Porcospino: cos’è, dove vive e perché non è il riccio
Aggiornato il 21 giugno 2026
In Italia “porcospino” è il nome con cui chiamiamo l’istrice (Hystrix cristata), il grande roditore coperto di aculei — non il riccio, che è un animale del tutto diverso. Inoltre, è una specie protetta dalla legge italiana (Legge 157/1992) e classificata a rischio minimo (Least Concern) nella Lista Rossa IUCN. Le popolazioni risultano stabili e in lenta espansione verso il Nord Italia. Vediamo quindi cos’è davvero, dove vive e perché va tutelato.
Porcospino, istrice o riccio? Facciamo chiarezza
La prima cosa da chiarire è il nome, perché è qui che nasce gran parte della confusione. In italiano “porcospino” indica colloquialmente l’istrice, ma la stessa parola viene usata, impropriamente, anche per un altro animale che vive dall’altra parte dell’oceano. E quasi sempre l’istrice viene scambiato per il riccio, che però non è nemmeno un suo parente stretto.
La confusione è comprensibile: tutti e tre gli animali hanno il corpo coperto di aculei, e nel linguaggio comune “porcospino” è diventato un’etichetta generica buona per qualunque bestia spinosa. Tuttavia, sul piano biologico sono lontanissimi tra loro. Distinguerli è il punto di partenza per capire chi è davvero l’animale che incontriamo nelle campagne italiane.
I tre animali che chiamiamo “porcospino”
- Istrice (Hystrix cristata) — è il “porcospino” italiano. Un roditore di grandi dimensioni, fino a 60-70 cm di lunghezza e 10-15 kg di peso, con i caratteristici aculei bianchi e neri sul dorso. È la specie di cui parla questo articolo.
- Riccio (Erinaceus europaeus) — non è un porcospino. È un piccolo insettivoro di 20-30 cm, interamente ricoperto di aculei corti, che si appallottola quando è in pericolo. Lo trattiamo qui solo per distinguerlo, perché è il confronto che tutti cercano.
- Ursone, o porcospino americano (Erethizon dorsatum) — vive in Nord America, è un buon arrampicatore e appartiene a una famiglia diversa dalla nostra istrice. In italiano viene a volte chiamato “porcospino”, da qui un’ulteriore ambiguità.
Porcospino e riccio a confronto
Come si vede, al di là degli aculei i due animali hanno ben poco in comune. È la stessa distinzione che vale per molti altri mammiferi italiani, spesso accomunati nel linguaggio comune ma distanti nella biologia.
Dove vive il porcospino
L’istrice è una specie a distribuzione mediterranea e africana. In Italia è presente soprattutto al Centro-Sud, ma negli ultimi decenni il suo areale si è ampliato verso Nord, risalendo lungo la penisola. Oggi è segnalato anche in regioni dove un tempo era assente. Inoltre, fuori dall’Italia è diffuso nel Maghreb e in ampie zone dell’Africa subsahariana.
Predilige ambienti collinari e di pianura ricchi di vegetazione — boschi, macchia mediterranea, coltivi ai margini delle aree naturali — ma si adatta anche a contesti più aridi. Va aggiunto che è un animale notturno: di giorno riposa in tane che scava nel terreno o in cavità naturali, spesso riutilizzate per anni e dotate di più ingressi. Esce al calar del sole per cercare il cibo e si muove su percorsi abituali. Di solito tende a vivere da solo o in piccoli nuclei familiari, tollerando la presenza di altri individui senza formare vere colonie.
Le tane hanno un ruolo centrale nella vita della specie: scavate con le robuste unghie delle zampe anteriori, possono svilupparsi per diversi metri. Possono anche essere ampliate e riusate a lungo, persino da più generazioni. Qui l’istrice trascorre le ore diurne e alleva i piccoli, al riparo dai predatori e dal caldo. L’espansione del suo areale verso Nord, registrata negli ultimi decenni, è probabilmente legata a fattori ancora oggetto di studio. Questi vanno dall’abbandono delle aree rurali, che restituisce spazio alla vegetazione, ai cambiamenti nell’uso del suolo; di conseguenza, va valutata caso per caso più che ricondotta a una causa sola.
