Il pesce blob non è “in via di estinzione” come si crede
Il pesce blob (Psychrolutes marcidus) vive tra i 600 e i 1.200 metri di profondità al largo di Australia, Tasmania e Nuova Zelanda, dove la pressione è 60-120 volte quella di superficie. L’immagine “sciolta e triste” che lo ha reso una star del web è un artefatto della risalita: nel suo habitat è un pesce gelatinoso dall’aspetto del tutto normale. E, contrariamente a quanto si legge quasi ovunque, non risulta “in via di estinzione”: la IUCN non lo ha mai valutato.
Cos’è il pesce blob, e perché la foto virale inganna
Il pesce blob appartiene alla famiglia degli Psychrolutidae, i pesci abissali soprannominati in inglese fatheads per la testa sproporzionata. Il nome scientifico, Psychrolutes marcidus, deriva dal greco e indica più o meno “chi fa il bagno nel freddo”: un riferimento alle acque temperate e profonde in cui vive, tra i 3 e i 9 °C. La specie è stata descritta scientificamente nel 1926 dall’ittiologo australiano Allan Riverstone McCulloch, ma è rimasta pressoché sconosciuta al grande pubblico per quasi un secolo.
La fama planetaria è arrivata nel 2013, quando la Ugly Animal Preservation Society lo ha eletto a proprio simbolo nella campagna a favore delle specie meno carismatiche. Da lì, la foto di un esemplare dall’aria mogia e dal corpo squagliato è diventata un meme replicato su magliette, vignette e loghi. Il problema è che quella foto racconta una bugia: non mostra il pesce blob, ma il suo cadavere deformato.
La specie in breve
- Nome scientifico: Psychrolutes marcidus (McCulloch, 1926)
- Famiglia: Psychrolutidae
- Distribuzione: endemico di Australia, Tasmania e Nuova Zelanda
- Profondità: 600-1.200 m, sulla scarpata continentale
- Dimensioni: in genere meno di 30 cm
- Status IUCN: Non Valutato
Perché diventa “molle” fuori dall’acqua
A 600-1.200 metri, la pressione è 60-120 volte superiore a quella che sentiamo in superficie. A quelle profondità il corpo del pesce blob — privo di una vera ossatura e fatto soprattutto di una massa gelatinosa con densità di poco inferiore a quella dell’acqua — mantiene una forma compatta e galleggia appena sopra il fondale senza dover nuotare. È un adattamento elegante: in un ambiente dove ogni movimento costa energia preziosa, la “gelatina” del pesce blob fa il lavoro che in altri pesci spetta alla vescica natatoria, organo che a quelle pressioni risulterebbe inefficiente.
Quando una rete lo strappa dal suo ambiente e lo porta in fretta verso l’alto, il crollo della pressione fa cedere quei tessuti morbidi: ecco l’aspetto “squagliato” che tutti conoscono. La stessa fisica che lo tiene in equilibrio negli abissi lo deforma quando ne viene strappato. In altre parole, la creatura della foto è un pesce sottoposto a un trauma fisico, non il pesce blob com’è davvero. Vivo, nel buio degli abissi, nessuno lo ha mai fotografato. Anzi: di Psychrolutes marcidus non esiste praticamente alcuna immagine in natura. Le foto che mostrano un blobfish dall’aspetto “normale”, vivo sul fondale, ritraggono quasi sempre specie affini — come il blob sculpin del Pacifico (Psychrolutes phrictus) — perché del marcidus conosciamo quasi soltanto gli esemplari finiti nelle reti.

Habitat e distribuzione
Il pesce blob è una specie bentonica: vive a contatto con il fondale della scarpata continentale, la zona in cui la piattaforma costiera digrada verso le grandi profondità oceaniche. Si trova nel Pacifico sud-occidentale, dalle coste dell’Australia meridionale e del Nuovo Galles del Sud fino alla Tasmania, e nelle acque della Nuova Zelanda. È, in termini tecnici, un pesce batidemersale: legato al fondo, in acque profonde e temperate.
La sua biologia è un adattamento estremo all’abisso. Senza vescica natatoria efficiente, si affida alla densità del proprio corpo per restare sospeso a pochi centimetri dal sedimento. La scarsità di muscoli non è uno svantaggio: il pesce blob non insegue le prede, ma si lascia arrivare il cibo davanti alla bocca. Si nutre soprattutto di “neve marina” — il pulviscolo organico che cade lentamente dalle acque superiori — e di piccoli invertebrati e crostacei di profondità che gli passano a tiro. È, in sostanza, un predatore d’agguato passivo, perfettamente tarato su un ambiente dove l’energia è una risorsa scarsa e va spesa con parsimonia.
