Abbiamo raccontato già tante altre volte il dramma degli oceani aggrediti dai rifiuti: di vere e proprie isole di plastica, negli oceani del mondo, ce ne sono in tutto cinque. Due sono nell’Atlantico, due nel Pacifico e una nell’oceano Indiano. Lì il problema è costituito soprattutto dagli oggetti di plastica di grande formato, la classica bottiglia, per capirci. Oggi invece parliamo di qualcosa di diverso, di più vicino, e però meno conosciuto. Parliamo di una piaga che affligge il Mare Nostrum, il Mediterraneo: anche qui, purtroppo, ci sono alcune isole di plastica, sebbene molto più piccole di quelle oceaniche. Il problema principale è però un altro: a largo delle nostre coste la concentrazione delle microplastiche è persino maggiore di quella del Pacifico (che suo malgrado ospita la Great Pacific Garbage Patch).

Microplastiche

Mediterranean soup

Ad ammutolire tutti i paesi bagnati dal Mediterraneo è uno studio pubblicato su Nature condotto dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Lerici (Ismar-Cnr), in collaborazione con l’Università del Salento, l’Università di Ancona e l’Algalita Foundation, un istituto californiano. La piaga del Mediterraneo sono le microplastiche, le quali stanno colonizzando soprattutto le sue acque occidentali, a largo della Toscana. La ricerca stima per la prima volta la presenza delle microplastiche nel Mare Nostrum, concentrandosi sui dati raccolti nel 2013, analizzati e comparati nei tre anni successivi. Come spiega Stefano Aliani, dell’Ismar-Cnr:

«sono stati individuati i polimeri che costituiscono la microplastica galleggiante in mare e la loro distribuzione. Si tratta soprattutto di polietilene e polipropilene, ma anche di frammenti più pesanti come poliammidi e vernici, oltre a policaprolactone, un polimero considerato biodegradabile. Questo tipo di informazioni sono importanti per avere una stima precisa della dimensione del problema generato dai rifiuti di microplastica in mare e per attivare opportuni programmi di riduzione della presenza di questi inquinanti».

Tra la Toscana e la Corsica la concentrazione più alta

Microplastiche

Sulle pagine della rivista scientifica, Aliani ha definito il mare di plastica a largo delle coste italiane come una ‘Mediterranean Soup‘, una zuppa mediterranea di plastica. Un concetto un po’ inquietante, certo, ma che rende bene l’idea. La distribuzione delle microplastiche non è ovviamente omogenea: la sua concentrazione varia a seconda della presenza di correnti, di foci di fiumi e della densità abitativa lungo le coste. Il punto peggiore, a dire dello studio, è nel tratto di Mediterraneo compreso tra la Corsica e la Toscana: qui il team di Aliani ha individuato la presenza di circa 10 chili di micoplastiche per ogni chilometro quadrato. Una presenza enorme e minacciosa, soprattutto se comparata a quella – comunque preoccupante – rilevata a largo delle coste occidentali della Sicilia e della Sardegna, e a nord-est della Puglia: in quei mari, infatti, la concentrazione è di ‘soli’ due chilogrammi di microplastica per ogni chilometro quadrato. Sono cifre altissime, e lo sono anche quelle relative non al peso, ma alla quantità: se nel vortice subtropicale del Pacifico settentrionale erano stati stimati circa 335mila frammenti di plastica per ogni chilometro quadrato, nel Mediterraneo la media si attesta ad un numero quattro volte superiore.

12 milioni di tonnellate di plastica buttate nel mare ogni anno

Come detto, dunque, sono cifre sbalorditive. Eppure, pensando al nostro modo di vivere, la situazione non potrebbe essere molto differente. A livello globale, ogni anno vengono prodotte circa 300 milioni di tonnellate di plastica. A fronte di questa colossale produzione annua, si stima che ogni mese finisca in mare circa 1 milione di tonnellate di plastica. Non stiamo parlando solamente di rifiuti visibili ad occhio nudo, ma anche di frammenti piccoli, inferiori ai 2 millimetri, che galleggiano indisturbati nel Mediterraneo, con la concentrazione più alta del mondo. Affermare che il nostro mare è quello più inquinato del mondo, dunque, non è del tutto sbagliato. É stato appurato che, a livello del Mediterraneo, il 92% della plastica presente è più piccola di 5 millimetri: rifiuti come bottiglie e sacchetti vengono infatti lentamente degradati dalla luce, e nel giro di anni, finiscono per ridursi in poltiglia. A peggiorare il tutto, c’è il fatto che il Mediterraneo è un mare sostanzialmente chiuso. Questo significa che una particella qualsiasi può avere un tempo di permanenza pari a mille anni e che, partendo dall’Adriatico, potrebbe richiedere un millennio per attraversare lo stretto di Gibilterra e finire nell’oceano.

La plastisfera

Di certo il problema è mondiale: la presenza di plastica è infatti globalizzata. In uno studio dell’Onu – relativo al 2012 – si stima che in media galleggiano 46mila pezzi di plastica per ogni chilometro quadrato di mare, pari a 270mila tonnellate. La plastica è talmente tanta e ubiqua che alcuni studiosi hanno voluto battezzare una nuova nicchia ecologica, definita ‘plastisfera‘. Gli abitanti principali di questa particolare e inquinatissima biosfera sono dei batteri, i quali prosperano in mezzo alle microplastiche. E questo nuova e terribile plastisfera è destinata a crescere: come venne spiegato al Forum economico di Davos all’inizio dell’anno, si stima che nel 2050 negli oceani ci sarà più plastica che pesce, in termini di peso. Già adesso, del resto, moltissime microparticelle finiscono nei tratti digerenti dei pesci e nelle piante e, di conseguenza, anche nel nostro organismo.

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