Cosa mangia e come si comporta
Su questo punto va corretto un errore molto diffuso: l’istrice non è onnivoro, è prevalentemente erbivoro. La sua dieta è fatta di radici, bulbi, tuberi, rizomi, cortecce, frutti caduti a terra e parti verdi delle piante. Una curiosità tutt’altro che marginale è l’osteofagia: l’istrice rosicchia ossa e palchi di cervo abbandonati nei boschi. Lo fa non per nutrirsene ma per integrare sali minerali come il calcio e per consumare i denti, che nei roditori crescono di continuo. Non caccia rettili, uccelli o piccoli mammiferi. L’idea che si nutra “di tutto”, crocchette comprese, è dunque un fraintendimento da sfatare.
Sul comportamento difensivo, l’altro grande mito da smontare riguarda gli aculei. L’istrice non “lancia” gli aculei. Quando si sente minacciato li drizza contraendo i muscoli del dorso, sembra molto più grande di quanto sia e fa vibrare gli aculei cavi della coda producendo un suono d’allarme inconfondibile.
Se il predatore non desiste, l’animale indietreggia di scatto puntandogli contro le punte. In caso di contatto, gli aculei si staccano facilmente e restano conficcati nell’aggressore. Di qui nasce l’impressione che vengano scagliati.
Il meccanismo è puramente meccanico — gli aculei non sono velenosi — ma efficace: poche specie osano insistere. Gli aculei stessi sono peli modificati, cavi e rigidi. La loro alternanza di bande bianche e nere funziona da segnale di avvertimento ben visibile anche di notte: comunica al predatore, prima ancora del contatto, che conviene tenersi alla larga.
L’istrice, del resto, è un animale schivo. È più preda che predatore, e non attacca l’uomo se non viene messo alle strette.
Status IUCN e tutela legale
A livello globale la Lista Rossa IUCN classifica Hystrix cristata come specie a rischio minimo (Least Concern): le popolazioni sono considerate ampie e stabili, e in Italia la specie è in espansione. Tuttavia, questo non significa che non sia tutelata — anzi, in Italia gode di una protezione legale piena.
La Legge 157/1992, che disciplina la protezione della fauna selvatica e il prelievo venatorio, include l’istrice tra le specie particolarmente protette: cacciarlo o catturarlo è vietato e costituisce reato. La tutela è rafforzata a livello europeo dalla Direttiva Habitat (92/43/CEE), che inserisce la specie tra quelle di interesse comunitario che richiedono protezione rigorosa. Inoltre, la Convenzione di Berna sulla conservazione della vita selvatica europea offre ulteriore protezione.
Vale la pena chiarire un equivoco frequente: il fatto che l’istrice sia “a rischio minimo” sulla scala IUCN e che sia al tempo stesso “specie protetta” in Italia non è una contraddizione. In effetti, la Lista Rossa misura il rischio di estinzione globale; la legge italiana stabilisce invece quali specie non possono essere cacciate o catturate, indipendentemente dal loro stato di conservazione. Una specie può quindi essere comune e protetta allo stesso tempo.
Le minacce reali
Essere classificato a rischio minimo non vuol dire essere al sicuro da ogni pressione. Per onestà va detto che l’istrice non è una specie in pericolo, ed è bene non drammatizzare: le sue popolazioni tengono. I problemi che incontra sono però concreti e quasi tutti legati al rapporto con l’uomo.
Il più rilevante è la mortalità stradale: animale notturno e legato a percorsi fissi, l’istrice viene spesso investito mentre attraversa strade che tagliano i suoi territori, anche perché i fari lo abbagliano e lo immobilizzano. Si tratta di una delle cause di morte più facili da documentare, proprio perché lascia tracce visibili. Inoltre, è quella su cui è più semplice intervenire, con accorgimenti alla guida e infrastrutture dedicate. Restano poi il bracconaggio e la persecuzione diretta — in passato veniva cacciato per le carni e ancora oggi può essere ucciso illegalmente perché danneggia gli orti — e la frammentazione dell’habitat dovuta a urbanizzazione e infrastrutture, che isola le popolazioni e moltiplica i punti di conflitto con strade e coltivi. Si tratta delle stesse pressioni che gravano su buona parte della fauna selvatica italiana. Questo riguarda anche specie molto diverse, comprese alcune specie aliene in Italia la cui diffusione altera gli equilibri locali.
