Squalo goblin: com’è fatto, dove vive e perché è raro
Aggiornato il 13 luglio 2026
Lo squalo goblin (Mitsukurina owstoni) è uno squalo d’abisso raro e antichissimo: nel 2019 e nel 2024 è stato filmato vivo nel suo habitat naturale per la prima volta, a profondità comprese tra circa 1.200 e 2.000 metri, come descritto in uno studio pubblicato sul Journal of Fish Biology nel 2026. Riconoscibile per il lungo rostro appiattito e per la mascella che scatta in avanti come una fionda, è l’unico rappresentante vivente di una famiglia comparsa 125 milioni di anni fa.
Cos’è lo squalo goblin
Lo squalo goblin è una specie di squalo di profondità appartenente all’ordine dei Lamniformes, lo stesso dello squalo bianco e del mako, ma è un ramo evolutivo isolato: è l’unico membro ancora esistente della famiglia Mitsukurinidae. Per questo viene definito un “fossile vivente”, cioè un animale che appartiene a un lignaggio antichissimo — circa 125 milioni di anni, quando i dinosauri dominavano il pianeta — rimasto senza parenti stretti sopravvissuti.
Fu descritto nel 1898 dall’ittiologo David Starr Jordan a partire da un esemplare pescato nella baia di Sagami, in Giappone, e prende il nome dal professor Kakichi Mitsukuri e dal naturalista Alan Owston. La sua pelle sottile e semitrasparente lascia intravedere i vasi sanguigni, dando alla specie il caratteristico colore rosato. Può superare i 3 metri di lunghezza: il maschio ripreso nel 2019 misurava 3,43 metri.
La mascella estensibile e come caccia
La caratteristica più nota dello squalo goblin è l’apparato boccale. Quando individua una preda, proietta la mascella in avanti in una frazione di secondo — un movimento che i ricercatori descrivono come “morso a fionda” — afferrando la vittima prima che possa fuggire. È un adattamento prezioso in un ambiente dove la visibilità è quasi nulla.
A guidare la caccia è il lungo rostro, ricco di ampolle di Lorenzini: recettori sensoriali che captano i deboli campi elettrici emessi dagli altri animali nel buio totale. Lo squalo goblin è un predatore d’imboscata dai movimenti lenti: in un habitat dove il cibo è scarso conviene risparmiare energia e compensare con uno scatto fulmineo a distanza ravvicinata. Si nutre di pesci di profondità, calamari e crostacei. Come altri animali degli abissi, anche altri pesci come il pesce blob condividono adattamenti estremi alla vita in profondità, mentre predatori d’imboscata come la rana pescatrice sfruttano l’oscurità in modo diverso.
Il filmato del 2026: la prima osservazione in vita
Fino a poco tempo fa quasi tutto ciò che sapevamo sullo squalo goblin proveniva da esemplari catturati accidentalmente e portati in superficie, dove morivano rapidamente. In quelle condizioni la mascella restava spesso estesa fuori dalla bocca: è per questo che l’animale è stato a lungo raffigurato — nei modelli museali e nelle illustrazioni — con l’aspetto di un mostro dalle fauci sempre sporgenti, una rappresentazione in buona parte errata.
Nel 2026 uno studio guidato da ricercatori della University of Hawai’i at Mānoa e pubblicato sul Journal of Fish Biology ha descritto le prime osservazioni dirette della specie nel suo ambiente naturale. Le immagini provengono da due spedizioni distanti nel tempo e nello spazio: una del 2019 vicino all’isola di Jarvis, nel Pacifico centrale, a circa 1.200 metri; l’altra del 2024 nella Fossa delle Tonga, a circa 2.000 metri. In entrambi i casi l’incontro è durato pochi secondi, a conferma di quanto sia difficile avvistare questi squali. Il dato più rilevante è che la specie vive anche in mare aperto e nel Pacifico centrale, aree in cui non si sapeva fosse presente: lo squalo goblin è probabilmente più diffuso di quanto si credesse.
Habitat e distribuzione
Lo squalo goblin ha una distribuzione ampia ma frammentata, con segnalazioni in Atlantico, Pacifico e Oceano Indiano. Storicamente è stato registrato soprattutto lungo la piattaforma e la scarpata continentale, a profondità comprese tra circa 30 e 1.300 metri, con concentrazioni note al largo del Giappone (dove viene occasionalmente pescato), dell’Australia e della Nuova Zelanda.
Le osservazioni in situ del 2019 e del 2024 hanno esteso questo quadro sia in profondità sia in estensione geografica, portandolo fin verso i 2.000 metri e nel Pacifico centrale. La specie sembra legata a fondali e montagne sottomarine remote, ambienti poco esplorati che ne spiegano la rarità degli avvistamenti. Non è l’unico abitante di questi ecosistemi difficili: anche creature di acque profonde come il granchio gigante del Giappone popolano fondali che raramente vediamo.
Status IUCN e quanto poco lo conosciamo
La Lista Rossa IUCN valuta lo squalo goblin come Least Concern, cioè “minor preoccupazione”, nella valutazione del 2018. La classificazione si fonda sulla distribuzione ampia e sulla bassa frequenza di cattura: la specie occupa spesso profondità fuori dalla portata della pesca commerciale.
Va però letta con prudenza. Per lo squalo goblin mancano informazioni di base su dimensione e struttura della popolazione, tasso di crescita, età alla maturità e riproduzione: non è mai stato raccolto un esemplare in gravidanza. In altre parole, la specie è formalmente “a minor preoccupazione” ma il livello di conoscenza è molto scarso. Gli autori dello studio del 2026 hanno raccomandato all’IUCN di aggiornare la scheda della specie alla luce dei nuovi dati sulla distribuzione. Valutare una specie abissale con così pochi elementi è una sfida che riguarda gran parte della fauna degli abissi.
