Biodiversità: il segreto invisibile sotto i nostri piedi
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Biodiversità: il segreto invisibile sotto i nostri piedi

Quando pensiamo alla conservazione della biodiversità, l’immaginario collettivo va immediatamente alle foreste pluviali, agli orsi polari, ai grandi felini africani. Eppure, la vera ricchezza del pianeta si nasconde sotto i nostri piedi, in un universo sotterraneo popolato da miliardi di organismi che regolano la vita sulla Terra.

Non è retorica: comunità sane e diversificate di batteri, funghi, nematodi, acari e altri organismi sotto i nostri piedi migliorano direttamente la quantità e qualità della produzione alimentare, la capacità dei suoli di trattenere acqua e persino la salute umana. Gli scienziati stanno finalmente riconoscendo che la Terra è davvero marrone e nera, non verde.

Il mondo nascosto che alimenta gli ecosistemi

La biodiversità del suolo è rimasta a lungo fuori dalla vista e dalla mente collettiva. Tuttavia, le prove stanno aumentando: l’immensa diversità di microrganismi e animali che vivono nel sottosuolo contribuisce in modo significativo a plasmare la biodiversità sopra il suolo e il funzionamento degli ecosistemi terrestri.

I suoli sono sempre più riconosciuti come uno degli habitat più ricchi di specie sulla Terra. Un dato impressionante arriva dalle foreste tropicali del Camerun: in poco più di 90 centimetri cubi di suolo si trovano 89 specie di nematodi. Questi piccoli vermi, spesso chiamati “i leoni del sottosuolo”, dominano il regno del suolo insieme a una miriade di altri organismi.

La multifunzionalità nascosta

La biodiversità del suolo sostiene simultaneamente diverse funzioni ecosistemiche, un fenomeno definito multifunzionalità ecosistemica, e gioca un ruolo cruciale negli ecosistemi di tutto il mondo. Decomposizione, ciclo dei nutrienti, produzione primaria: tutto passa attraverso questa complessa rete alimentare sotterranea.

Recenti studi hanno sfatato un mito consolidato: per lungo tempo si è pensato che le comunità microbiche del suolo fossero così diversificate e funzionalmente ridondanti che i cambiamenti nella composizione non si sarebbero tradotti in cambiamenti nelle funzioni. Tuttavia, studi recenti hanno dimostrato che la composizione della comunità è importante.

Il ripristino degli ecosistemi: una corsa contro il tempo

A livello globale, il decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi (2021-2030) ha fissato obiettivi ambiziosi. Di fronte alla triplice minaccia del cambiamento climatico, della perdita di natura e dell’inquinamento, il mondo deve mantenere l’impegno a ripristinare almeno un miliardo di ettari di terra degradata nel prossimo decennio, un’area grande quanto la Cina.

Ma quanto può davvero aiutare il ripristino? Una recente ricerca su Nature Geoscience ha ridimensionato alcune aspettative ottimistiche. Il potenziale massimo di sequestro è di 96,9 gigatonnellate di carbonio, equivalente al 17,6% delle emissioni antropogeniche ad oggi, o al 3,7-12,0% se si considerano le emissioni future fino al 2100. Numeri importanti, ma che dimostrano come il ripristino da solo non basti senza una drastica riduzione delle emissioni.

I numeri del Global Biodiversity Framework

Dal Global Horizon Scan 2026 emergono sfide preoccupanti. Prove di un diffuso declino dell’umidità del suolo suggeriscono una crescente pressione sugli ecosistemi terrestri e d’acqua dolce, con implicazioni per la produzione alimentare, la biodiversità e la sicurezza idrica.

Anche gli oceani mostrano segnali inquietanti: l’identificazione dell’oscuramento oceanico, ovvero il calo della penetrazione della luce in vaste regioni oceaniche, potrebbe influenzare la produttività marina e le catene alimentari in modi che stanno solo iniziando a essere compresi.

Il quadro si completa con altre minacce: entro la fine del secolo si prevede che i cambiamenti climatici causeranno una contrazione complessiva dell’areale delle macroalghe, con perdite superiori al 10% delle specie di macrofite nel 17-22% delle località. Le aree altamente adatte ai letti di fanerogame costiere e alghe brune potrebbero diminuire del 78-96%.

Avvelenamento della fauna selvatica: una piaga silenziosa in Europa

Mentre parliamo di conservazione, un fenomeno criminale continua a minacciare la biodiversità europea. Uno studio ha documentato 3.196 eventi di avvelenamento nell’arco di due decenni (1996-2016) in 22 paesi europei, che hanno colpito 4.437 rapaci di 37 specie diverse.

Le specie più colpite erano, come previsto, spazzini obbligati e facoltativi, con poiane, aquile, avvoltoi e nibbi che rappresentavano l‘85% degli uccelli avvelenati. Un dato allarmante: oltre la metà degli avvelenamenti con carbofuran e aldicarb è avvenuta dopo che queste sostanze sono state vietate dal commercio. Il carbofuran è stato il veleno più frequentemente rilevato.

