Fattori ESG: cosa sono e perché contano ancora nel 2026
I fattori ESG sono i criteri con cui si misura l’impatto di un’azienda su tre dimensioni: ambientale (Environmental), sociale (Social) e di gestione societaria (Governance). La sigla compare per la prima volta nel 2004 nel rapporto ONU “Who Cares Wins” e oggi orienta un mercato da 3.700 miliardi di dollari di fondi sostenibili, secondo i dati Morningstar di giugno 2026. Capire cosa significa ESG nel 2026 richiede però un aggiornamento: il pacchetto Omnibus dell’Unione europea ha ridotto la platea delle imprese obbligate a rendicontare, mentre i tre criteri restano il linguaggio comune di investitori, banche e autorità di vigilanza.
Cosa significa ESG: i tre criteri, uno per uno
L’acronimo ESG si riferisce a tre famiglie di parametri. Ciascuna risponde a una domanda diversa sul comportamento di un’organizzazione.
Environmental è il criterio ambientale. Valuta le emissioni di gas serra, il consumo di energia e risorse naturali, la generazione di rifiuti e l’effetto su acqua e biodiversità. In questa categoria rientrano i programmi di decarbonizzazione delle imprese, che si ricollegano agli obiettivi Net Zero già raggiunti da alcuni paesi.
Social rappresenta il criterio sociale. Esamina come l’azienda si relaziona con le persone: salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, equità salariale e di genere, diritti umani lungo la catena di fornitura e interazioni con le comunità circostanti. Un’impresa che vanta risultati ambientali eccellenti ma ha fornitori che sfruttano i lavoratori presenta un profilo ESG fragile.
Governance si riferisce alla gestione delle aziende. Osserva la composizione e l’indipendenza del consiglio di amministrazione, la trasparenza nelle decisioni, le politiche retributive dei dirigenti e le misure contro la corruzione e l’evasione fiscale. La governance è l’aspetto meno evidente, ma determina la credibilità degli altri due: in assenza di controlli interni, i dati ambientali e sociali forniti hanno poco valore.
Da dove nasce la sigla: il rapporto “Who Cares Wins” del 2004
La sigla ESG ha fatto la sua prima apparizione nel giugno 2004 con il rapporto “Who Cares Wins – Connecting Financial Markets to a Changing World”, lanciato dal Global Compact delle Nazioni Unite su iniziativa dell’allora segretario generale Kofi Annan. Hanno firmato il documento 20 istituzioni finanziarie che gestivano complessivamente oltre 6.000 miliardi di dollari di attivi. L’idea di fondo: integrare le questioni ambientali, sociali e di governance nell’analisi finanziaria favorisce mercati più stabili e valutazioni più precise.
Per quasi vent’anni i fattori ESG sono stati considerati uno strumento facoltativo, adottato da investitori e agenzie di rating. Il passaggio da consuetudine di mercato a obbligo normativo arriva in Europa con la direttiva CSRD del 2022, che richiede alle aziende oltre un certo limite di presentare un bilancio di sostenibilità certificato. È proprio in questo ambito che la situazione ha subito un nuovo cambiamento.
Chi deve rendicontare nel 2026: la CSRD dopo il pacchetto Omnibus
La direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive, 2022/2464) avrebbe dovuto estendere l’obbligo di rendicontazione a circa 50.000 aziende in Europa. Tra il 2025 e il 2026, però, l’Unione europea ha fatto marcia indietro sul perimetro in nome della competitività. Prima la direttiva “stop the clock” dell’aprile 2025 ha posticipato di due anni gli obblighi per le aziende della seconda e terza ondata. Poi il pacchetto Omnibus I, pubblicato nella Gazzetta ufficiale UE il 26 febbraio 2026 e in vigore dal 18 marzo 2026, ha aggiornato le soglie: l’obbligo scatta dai 1.000 dipendenti in su, con un fatturato annuale superiore a 450 milioni di euro. Così, migliaia di imprese medie e medio-grandi escono dall’obbligo diretto, mentre le PMI restano tutelate dall’effetto cascata: i grandi gruppi non possono richiedere ai piccoli fornitori più dati di quelli previsti da uno standard volontario dedicato.