Le minacce degli abissi
La minaccia meglio documentata per lo squalo goblin è la cattura accidentale — il cosiddetto bycatch — nelle attività di pesca profonda con reti a strascico, palangari e reti da posta. Storicamente la maggior parte degli esemplari noti proviene proprio da queste catture involontarie, soprattutto giovani individui.
A questa pressione si affiancano rischi emergenti che riguardano l’intero ambiente degli abissi più che questa singola specie. L’estrazione mineraria dei fondali marini (deep-sea mining), ancora in fase di regolamentazione, potrebbe alterare habitat che conosciamo appena, comprese le montagne sottomarine che ospitano biodiversità profonda. Più in generale, gli oceani profondi non sono immuni dai cambiamenti in corso in superficie: il riscaldamento e l’acidificazione delle acque possono modificare nel tempo la disponibilità di prede, anche se per una specie così poco studiata si tratta di ipotesi da verificare, non di effetti documentati. Anche l’inquinamento marino arriva fino ai fondali: fenomeni come l’accumulo di plastica negli oceani mostrano quanto sia esteso l’impatto umano sul mare.
Conservazione e ricerca abissale
Proteggere una specie che vediamo solo per pochi secondi ogni diversi anni richiede prima di tutto di conoscerla meglio. È qui che entrano in gioco i veicoli filoguidati (ROV) e il monitoraggio con telecamere lasciate attive per settimane a profondità estreme: strumenti che permettono di osservare animali come lo squalo goblin senza catturarli né stressarli, raccogliendo dati su comportamento, spostamenti e distribuzione.
Le osservazioni dirette hanno un valore concreto per la conservazione. Sapere che la specie è presente anche nel Pacifico centrale e in mare aperto significa poterla includere in modo più accurato nelle liste e nei trattati regionali sulla protezione degli squali. Gli abissi restano uno degli ecosistemi meno esplorati del pianeta, e ogni nuova immagine aiuta a costruire le basi per tutelarli. La fauna marina che green.it racconta — da i mammiferi come il leone marino a specie curiose come il cavalluccio marino — fa parte di questo stesso mosaico da proteggere.
Quanto ancora non sappiamo degli abissi
Lo squalo goblin è un promemoria di quanto sia incompleta la nostra mappa della vita negli oceani profondi. Una specie iconica, presente sulla Terra da 125 milioni di anni, è stata filmata viva nel suo habitat solo pochissime volte, e ogni osservazione riscrive ciò che credevamo di sapere sulla sua distribuzione. Se persino un predatore così caratteristico riesce a sfuggirci per decenni, quante altre creature degli abissi restano invisibili? La prossima spedizione, con una telecamera puntata verso il buio, potrebbe raccontarci qualcosa che oggi non immaginiamo nemmeno.
Domande frequenti
Dove vive lo squalo goblin?
Lo squalo goblin vive nelle acque profonde di Atlantico, Pacifico e Oceano Indiano, con una distribuzione ampia ma frammentata. Storicamente segnalato tra i 30 e i 1.300 m, nel 2019 e nel 2024 è stato filmato in situ per la prima volta rispettivamente a circa 1.200 m nel Pacifico centrale e a circa 2.000 m nella Fossa delle Tonga. Frequenta fondali e montagne sottomarine remote, il che spiega perché viene avvistato così di rado.
Perché ha quella mascella?
La sua mascella è protrusibile: quando individua una preda al buio, la proietta in avanti in una frazione di secondo, un movimento descritto come “morso a fionda”. Il lungo rostro è ricco di ampolle di Lorenzini, recettori che captano i deboli campi elettrici emessi dagli altri animali. È un predatore d’imboscata: si muove lentamente per risparmiare energia in un ambiente povero di cibo e compensa la lentezza con uno scatto fulmineo a distanza ravvicinata.
Lo squalo goblin è pericoloso per l'uomo?
No. Lo squalo goblin vive a profondità che l’uomo non frequenta e non è mai stato documentato alcun attacco a esseri umani. Gli incontri sono limitati a catture accidentali dei pescatori d’altura e alle rarissime riprese subacquee. Al di là dell’aspetto insolito, non rappresenta un rischio reale per le persone.
È davvero un fossile vivente?
Sì, nel senso che è l’unico rappresentante vivente della famiglia Mitsukurinidae, un lignaggio comparso circa 125 milioni di anni fa. “Fossile vivente” significa che appartiene a una stirpe antichissima rimasta sostanzialmente isolata sul piano evolutivo, non che sia identico ai suoi antenati. I suoi progenitori convivevano con i dinosauri.
È a rischio di estinzione?
La Lista Rossa IUCN classifica lo squalo goblin come Least Concern (minor preoccupazione), soprattutto per la distribuzione ampia e la bassa frequenza di cattura. Va però letto con cautela: mancano dati su popolazione, crescita e riproduzione, e la valutazione risale al 2018. Le nuove osservazioni del 2026 suggeriscono che la specie sia più diffusa del previsto, un elemento che potrebbe aggiornarne il quadro.
Le fonti
- First in situ observations of the goblin shark Mitsukurina owstoni, Journal of Fish Biology (Judah A. B. et al.), 2026 — link allo studio
- Mitsukurina owstoni, Goblin Shark — e.T44565A2994832, IUCN Red List (Duffy & Finucci), 2018 — link allo studio
- Goblin Shark — species profile, Florida Museum of Natural History — link allo studio
- Lo squalo goblin come non l'abbiamo mai visto: le prime immagini in vita, Kodami / Fanpage, 2026 — link allo studio