Cosa puoi fare per proteggerlo
Per una specie come l’istrice, tutelarla significa soprattutto ridurre i punti di attrito con le attività umane. Alcune azioni concrete:
- Guida con attenzione di notte nelle aree rurali e boschive, soprattutto al crepuscolo e dopo il tramonto: la maggior parte degli incidenti avviene così. Rallentare dove la strada attraversa boschi e campagne salva molti animali.
- Sostieni i sottopassi faunistici e gli interventi di deframmentazione, che permettono alla fauna di attraversare le strade in sicurezza.
- Non disturbare le tane né raccogliere aculei come “souvenir”: l’animale va lasciato in pace nel suo ambiente.
- Segnala avvistamenti, animali feriti o investiti agli enti competenti (servizi veterinari, centri di recupero della fauna selvatica, polizia provinciale): i dati aiutano a mappare la presenza della specie e a intervenire.
L’istrice è un buon esempio di come la “convivenza” valga più della protezione d’emergenza: non serve salvarlo dall’estinzione, serve smettere di ostacolarlo. Riconoscere che il “porcospino” del giardino è in realtà un istrice protetto, e trattarlo di conseguenza, è già il primo passo.
Domande frequenti
Che differenza c'è tra il riccio e il porcospino?
Sono due animali diversi e non imparentati. Il porcospino — in Italia l’istrice (Hystrix cristata) — è un roditore che può superare i 60 cm, con aculei lunghi anche 30 cm nascosti sotto il pelo. Il riccio (Erinaceus europaeus) è un piccolo insettivoro di 20-30 cm, interamente ricoperto di aculei corti e fissi, che in caso di pericolo si appallottola. Appartengono a ordini diversi: roditori l’istrice, eulipotifli il riccio.
Il porcospino è velenoso?
No. Gli aculei dell’istrice non contengono veleno: sono strutture meccaniche di cheratina, lo stesso materiale di capelli e unghie. Possono però causare ferite profonde, perché si conficcano con facilità e si staccano dal corpo dell’animale rimanendo nella pelle. Le ferite vanno disinfettate perché possono infettarsi. L’istrice non attacca l’uomo: usa gli aculei solo come difesa quando si sente minacciato.
Cosa fa il porcospino per difendersi?
Quando è minacciato, l’istrice drizza gli aculei contraendo i muscoli del dorso e appare molto più grande; fa inoltre vibrare gli aculei cavi della coda, producendo un suono d’allarme. Se il predatore insiste, indietreggia di scatto puntando gli aculei contro l’aggressore. Contrariamente a una credenza diffusa, non li lancia: si staccano solo per contatto diretto. È un animale schivo, più preda che predatore.
Perché si chiama porcospino?
Il nome unisce “porco” e “spino”: un “porco con le spine”, per il corpo tozzo e il verso simile a un grugnito. La grafia compare sia unita (“porcospino”) sia staccata (“porco spino”). In zoologia, però, il termine corretto per la specie italiana è istrice (Hystrix cristata). “Porcospino” resta il nome colloquiale più diffuso ed è anche il modo, improprio, con cui in italiano si indica l’ursone americano.
Il porcospino è una specie protetta in Italia?
Sì. In Italia l’istrice è tutelato dalla Legge 157/1992, che lo include tra le specie particolarmente protette: cacciarlo o catturarlo è vietato e costituisce reato. La specie è protetta anche a livello europeo dalla Direttiva Habitat (92/43/CEE) e dalla Convenzione di Berna. A livello globale la Lista Rossa IUCN la classifica a rischio minimo (Least Concern), con popolazioni stabili.
Le fonti
- Hystrix cristata — scheda specie e stato di conservazione, IUCN Red List, 2016 — link allo studio
- Fauna italiana e specie protette, ISPRA — link allo studio
- Direttiva 92/43/CEE (Habitat), Allegato IV, Unione Europea — EUR-Lex, 1992 — link allo studio
- Convenzione di Berna sulla conservazione della vita selvatica europea, Consiglio d'Europa, 1979 — link allo studio
- Legge 11 febbraio 1992, n. 157, Normattiva, 1992 — link allo studio




