Nelle ultime settimane in Iran si sono succeduti molti duri moti di protesta. Il Paese sta forse rivivendo le stesse rivolte studentesche del 1999? O è forse un ripetersi del movimento verde del 2009? No, niente di simile: le proteste che hanno scosso oltre 70 città iraniane durante il mese di gennaio sono il risultato di un disagio sempre più diffuso e devastante. E sì, uno dei motivi principali di questo crescente malessere è proprio la siccità che da anni ha colpito il Paese, e che i governi non sono mai stati in grado di affrontare.

La lunga siccità iraniana

Proprio così: nell’Iran di Rouhani e degli ayatollah non c’è acqua, anzi, ce n’è poca, e viene utilizzata male. Gli iraniani hanno sete, i laghi e i fiumi si seccano e la siccità – che procede da 14-15 anni – non accenna a interrompersi. Il problema è che la mancanza d’acqua non porta solo alla sete, no, porta anche al malcontento, alle proteste, alle migrazioni e sì, persino alle guerre. Per meglio capire cosa sta accadendo ora in Iran, si vedano i casi di Nigeria, Siria e Somalia. Ma di certo il Paese persiano non è l’unico che si trova e si troverà ad affrontare la siccità: stando al World Resources Institute, entro il 2040 il mondo dovrà fare i conti con 33 Paesi sotto stress idrico. Si parla soprattutto di Paesi africani, ma anche del Medio Oriente, dell’Asia meridionale, dell’America Latina, dell’Australia e di qualche zona degli Stati Uniti Occidentali.

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Le conseguenze del cambiamento climatico

La siccità impatta in modo diverso in ogni Paese: fomenta il malcontento in India, dà una nuova arma ai terroristi di Al-Shabab in Somalia, spinge a migrazioni di massa dalla sempre più arida fascia del Sahel. In Iran intere fattorie si sono trasformate in campi aridi e improduttivi, i laghi sono diventati pozzanghere, forzando milioni di persone a muoversi dalle campagne verso le piccole e grandi città. Anche queste ultime, però, stanno ovviamente facendo i conti con la medesima siccità, oltre che con una progressiva disoccupazione. Con la mancanza d’acqua sono sufficienti le più piccole scintille per scatenare conflitti nelle aree più povere e disagiate del pianeta, ed è questa una delle minacce più pericolose e buie del cambiamento climatico. E purtroppo non è tutto qui: i modelli climatici ci dicono infatti che il climate change porterà l’Iran ad essere ancora più caldo e sì, ancora più asciutto. Come viene ricordato sul New York Times, l’ex ministro iraniano dell’agricoltura Issa Kalantari aveva già affermato anni fa che la mancanza d’acqua, se non affrontata a dovere, avrebbe portato ad un Iran così arido da provocare un’istantanea emigrazione di massa di oltre 50 milioni di iraniani.

Le politiche agricole sbagliate

L’attuale situazione idrica iraniana è il risultato di un mix di fattori differenti. Sì, ovviamente la siccità gioca un ruolo di primo piano, ma è evidente che anche i governi ci hanno messo del proprio, a partire ovviamente dalla rivoluzione del 1979: tra le altre cose, la rivoluzione islamica di Khomeini portò con sé anche la volontà di autosufficienza a livello alimentare. Quasi quarant’anni dopo, però, possiamo dire che quella non fu una gran mossa. Il governo spinse infatti gli agricoltori verso colture molto assetate, primo fra tutti il grano, che venne coltivato a tutto spiano, anche grazie a dei finanziamenti generosi. La poca acqua a disposizione del Paese, così, è stata per anni risucchiata dalle nuove coltivazioni, eccedendo del 25% quella che era la normale possibilità delle riserve acquifere del Paese, come spiegato dal Claudia Sadoff, la quale ha realizzato un report sulla crisi idrica iraniana per la banca Mondiale. La mancanza d’acqua ha poi colpito diversamente le aree del Paese, anche come conseguenza diretta dell’operato dei Guardiani della Rivoluzione i quali, per garantire sufficiente acqua a specifiche ‘aree chiave’, hanno creato dighe altrimenti inspiegabili lungo i fiumi iraniani. Su questo scenario, già di per sé nero, negli ultimi 15 anni si è quindi innescata la siccità vera e propria.

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Il ruolo della siccità

E la situazione, come anticipato, non può che peggiorare – a meno che non si agisca prontamente. I modelli climatici ci dicono che le future estati iraniane saranno più calde di due o tre gradi centigradi, e ad affermarlo sono gli attendibili studi dell‘Intergovernmental Panel on Climate Change, i quali prevedono anche una diminuzione pari al 10% delle precipitazioni. Già del 2015, del resto, uno studio del Massachusetts Institute of Technology aveva predetto che, seguendo l’attuale ritmo di surriscaldamento, molte città iraniane «supereranno un punto critico per la sopravvivenza umana».

Di certo sarebbe sbagliato affermare che la siccità è l’unico problema che affligge questo Paese. Allo stesso modo però, è innegabile che a livello internazionale la mancanza d’acqua è uno dei più comuni elementi che indicano l’incapacità di un governo nel fornire ai propri cittadini i più basici servizi. Non sarà dunque la siccità a ribaltare il governo iraniano, ma non si può certamente sottovalutare il livello di frustrazione che una sete così lunga può provocare nella popolazione civile.

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