Siamo alle solite, e la telenovela tra Trump e gli Accordi di Parigi si va arricchendo di un nuovo capitolo: in un’intervista rilasciata trasmessa dal canale britannico Itv, il presidente degli Stati Uniti si è detto disponibile ad un ripensamento per quanto riguarda gli accordi scaturiti dalla Cop21 sul cambiamento climatico. O meglio, ha precisato che «gli accordi di Parigi per noi sarebbero stati un disastro; se loro fanno un buon accordo, c’è sempre la possibilità che noi rientriamo». Ma torniamo un attimo indietro, alle origini della saga di Trump e gli Accordi di Parigi.

L’uscita in grande stile degli Stati Uniti

Fin dai tempi della campagna elettorale si era capito che, in caso di elezione, quella tra Trump e gli Accordi di Parigi sarebbe stata una relazione difficile, se non impossibile. Di più: per il candidato che aveva definito il cambiamento climatico come «una bufala inventata dai cinesi», la cancellazione degli Usa dagli Accordi era diventato un vero e proprio cavallo di battaglia. E così è stato, sebbene ci siano stati diversi mesi di tentennamenti e di mezzi passi: dopo mesi di minacce a vuoto, infatti, nei primissimi giorni di giugno del 2017 Trump – con tanto di suspense finale, per dare maggiore enfasi alla sua uscita – aveva cancellato gli Usa da quanto deciso dal suo predecessore, quell’Obama che era stato uno dei maggiori e più importanti artefici della storica intesa internazionale per la protezione dell’ambiente.

L’inizio del tira e molla tra Trump e gli Accordi di Parigi

La delusione per la decisione del tycoon fu immediata e diffusa su larghissima scala. Ma nonostante le dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca, il comportamento di Trump lasciava intendere già allora che in realtà la decisione non era ancora granitica. Non è un caso se, ancora a settembre, il Commissario Europeo per l’Energia e l’azione sul clima Miguel Arias Cañete dichiarava che «i rappresentanti del governo americano hanno dichiarato di non voler più rinegoziare l’accordo. Ma hanno intenzione di rivedere i termini del loro impegno», aprendo uno spiraglio che la portavoce della Casa Bianca richiudeva subito, ma di nuovo, non del tutto: «come il Presidente ha chiarito già abbondantemente, gli Stati Uniti si ritireranno. A meno che non si riesca a rientrare con termini più favorevoli al Paese». Insomma, il tira e molla tra Trump e gli Accordi di Parigi era già tale lo scorso settembre.

Trump e gli Accordi di Parigi

Perché Trump sta riconsiderando la sua posizione

La rottura tra Trump e gli Accordi di Parigi era stata motivata dal fatto che, secondo il presidente, quel contratto avrebbe significato – per gli USA – la perdita di 6,5 milioni di posti di lavoro, nonché di 3 milioni di dollari del PIL. Cosa faceva tentennare – e fa tentennare tuttora – la Casa Bianca, di fronte a queste cifre che in campagna elettorale sembravano parlare da sole? Beh, ovviamente c’è il fatto che tutto il resto del mondo, Cina e Russia comprese, la pensano diversamente. Poi ci sono stati gli uragani che hanno devastato la West Coast nel 2017, nonché gli incendi della California. E forse persino gli interessi delle società che si occupano di rinnovabili hanno iniziato a farsi valere per una ricongiunzione tra Trump e gli Accordi di Parigi. Qualcuno ha visto questi segnali come già determinanti nelle future scelte di Trump, su tutti il presidente Emmanuel Macron, che in dicembre, rispondendo alle richieste di negoziazione d’oltreoceano, aveva spiegato che «mi dispiace dirlo, ma non funziona così. Penso che ci sia una grande responsabilità davanti alla storia e sono abbastanza certo che il presidente Trump cambierà idea nei mesi o anni a venire».

Trump e gli Accordi di Parigi

Un negazionista di fronte agli Accordi di Parigi

E arriviamo così a questi giorni: come anticipato, durante un’intervista rilasciata ad un emittente inglese, Trump è tornato sull’argomento, rilanciando la palla a Macron: «tornerei indietro? Certo, mi piacerebbe, a me piace, come sapete, Emmanuel» per poi precisare che «se qualcuno mi dicesse rientra nell’accordo di Parigi, questo dovrebbe essere completamente diverso perché gli Stati Uniti fecero un terribile affare». Insomma, l’impressione è che, soppesato tutto, Trump si trovi ora nella situazione di ‘voler’ rientrare, ma di non poterlo fare fino a quando qualcuno non farà una prima mossa, così da tramutare il balletto della Casa Bianca in un’abile strategia ben architettata. Tutto questo, del resto, accade mentre Trump non smette di esprimere il suo scetticismo intorno al tema del cambiamento climatico – continuando così ad andare contro l’opinione del 97% degli scienziati a livello globale. Durante l’intervista, interrogato proprio sulla sua opinione riguardo al climate change, il presidente degli Usa ha infatti spiegato che «c’è raffreddamento e c’è riscaldamento. Insomma, guardate un po’, prima non si parlava di cambiamenti climatici, si parlava di surriscaldamento globale, ma non funziona molto bene, visto che in alcuni posti sta diventando più freddo» per poi aggiungere che «dicevano che le calotte si sarebbero sciolte, mentre ora sono a livelli record», andando ancora una volta a travisare – o meglio, a prendersi gioco – dei risultati delle rilevazioni scientifiche.

 

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