Solo in Italia il valore dello spreco alimentare domestico si aggira intorno agli 8 miliardi di euro ogni anno e la quantità di cibo che finisce nella spazzatura nella distribuzione commerciale è pari a circa 300 mila tonnellate.

Nei primi mesi del 2016 la Danimarca ha aperto WeFood, il primo negozio di alimenti che eccedono nel mercato, prodotti scaduti ma che possono ancora essere mangiati secondo criteri sanitari e venduti ad un prezzo ridotto del 30-50%. La filosofia sottostante è quella di evitare lo spreco alimentare. In Francia recentemente un movimento popolare ha fatto molte pressioni per regolamentare a livello legislativo gli sprechi alimentari dei supermercati e dei ristoranti, obbligando questi ultimi ad accordarsi con le organizzazioni caritatevoli. È sicuramente un’inversione di rotta necessaria e importante. Ma è abbastanza? La risposta è sicuramente no.

L’industria agroalimentare tra i maggiori responsabili

Secondo uno studio del 2013, il 36% di tutti i cereali coltivati al mondo sono destinati all’alimentazione di animali da carne e da latte. Cosa c’entra con lo spreco alimentare? C’entra eccome perché buona parte degli sprechi alimentari deriva proprio dall’industria agroalimentare. La percentuale della produzione agricola rimasta nei campi ammonta al 3,25% del totale (più di 17 milioni di tonnellate). Soprattutto nel settore dei cereali utilizzati come mangimi.

Ripartizione percentuale della produzione agricola rimasta nei campi (2009). Fonte: "Lo spreco alimentare: cause impatti e proposte", Barilla Center for Food and Nutrition

Ripartizione percentuale della produzione agricola rimasta nei campi (2009). Fonte: “Lo spreco alimentare: cause impatti e proposte”, Barilla Center for Food and Nutrition

Lo spreco alimentare ha serie ricadute anche per l’ambiente

Cosa significa tutto questo in termini ambientali? Significa consumo di acqua: la quantità consumata per produrre il cibo che viene sprecato a tutti i livelli (domestico, industriale, commerciale) ogni anno nel mondo è pari a circa 250.000 miliardi di litri. Un quantitativo sufficiente per soddisfare i consumi domestici di acqua di una città come New York per i prossimi 120 anni. Significa consumo di suolo: l’estensione di suolo agricolo necessario per produrre il cibo sprecato ogni anno nel mondo è pari a circa 1,4 miliardi di ettari, circa il 30% della superficie agricola disponibile a livello globale. Significa cambiamenti climatici: il cibo sprecato ogni anno nel mondo è responsabile dell’immissione in atmosfera di circa 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Se lo spreco alimentare fosse un paese, sarebbe il terzo emettitore mondiale dopo USA e China (FAO 2013).

Cambiare il paradigma di produzione verso una società più sostenibile

Come scrive Dan Barber, noto chef e sostenitore dell’etica alimentare, sul New York Times:

“E se usassimo tutti questi ettari di terreno per coltivare fagioli o una qualsiasi delle altre innumerevoli leguminose che aiutano a mantenere il terreno sano e fertile?  O perché non piantare più orzo e grano saraceno per contrastare le piante infestanti, e le crucifere (broccoli, cavolfiori, verza, cappuccio, cavoletti di Bruxelles) che spezzano i cicli di malattie? E se coltivassimo dopo piante di copertura non commestibili come il trifoglio che serve a rigenerare il terreno di sostanze nutrienti come il carbonio? E se invece di portare montagne di mais alle mucche, le portassimo a pascolare nei campi di trifoglio (il trifoglio è un mangime d’oro per i ruminanti)? E se adattassimo questo tipo di rotazione regione per regione, nazione per nazione, con culture che vanno bene per specifici microclimi?”

Il risultato sarebbe – conclude Barber – non meno produzione di cibo, ma meno produzione di tutte quelle monoculture, come il mais, che servono per l’alimentazione animale che stanno danneggiando irrimediabilmente il suolo, oltre al fatto che con una rotazione delle culture si nutrirebbero più persone.

Rotazione delle culture

Un’altra voce autorevole come quella di Jeremy Rifkin, guru della sharing economy e teorico della terza rivoluzione industriale, sostiene che 800 milioni di persone soffrono la fame perché larga parte del terreno coltivabile del pianeta viene dedicato alla produzione di feed (foraggio animale) e non di food.
L’economista statunitense parla di un nuovo paradigma che potrebbe trasformare l’economia globale in una società più sostenibile dal punto di vista ecologico ed ambientale, quello in cui i consumatori assumono contemporaneamente il ruolo di produttori. I cosiddetti prosumer. Consumatori che assumono una rilevanza sempre maggiore all’interno del sistema produttivo, modificando il mercato.

Cambiare il modo di cucinare

Se ci pensiamo, a cambiare deve anche essere il nostro modo di cucinare. Per centinaia di anni la cucina di contadini e agricoltori – europei, cinesi, indiani, nord africani – è stata fondata sulla varietà delle culture e sull’inventiva agricola, che non contemplava sprechi. Gran parte di quella che noi oggi chiamiamo “cucina povera” è fatta di piatti che reinventano e riusano avanzi di cibo.
Il punto è che bisogna ripensare seriamente al modo di mangiare e consumare, cambiare la nostra dieta e il modo di coltivare, solo così si può influire in modo significativo alla riduzione degli sprechi alimentari.

 

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