Development assistance group), la Banca Mondiale e molte agenzie per lo sviluppo, tra cui quella dell’Unione Europea, quella statunitense e quella italiana. Quest’estate il nostro premier Matteo Renzi ha visitato il cantiere della diga, definendola come ‘un orgoglio italiano’: speriamo sinceramente che questa dichiarazione schietta sia figlia dell’ignoranza di quanto succede più a valle, piuttosto che di una colpevole indifferenza.

Le conseguenza sugli indigeni e sull’ambiente

Gli effetti della diga sono disastrosi, sia sul lato ambientale che su quelli sociale e culturale. Lo sbarramento delle acque infatti renderà difficilissimo coltivare e allevare bestiame, le due attività principali dei popoli indigeni stanziati lungo la valle dell’Omo. Questo perché, se è vero che la diga permetterà una produzione faraonica di energia elettrica, è anche vero che né gli etiopi né i kenioti mangiano elettricità; a onor del vero, poi, c’è da aggiungere che molto spesso, in questi casi, quei popoli che soffrono della costruzione di nuove dighe finiscono per non avere nemmeno l’accesso a quella rete elettrica promessa dai costruttori all’inizio dei lavori. Ma la diga mette alle strette non solo la popolazione, ma anche l’ambiente nel suo insieme: si prevedono danni irreversibili a ben due siti istituiti come patrimonio dell’umanità per l’Unesco e a cinque parchi nazionali. È questo l’orgoglio italiano che vogliamo?

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