Le campagne per fermare il crimine ambientale

L’avvelenamento illegale è la principale causa di mortalità antropica per il nibbio reale, come rivelato dal progetto LIFE EUROKITE. La pratica ha effetti devastanti sulle popolazioni di numerose specie minacciate come rapaci e avvoltoi, portando a estinzioni locali e regionali e impedendo il ritorno di alcune specie.

Varie iniziative stanno nascendo per contrastare questo fenomeno. È tempo che l’Unione Europea agisca contro l’avvelenamento illegale della fauna selvatica in Europa: implementare il Piano Strategico di Roma 2020-2030 in modo più deciso ed efficace, sensibilizzare il pubblico e i decisori politici, e creare un database centralizzato sugli avvelenamenti.

La perdita di habitat e il declino degli uccelli

La degradazione forestale rappresenta un’altra minaccia critica. Una ricerca pubblicata su Nature Ecology & Evolution ha analizzato 35 anni di dati in Canada orientale, rivelando un quadro preoccupante. Modelli di distribuzione delle specie hanno rivelato che la perdita di habitat riproduttivo si è verificata per il 66% delle 54 specie più comuni dal 1985 al 2020 ed era fortemente associata alla riduzione delle classi di età vecchie.

La causa principale? Uno studio nel Canada orientale ha scoperto che le strategie di gestione forestale che portano a una struttura e composizione forestale semplificate hanno causato la perdita di habitat riproduttivo e le associate perdite di popolazione per molte specie di uccelli.

Il nido mancante

Anche le foreste tropicali mostrano problemi simili. Una ricerca condotta in Ecuador ha documentato come l’habitat di nidificazione sembri limitare la riproduzione delle popolazioni di uccelli nidificanti in cavità nell’agricoltura tropicale, ma non nella foresta. La deforestazione elimina letteralmente i luoghi dove gli uccelli possono riprodursi.

La situazione è così grave che si stima che il 25% delle specie di uccelli esistenti sia minacciato di estinzione per perdita di habitat. L’espansione agricola, l’urbanizzazione, il disboscamento e gli incendi degradano e frammentano gli habitat naturali degli uccelli in tutto il mondo.

Tecnologia al servizio della natura

Non tutte le notizie sono negative. Dispositivi Tiny Machine Learning a basso consumo che non richiedono connessione internet e chip AI ottici che richiedono energia minima potrebbero presto consentire il rilevamento della biodiversità in tempo reale in paesaggi remoti. Queste tecnologie potrebbero rafforzare la base di prove per le decisioni di conservazione.

Tuttavia, questi strumenti sollevano anche domande su trasparenza, accesso ai dati e domanda di energia. Garantire che tali tecnologie funzionino per un’ampia gamma di utenti, comprese le comunità con infrastrutture digitali limitate, sarà centrale per come i loro benefici vengono condivisi equamente.

Il valore del monitoraggio globale

La necessità di dati affidabili sulla biodiversità del suolo ha portato alla creazione del Soil Biodiversity Observation Network (Soil BON). Soil BON aiuterà a raccogliere dati comparabili sul suolo su larga scala e per lunghi periodi di tempo. Sono necessarie regole standardizzate a livello mondiale per determinare cosa dovrebbe essere registrato e come.

Nel caso di Soil BON, questi includono parametri come la respirazione del suolo, l’attività enzimatica, il turnover dei nutrienti e la diversità genetica. Una rete globale di osservazione che potrebbe finalmente dare visibilità a questo mondo nascosto.

Speranze concrete per il futuro

Gli scienziati affermano che ripristinare solo il 15% degli ecosistemi nelle aree prioritarie e migliorare così gli habitat può ridurre del 60% le estinzioni. È un messaggio di speranza basato sulla scienza: la conservazione funziona, quando viene fatta strategicamente.

Insieme, i sette nuovi progetti flagship riconosciuti dall’ONU nel 2024 dovrebbero ripristinare quasi 40 milioni di ettari, un’area quasi 600 volte la dimensione di Nairobi, e creare circa 500.000 posti di lavoro. Dimostrazioni concrete che economia e ambiente possono andare di pari passo.

Ma il tempo stringe. Il decennio ONU per il ripristino degli ecosistemi si conclude nel 2030, che è anche la scadenza per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Senza fermare e invertire il degrado degli ecosistemi terrestri e acquatici, un milione di specie sono a rischio di estinzione.

La biodiversità nascosta del suolo, gli uccelli che perdono i loro nidi, gli ecosistemi avvelenati: sono tutte facce della stessa crisi globale. La buona notizia è che conosciamo le soluzioni. La cattiva notizia è che dobbiamo agire adesso, prima che sia davvero troppo tardi. Il sottosuolo, dopotutto, non può più aspettare.