I tropici si potrebbero svuotare

Il pianeta si sta riscaldando sempre di più, rendendo i tropici sempre meno vivibili. Stando ad uno studio di Solomon Hsiang, dell’Università della California, e di Adam Sobel, della Columbia University,

«il riscaldamento globale di appena 2 gradi rischia di costringere intere popolazioni di piante e animali tropicali e popolazioni umane a spostarsi a centinaia di chilometri dai luoghi dove vivono attualmente».

Se la temperatura continuerà a salire, dunque, sia gli umani che le altre specie viventi in zone come l’America Centrale, l’Africa, l’India e tutte le altre aree tropicali saranno costrette a spostarsi alla ricerca di climi meno proibitivi. Secondo lo studio dei due scienziati, anche i minimi cambiamenti climatici – se così si possono definire – possono avere conseguenze altamente drammatiche. Si parla quindi di migrazioni di persone, di animali, e persino di migrazioni di vegetali: proprio così, quella che ci si para davanti è anche una migrazione delle foreste. La fascia equatoriale, dunque, rischia di svuotarsi del tutto, con un impatto micidiale sull’ecosistema del pianeta e sul benessere della popolazione mondiale.

La migrazione delle foreste

Dunque anche le foreste si muovono, seppur in maniera più lenta rispetto agli altri esseri viventi. E lo hanno sempre fatto, tra un’epoca glaciale e l’altra, alla ricerca di climi più favorevoli. Lo hanno fatto per esempio negli ultimi 13.000 anni, ovvero a partire dall’ultima glaciazione: le foreste europee, per via di questo lento riscaldamento, hanno infatti intrapreso un lento spostamento verso le fasce bioclimatiche del nord, ricolonizzando nuovi ambienti, partendo da quelle che gli scienziati chiamano aree-rifugio (ovvero, nel caso europeo, la penisola iberica, quella balcanica e l’Italia meridionale).

Come si spostano le piante?

Ma come funziona la migrazione delle foreste? Ovviamente non sono i singoli alberi a sollevare le proprie radici e a spostarsi semplicemente qualche chilometro più in là. Tutto avviene infatti attraverso la dispersione dei semi: l’azione è quindi portata avanti dal vento, dall’acqua corrente, dalla pelliccia dei mammiferi e dai tratti digestivi degli uccelli. In questo modo, per via indiretta, avviene la migrazione forestale. Una volta stabilitasi in un nuovo territorio, una o più piante ‘pioniere’ iniziano a colonizzarlo, combattendo con gli eventuali ostacoli. Possono per esempio allontanare gli animali erbivori con le proprie spine, o con dei veleni, così da prosperare più facilmente.

Solo un seme su centinaia di migliaia

Ovviamente, però, la migrazione delle foreste non è facile come può sembrare a prima vista. Prima di tutto bisogna sottolineare il fatto che su centinaia di migliaia di semi prodotti da ogni singola pianta, solo uno o forse due riescono a raggiungere la maturità: più aumenta la distanza dall’albero ‘genitore’, più diminuiscono proporzionalmente le probabilità di dare vita ad una nuova pianta. Per questo motivo, grazie alla quantità semi prodotti, una foresta intatta e vasta ha molte probabilità di portare a termine con successo una migrazione; una comunità di alberi isolata in habitat frammentati, invece, dovrà sperare nella fortuna dei semi volati più lontani. Ed è per questo che la migrazione delle foreste potrebbe non essere sufficiente nel caso di un notevole e velocissimo aumento delle temperature globali, come quello che stiamo vivendo oggi: le specie vegetali meno mobili e più isolate, infatti, potrebbero sparire del tutto, vittime del cambiamento climatico.

La minaccia del cambiamento climatico

Rispetto alle epoche passate, dunque, la velocità del riscaldamento climatico odierno potrebbe essere superiore alle capacità di migrazione delle foreste in nuovi habitat favorevoli. Le conseguenze ovviamente possono essere molte: nella maggior parte dei casi, per esempio, si assisterà impotenti alla frammentazione degli ecosistemi forestali, e dunque a un depauperamento genetico della specie. Nei casi più gravi, invece, non ci sarà solo un impoverimento, ma persino l’estinzione locale di determinate specie forestale: basti pensare a quelle aree in cui delle barriere fisiche impediscono la migrazione, come l’arco alpino. Per non parlare poi dei cambiamenti che potrebbero avvenire nelle aree-rifugio: proprio il Sud Europa, che ospita i più grandi serbatoi di variabilità genetica, sarebbe una fascia esposta alla tropicalizzazione del clima, e quindi ad un depauperamento genetico che comporterebbe una perdita inestimabile per il patrimonio forestale.

Come aiutare le foreste

Cosa può fare l’uomo davanti a queste ipotesi drammatiche? Prima di tutto, ovviamente, può contrastare con tutte le proprie forze il cambiamento climatico, rinunciando concretamente ai combustibili fossili e abbracciando completamente le energie rinnovabili. Temendo il peggio, però, i norvegesi hanno già predisposto una tana sicura per i semi di gran parte delle piante del mondo, alberi compresi. Si tratta dello Svalbard global seed vault, nelle Isole Svalbard, a nord della Norvegia: questa banca di semi è stata creata in origine per preservare la biodiversità agricola in caso di disastri naturali, causati dall’uomo o da altre calamità. Con la minaccia incombente del cambiamento climatico, però, gli scrigni della banca sono stati aperti anche a piante non esattamente agricole, prime fra tutte, nel 2015, il pino silvestre e l’abete rosso. Altre associazioni ambientaliste hanno invece iniziato ad aiutare la migrazione delle piante, piantando delle specie in difficoltà in habitat più favorevoli.

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