La stessa logica ha toccato anche la CSDDD, la direttiva sulla due diligence nelle catene del valore: le soglie aggiornate, fissate a oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato, la restringono a circa 1.600 aziende in tutta l’Unione.
Gli standard tecnici sono stati resi più semplici. EFRAG, l’ente consultivo europeo per la rendicontazione, ha presentato nel dicembre 2025 la revisione degli standard ESRS; la Commissione ha approvato l’atto delegato il 3 luglio 2026. Gli ESRS rivisti si applicano dagli esercizi 2027, con la possibilità di adozione anticipata già sul 2026. Il punto sul reporting lo facciamo in che cosa cambia per il reporting di sostenibilità nel 2026.
| Norma | Cosa prevede | Chi riguarda nel 2026 |
|---|---|---|
| CSRD (dopo Omnibus I) | Bilancio di sostenibilità secondo gli ESRS | Imprese con oltre 1.000 dipendenti e fatturato sopra 450 milioni di euro |
| CSDDD (dopo Omnibus I) | Due diligence su diritti umani e ambiente nella filiera | Imprese con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato (~1.600 in UE) |
| ESRS rivisti | Standard di rendicontazione semplificati | Applicazione dagli esercizi 2027, anticipo volontario sul 2026 |
| Standard volontario UE | Rendicontazione leggera per chi è fuori obbligo | PMI e imprese uscite dal perimetro CSRD |
| Direttiva EmpCo (2024/825) | Divieto di claim ambientali generici o non provati | Tutte le imprese che comunicano ai consumatori, dal 27 settembre 2026 |
| Regolamento rating ESG (2024/3005) | Autorizzazione e vigilanza ESMA sui fornitori di rating | Fornitori di rating ESG attivi in UE, dal 2 luglio 2026 |
Rating ESG: chi valuta le aziende e le nuove regole europee
Oltre agli obblighi normativi, si è sviluppato un mercato dedicato alle valutazioni. Aziende specializzate come MSCI, Sustainalytics (parte del gruppo Morningstar), S&P Global, Moody’s e Bloomberg attribuiscono punteggi ESG alle società quotate, punteggi che incidono sulle decisioni degli investitori. Il limite storico di questo mercato è la divergenza: approcci differenti portano a valutazioni dissimili per la medesima azienda, e per lungo tempo non è stata esercitata alcuna supervisione da parte delle autorità competenti.
Dal 2 luglio 2026 la situazione è cambiata: con il regolamento europeo 2024/3005 i fornitori di rating ESG sono sottoposti alla vigilanza dell’ESMA, l’autorità europea che supervisiona i mercati finanziari. Chi opera all’interno dell’Unione ha l’obbligo di ottenere un’autorizzazione, pubblicare le metodologie utilizzate e mantenere separati il rating dalle attività che possono generare conflitti di interesse, come la consulenza alle aziende valutate. Il regolamento non stabilisce una metodologia standard: il suo obiettivo è rendere i giudizi più confrontabili e trasparenti. Per le aziende italiane, il cammino rimane lungo: la transizione ESG delle imprese italiane evidenzia livelli di adeguatezza mediamente bassi nella maggior parte dei casi.
Greenwashing e greenhushing: i due eccessi della comunicazione ESG
Il greenwashing è il rischio più noto associato ai fattori ESG: apparire più sostenibili di quanto si è realmente. Su questo fronte l’Europa ha intrapreso due strade opposte nel medesimo biennio. La direttiva EmpCo (2024/825), da applicare in tutti gli Stati membri dal 27 settembre 2026, proibisce i claim ambientali generici e non verificati: non sono più accettati termini come “eco-friendly” o “rispettoso dell’ambiente” senza prove concrete, né etichette di sostenibilità auto-generate, né affermazioni di neutralità climatica basate esclusivamente sulla compensazione delle emissioni. La direttiva Green Claims, che avrebbe introdotto la verifica anticipata delle dichiarazioni da parte di enti indipendenti, ha invece fatto naufragio: nel giugno 2025 la Commissione ha reso nota l’intenzione di ritirarla, e ad agosto 2026 la proposta rimane ferma, con un futuro incerto. Abbiamo già evidenziato chi corre maggiori rischi in il 58% delle grandi aziende è a rischio greenwashing.