Della sua riproduzione si sa pochissimo. Si ritiene che deponga le uova sul fondale e che, come altri Psychrolutidae, le femmine sostino sopra le covate; ma maturità sessuale, durata della vita e tasso di riproduzione restano in gran parte ignoti. Questa è una caratteristica ricorrente nei pesci di profondità: tendono a crescere lentamente, vivere a lungo e riprodursi tardi, una combinazione che li rende particolarmente vulnerabili a qualunque pressione esterna, perché le popolazioni impiegano molto tempo a ricostituirsi.
Status IUCN: perché non è “in via di estinzione”
Qui sta il punto che quasi tutte le pagine italiane sbagliano. Il pesce blob viene comunemente descritto come “a rischio estinzione”, spesso senza alcuna fonte. La realtà documentata è diversa: nella Lista Rossa IUCN, Psychrolutes marcidus è classificato come Non Valutato (NE), status confermato nella versione 2025-1 del database. Non è mai stato sottoposto a una valutazione formale del rischio di estinzione.
“Non Valutato” non è un certificato di buona salute. È l’ammissione di una lacuna: la specie vive troppo in profondità perché se ne possa stimare in modo affidabile la distribuzione, la consistenza della popolazione o l’eventuale declino. Quasi tutto ciò che sappiamo proviene da esemplari catturati per errore dalle reti. Affermare che il pesce blob sia “in via di estinzione” è scorretto tanto quanto affermare che sia al sicuro: semplicemente, non lo sappiamo.
È una distinzione che conta più di quanto sembri. Diversi studi stimano che una quota rilevante delle specie classificate “Data Deficient” — quelle con dati insufficienti per una valutazione — potrebbe in realtà essere minacciata. Per gli abissi, l’assenza di una valutazione è spesso il sintomo di un problema, non la prova della sua assenza. Il caso del pesce blob è quasi paradigmatico: l’animale di profondità più famoso del pianeta è anche uno di quelli su cui abbiamo meno dati solidi.
Le minacce reali: il bycatch della pesca a strascico
Se c’è una pressione concreta sul pesce blob, non è la sua “popolarità” da meme: è la pesca a strascico profonda. Il pesce blob non è una specie bersaglio — nessuno lo pesca di proposito, ed è considerato non commestibile — ma finisce nelle reti calate sui fondali per catturare specie di pregio come l’orange roughy (Hoplostethus atlanticus) e vari crostacei di profondità. È quello che si chiama bycatch, la cattura accidentale di specie non bersaglio.
Il biologo marino Callum Roberts, autore di The Unnatural History of the Sea, ha riassunto così la posizione del pesce blob: le flotte di pesca a strascico profonda di Australia e Nuova Zelanda sono tra le più attive al mondo, quindi se sei un blobfish non è un bel posto in cui stare
. Il punto di Roberts è che la vulnerabilità della specie non dipende da una sua fragilità intrinseca, ma da dove vive: proprio sui fondali più battuti dallo strascico industriale, e in un areale ristretto.
Il danno è doppio. Da un lato gli esemplari finiscono nelle reti e muoiono nella risalita; dall’altro lo strascico di fondo rastrella e distrugge gli habitat della scarpata continentale e dei monti sottomarini — ecosistemi dove i coralli profondi possono avere migliaia di anni e impiegano decenni o secoli a rigenerarsi. La stessa pesca che cattura l’orange roughy, una specie che può superare i 130 anni di vita, lascia dietro di sé fondali arati. In Australia, la gestione di questa pesca prevede oggi misure di mitigazione — dimensioni minime delle maglie, dispositivi per ridurre le catture indesiderate, chiusura di alcune aree — ma l’efficacia di queste protezioni resta oggetto di dibattito tra gli scienziati.
A questo si aggiunge una pressione meno visibile e ancora poco quantificata: il cambiamento climatico sugli ecosistemi profondi, dove variazioni di temperatura, ossigenazione e acidificazione possono alterare equilibri rimasti stabili per millenni e incidere sulle catene alimentari da cui il pesce blob dipende. Anche i rifiuti che raggiungono gli abissi fanno parte del quadro, sebbene il loro effetto specifico sulla specie non sia documentato.
Conservazione: cosa servirebbe davvero
Proteggere il pesce blob non vuol dire allevarlo o costruirgli un’area protetta su misura. Vuol dire ridurre la pressione sugli ecosistemi profondi in cui vive. Le leve esistono e sono note: regolamentare e limitare lo strascico di fondo, istituire zone di esclusione della pesca sulle scarpate e sui monti sottomarini, sostenere il monitoraggio con veicoli pilotati a distanza al posto della cattura. La differenza tra approcci è concreta: l’Australia ha progressivamente limitato lo strascico d’altura in alcune aree, mentre la Nuova Zelanda resta tra i pochi Paesi del Pacifico meridionale a consentirlo ancora in alto mare — proprio nelle acque dove vive il pesce blob.
