Il bike sharing è una realtà che è andata diffondendosi sempre di più in Italia negli ultimi anni, ma i numeri non sono ancora del tutto soddisfacenti: sono infatti solamente 51 i comuni che offrono questo servizio di condivisione ai propri cittadini, con una distribuzione media di 220 biciclette per centro urbano. Ma perché talvolta i servizi di bike sharing offerti nei comuni italiani si rivelano per essere delle delusioni o dei mezzi fallimenti in quanto a reale utilizzo da parte degli utenti? Il motivo principale è da ricercare nel servizio in sé, il quale talvolta si rivela mediocre se non del tutto lacunoso. Nella maggior parte dei casi, infatti, le amministrazioni cittadine si affidano a dei soggetti privati solo ed unicamente per l’avvio dell’attività, per poi ritrovarsi a gestire il servizio di bike sharing senza le necessarie competenze e risorse. Questo porta ad un veloce deperimento delle biciclette e delle stazioni, le quali talvolta finiscono poi per essere vittime di furti e di atti di vandalismo. Essendo un servizio affidato all’amministrazione pubblica, poi, va sottolineato che la promozione non è mai davvero massiccia, e che le modalità di iscrizione si rivelano spesso tutt’altro che immediate.

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Un lucchetto che si apre con lo smartphone

Quindi il bike sharing è destinato per l’eternità a questo livello di mediocrità? Niente affatto: a dare una nuova chance al servizio di condivisione di biciclette ci sarebbe infatti la sua stessa evoluzione in bike sharing a flusso libero. Come suggerisce il nome, questo servizio sarebbe del tutto slegato all’esistenza obbligatoria delle classiche stazioni per il prelievo e la restituzione delle biciclette. L’utente può quindi utilizzare la bicicletta e lasciarla dove vuole all’interno del perimetro urbano, senza per forza dover cercare una stazione per la restituzione. Impossibile? Assolutamente no, grazie agli smartphone. I mezzi messi a disposizione da un sistema di bike sharing a flusso libero sono provvisti di un Qr code, con annesso un lucchetto che si sblocca attraverso un’apposita app, la quale può essere installata sullo smartphone dagli utenti del servizio.

bike sharing

Come funziona il bike sharing a flusso libero

L’utente del servizio di bike sharing a flusso libero, dunque, non deve fare altro che estrarre il proprio smartphone e, attraverso l’app dedicata, ricercare il punto esatto della bicicletta più vicina alla propria posizione, lasciata lì da un utente prima di lui. Arrivato alla bicicletta, potrà sbloccarla – sempre con il proprio smartphone – e utilizzarla a piacere, per poi lasciarla a sua volta laddove più gli risulterà comodo. I vantaggi sono ovviamente molteplici: da parte dell’utente viene eliminato l’ostacolo costituito dalle stazioni di consegna, potenzialmente lontane dal punto di arrivo concreto. Per chi gestisce il servizio di bike sharing, invece, è da notare un concreto abbattimento dei costi iniziali per avviare l’attività: la ramificazione delle stazioni per la posa e per il prelievo delle bici diventa infatti superflua.

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Un servizio che andrà in mano ai privati

Oltre a questo, mettendo un servizio di bike sharing a flusso libero sotto la gestione di un’azienda privata – non occorrendo più stazioni pubbliche sul suolo pubblico – aumenterebbe ovviamente la volontà da parte del gestore di offrire un servizio eccellente e quindi più remunerativo: le biciclette sarebbero più curate, e i furti e i malfunzionamenti non potrebbero che calare, a vantaggio condiviso anche degli utenti.

A Pechino e a Bari

In Italia questo tipo di bike sharing senza stazioni è ancora abbastanza sconosciuto, ma in Cina, nelle città come Pechino e Shanghai, sta già spopolando, mentre si sta diffondendo anche negli Usa e nel Regno Unito. Pioniere del bike sharing a flusso continuo in Italia è la start up di Bari Geteasybike, che sta mettendo a disposizione dei cittadini le prime biciclette con Qr, avvalendosi di una app sviluppata dagli studenti del Politecnico.

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