Il fenomeno opposto è noto come greenhushing: si tratta di non rivelare i propri impegni per il clima per timore di contestazioni e cause legali. Stando al Net Zero Report 2023-2024 di South Pole, una società specializzata in consulenze climatiche che ha coinvolto oltre 1.400 aziende in 12 nazioni, il 60% delle compagnie limita la comunicazione ambientale pur continuando a implementare i propri programmi. Il silenzio ha un costo collettivo: in assenza di dati pubblici, confrontare le aziende diventa impossibile anche per chi vorrebbe premiarle.
Meno obblighi di legge, stessa domanda di trasparenza
La retromarcia normativa europea ha ridotto gli obblighi, ma non la richiesta di dati. I fondi sostenibili a livello globale hanno raggiunto i 3.700 miliardi di dollari a giugno 2026, record storico secondo Morningstar, con oltre l‘80% del patrimonio in Europa. Le banche integrano i rischi ESG nella valutazione del credito, seguendo le linee guida dell’Autorità bancaria europea del 2020. Anche i grandi gruppi rimasti nel perimetro CSRD continueranno a chiedere informazioni ai fornitori, sia pure nei limiti dello standard volontario. Per un’impresa, anche piccola, i fattori ESG restano quindi una misura tangibile: aiutano ad anticipare le richieste di clienti e finanziatori, e distinguono la sostenibilità documentata dalle dichiarazioni di facciata.
Domande frequenti
Cosa significa la sigla ESG?
ESG sta per Environmental, Social and Governance: ambiente, società e gestione societaria. Sono i tre criteri con cui si misura la sostenibilità di un'azienda, oltre i soli risultati economici. Il criterio ambientale copre emissioni, energia, rifiuti e biodiversità; quello sociale i diritti dei lavoratori e l'impatto sulle comunità; la governance riguarda trasparenza, controlli interni e composizione del consiglio di amministrazione. La sigla nasce nel 2004 dal rapporto ONU "Who Cares Wins".
Quali aziende devono pubblicare il bilancio di sostenibilità nel 2026?
Dopo il pacchetto Omnibus I, in vigore dal 18 marzo 2026, l'obbligo europeo di rendicontazione (CSRD) riguarda le imprese con più di 1.000 dipendenti e un fatturato annuo superiore a 450 milioni di euro. Le imprese sotto queste soglie escono dall'obbligo diretto e possono usare uno standard volontario semplificato. Gli standard tecnici ESRS rivisti si applicano dagli esercizi 2027, con adozione anticipata consentita sul 2026.
Il pacchetto Omnibus ha cancellato gli obblighi ESG?
No, li ha ristretti. La rendicontazione resta obbligatoria per i grandi gruppi sopra le nuove soglie, la due diligence di filiera (CSDDD) si applica a circa 1.600 imprese europee con oltre 5.000 dipendenti, e dal 27 settembre 2026 il divieto di claim ambientali ingannevoli vale per tutte le aziende che comunicano ai consumatori. Sono usciti dall'obbligo diretto le imprese medie e i gruppi sotto i 1.000 dipendenti.
Che differenza c'è tra greenwashing e greenhushing?
Il greenwashing è comunicare una sostenibilità che non c'è, o gonfiare quella che c'è: un rischio legale crescente, vietato in UE dalla direttiva 2024/825. Il greenhushing è l'opposto: tacere impegni climatici reali per paura di accuse o cause. Secondo il Net Zero Report 2023-2024 di South Pole, il 60% di oltre 1.400 aziende intervistate in 12 paesi ha scelto un profilo comunicativo più basso pur mantenendo i propri programmi climatici.
Le fonti
- Who Cares Wins: Connecting Financial Markets to a Changing World (2004), Nazioni Unite / Global Compact — link allo studio
- Who Cares Wins 2004-08, Issue Brief, IFC / Banca Mondiale — link allo studio
- European Commission Publishes Delegated Act on Revised ESRS (3 luglio 2026), EFRAG, 2027 — link allo studio
- Omnibus I: come cambiano le regole per la sostenibilità d'impresa (marzo 2026), Agenda Digitale, 2026 — link allo studio
- Direttiva (UE) 2024/825 (EmpCo), EUR-Lex, 2026 — link allo studio
- Global Sustainable Fund Report Q2 2026, TodayESG / Morningstar — link allo studio