C’è anche una dimensione culturale, e non è secondaria. Nel 2025 il pesce blob è stato eletto “Fish of the Year” in Nuova Zelanda dal Mountains to Sea Conservation Trust, con 1.286 voti su oltre 5.500: un riconoscimento che non cambia il suo status legale, ma che usa la sua notorietà per accendere un riflettore su un mondo — quello abissale — che fatichiamo a percepire come minacciato proprio perché non lo vediamo.
Non è un caso che lo sfidante battuto all’ultimo fosse proprio l’orange roughy, la specie per cui si cala lo strascico che cattura il blobfish: persino i promotori della campagna rivale hanno ammesso che, in fondo, era comunque “una vittoria per gli ecosistemi profondi” e per la sensibilizzazione contro lo strascico distruttivo.
È lo stesso meccanismo della campagna del 2013: trasformare la “bruttezza” in uno strumento di attenzione per le specie che nessuno troverebbe abbastanza belle da difendere. Per una creatura di cui non esiste nemmeno una fotografia da viva, la visibilità mediatica può paradossalmente essere la prima forma di tutela.
Cosa ci insegna il pesce blob sugli abissi che non vediamo
La storia del pesce blob è meno la storia di un animale buffo e più quella di quanto poco conosciamo degli oceani profondi. Una specie diventata virale in tutto il mondo, eppure mai fotografata viva, mai valutata dalla IUCN, di cui ignoriamo quanti esemplari esistano e come si riproduca. Se questo vale per la creatura abissale più famosa del pianeta, vale a maggior ragione per le migliaia di specie di profondità di cui non conosciamo nemmeno il nome. Il punto non è se il pesce blob sia “brutto” o “a rischio”: è che continuiamo a pescare e a scaldare un ambiente che non abbiamo ancora imparato a guardare. E quello che non guardiamo, di solito, non lo proteggiamo.
Domande frequenti
Il pesce blob è pericoloso?
No. Il pesce blob è un pesce abissale lento e quasi privo di muscoli, che si nutre passivamente del materiale organico e dei piccoli crostacei che gli passano davanti. Vive tra 600 e 1.200 metri di profondità e non entra mai in contatto con l’uomo nel suo ambiente. Non è velenoso né aggressivo: l’unica ragione della sua fama è l’aspetto che assume quando viene portato in superficie.
Il pesce blob è davvero in via di estinzione?
No, non risulta. La IUCN non ha mai valutato Psychrolutes marcidus, che nella Lista Rossa è classificato come Non Valutato (NE). Questo non significa che sia al sicuro: significa che vive troppo in profondità per essere studiato e che non sappiamo quanti esemplari esistano. La minaccia documentata è la cattura accidentale nella pesca a strascico profonda.
Perché il pesce blob sembra così brutto e triste?
È un effetto della decompressione. Nel suo habitat, sotto una pressione 60-120 volte superiore a quella di superficie, il corpo gelatinoso del pesce blob mantiene una forma normale. Quando viene tirato fuori dall’acqua, la rapida caduta di pressione fa collassare i tessuti, dando l’aspetto sciolto della foto virale. Nessuno l’ha mai fotografato vivo nel suo ambiente naturale.
Dove vive il pesce blob?
Vive nelle acque profonde al largo dell’Australia continentale, della Tasmania e della Nuova Zelanda, a profondità comprese tra circa 600 e 1.200 metri. È una specie bentonica della scarpata continentale: galleggia appena sopra il fondale grazie alla densità del suo corpo, leggermente inferiore a quella dell’acqua, senza bisogno di nuotare attivamente.
Quanto è grande il pesce blob?
Gli esemplari conosciuti misurano in genere meno di 30 centimetri. La testa costituisce una porzione molto grande del corpo, che si assottiglia verso la coda. Molti dettagli della biologia e della riproduzione restano sconosciuti, per la difficoltà di studiare la specie nel suo habitat profondo.
Le fonti
- Psychrolutes marcidus, Smooth-head blobfish, FishBase — link allo studio
- The IUCN Red List of Threatened Species (categorie e criteri), IUCN Red List — link allo studio
- May, J.L. & Maxwell, J.G.H. — Trawl fish from temperate waters of Australia (1986), CSIRO — link allo studio
- Orange roughy — gestione della pesca a strascico, Australian Fisheries Management Authority — link allo studio
- Blobfish crowned Fish of the Year 2025, Times (NZ) — link allo studio
- Fish of the Year 2025, Mountains to Sea Conservation Trust (NZ) — link allo studio




