Di bioarchitettura e green building ormai si fa un gran parlare. La sostenibilità applicata all’architettura sembra essere diventata una pratica mainstream, ovvero conosciuta, apprezzata e messa in atto da tutti. Ma non è realmente così. Certamente negli ultimi di anni di passi in avanti ne sono stati compiuti molti, soprattutto a livello di consapevolezza. È ormai risaputo che gran parte dell’energia consumata a livello mondiale dipende dall’edilizia e che una progettazione più attenta all’impatto ambientale è un traguardo da raggiungere a beneficio di tutti. Eppure di edifici veramente green se ne realizzano ancora pochi, basti pensare che soltanto l’1% delle nuove costruzioni negli Usa sono state lo scorso anno certificate Leed, lo standard più noto al mondo per l’attestazione di sostenibilità del costruito.

Insomma, i vantaggi della progettazione sostenibile sono ben noti, ma si continua a costruire in modo tradizionale. Perché questa contraddizione? A limitare la diffusione del green building sono sicuramente alcuni aspetti ancora poco chiari. C’è chi sostiene che la bioarchitettura sia troppo costosa, chi ritiene i protocolli eccessivamente complessi e chi ancora che ritiene che gli edifici energeticamente efficienti siano esteticamente brutti. Tutti pregiudizi, secondo Lance Hosey, esperto di greenbuilding e Leed fellow che, in un interessante articolo pubblicato sulla versione online dell’Huffington Post, smentisce queste false credenze. Sottolineando come la scarsa diffusione del green building dipenda anche e soprattutto da una serie di convinzioni sbagliate e da un’interpretazione sbagliata del concetto di ‘sostenibilità’, Hosey stila una versa e propria lista dei miti da sfatare legati alla bioarchitettura. Vediamola.

1.    Sostenibilità uguale ambientalismo

Comunemente si tende a credere che la sostenibilità abbia a che vedere esclusivamente con questioni ambientali. Wikipedia, ad esempio, definisce il green building come “un metodo costruttivo ecologicamente responsabile e che prevede un uso efficiente delle risorse“. E non è raro sentire gli architetti affermare: “I miei clienti non sono dei tree huggers” (accezione americana per definire gli ambientalisti fanatici). Eppure nella sua definizione originaria, il concetto di sostenibilità prevede l’integrazione di tre elementi: società, economia e ambiente. Quando parliamo di sostenibilità in architettura non dovremmo, quindi, limitarci alla ‘pura ecologia’ ma allo sviluppo di un qualcosa di più profondo e complesso.

2.    Sostenibilità è innovazione tecnologica

“Un piano per un futuro sostenibile” è il titolo della copertina del numero di novembre 2009 della rivista Scientific American. Il sottotitolo è “Come ricavare tutta l’energia da vento, acqua e sole entro il 2030”. Questa frase riflette un punto di vista ben preciso: il problema da risolvere è il riscaldamento globale, la causa sono le emissioni nocive provocate da sistemi obsoleti e la soluzione è l’implementazione di meccanismi e sistemi più intelligenti. Il che può essere corretto, se non lo si prende alla lettera. Molti architetti credono che progettare in modo sostenibile equivale a introdurre nella struttura pannelli solari e turbine eoliche. Ma questa è una visione riduttiva.  “È progresso se un cannibale usa la forchetta?“, scherzava il poeta Stanisław Jerzy Lec. Le nuove tecnologie sono fondamentali, ma non basta implementarle per poter parlare di evoluzione. La sostenibilità non può essere relegata a una questione di strumenti e sistemi ma deve essere considerata come una visione complessiva e generale, un nuovo modo di veicolare valori.

3.    La progettazione sostenibile costa troppo

Probabilmente la critica più comune alla bioedilizia ed alla bioarchitettra è inerente il costo, ritenuto troppo elevato. In un sondaggio del 2008 condotto su un campione di 700 professionisti, l’80% ha citato “gli alti costi iniziali di investimento” come il maggiore ostacolo alla progettazione. Eppure, uno studio di una dozzina di anni fa riferiva che il surplus di prezzo per un progetto Leed fosse solo del 2% rispetto a un edificio tradizionale, ampiamente ripagato, tra l’altro, considerando i benefici a lungo termine, stimati in un risparmio 10 volte maggiore. Attualmente, stando alle ultime stime, possono non esserci più differenze nei costi iniziali, mentre i vantaggi sul lungo periodo rimangono. Solo per fare un esempio, il San Francisco Federal Building ha consentito un risparmio di 11mld di dollari sui consumi energetici grazie al sistema di raffrescamento meccanico, per un edificio costato il 13,5% in meno rispetto alla media. Perché si continua a credere che il green building sia più caro dell’edilizia tradizionale?

4. La progettazione sostenibile richiede più tempo

Gli architetti spesso si lamentano che la bioedilizia richieda troppo tempo. La ricerca di prodotti e sistemi alternativi e l’analisi del funzionamento del sistema-edificio implicano molte più ore di lavoro, che i professionisti ritengono di non avere. Ma non è così. Perché se si mettessero in pratica i processi di progettazione integrata, come previsto dalla progettazione sostenibile, ci sarebbe un enorme risparmio di tempo. Insomma, il concetto di sostenibilità dovrebbe essere applicato anche al processo di progettazione, prevedendo un’ottimizzazione e una razionalizzazione delle risorse, tempo compreso.

5. La sostenibilità non ha nulla a che fare con l’architettura

Sono molti gli architetti famosi che respingono la sostenibilità perché, citando le parole del vincitore del National Design Award Peter Eisenman, “non ha nulla a che fare con l’architettura“. Si tende a credere che le prestazioni di un edificio dipendano esclusivamente dalle caratteristiche tecniche dei sistemi installati quando invece la forma della struttura e alcune scelte prettamente di design influenzano enormemente i risultati finali, in termini prestazionali e di comfort. È stato stimato che l’80-90% dell’impatto di un edificio è determinato nelle prime fasi di sviluppo. Le archistar dovrebbero quindi cambiare idea sulla sostenibilità.

6. La bioarchitettura è brutta

Alcuni dei peggiori edifici che ho visto sono stati realizzati da architetti sostenibili“, ha più volte dichiarato Eisenman. E la pensa così anche Rafael Viñoly, convinto del fatto che “la sostenibilità non ha, e non dovrebbe avere, nulla a che fare con lo stile“. Gli architetti più esteti nella maggior parte dei casi vedono la bioarchitettura come un qualcosa di funzionale ma certamente non bello. In poche parole: l’etica non fa rima con l’estetica. Ma anche in questo caso, il punto di vista è sbagliato. E lo è proprio perché si continua a vedere la sostenibilità come un qualcosa di legato esclusivamente alla tecnologia e ai sistemi, qualcosa di meccanico e non empatico. Il concetto di sostenibilità, invece, è molto più ampio e non è pensabile raggiungere degli obbiettivi, sociali ed economici, ad esempio, con qualcosa di ‘brutto’ o di asettico. Un progetto è sostenibile anche quando viene ‘accolto’ dalla società e dal territorio e per far sì che questo avvenga non basta arrivare alla mente ma è necessario toccare anche il cuore. Un progetto  sostenibile quindi è, o perlomeno dovrebbe essere, anche bello.

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