Al Virunga National Park (Congo) è stato ucciso il 90% degli elefanti. Continuando così, l’elefante africano scomparirà entro il 2027. Tra bracconieri e deforestazione, riuscirà a sopravvivere?

In Congo i guardia-parco e gli ambientalisti osservano la scena del crimine. Il corpo mutilato di un elefante è una visione macabra ma familiare. Nel frattempo, il bottino è stato portato al porto di Mombasa in Kenya, dove funzionari doganali corrotti lasciano passare il carico per la Cina. A migliaia di km dall’assassinio, in una fabbrica cinese un artigiano lavora l’avorio per creare soprammobili e gioielli.

Questo viaggio dell’avorio non è fantasia ma succede regolarmente. Ora potrebbe finire, sperando che non sia troppo tardi.

viaggio del commercio dell'avorio (foto: https://www.worldwildlife.org/)

La Cina ha vietato il commercio d’avorio

La Cina ha bandito il commercio legale di avorio: il 31 marzo ha chiuso 67 fabbriche incluse 12 delle 35 aziende per la lavorazione dell’avorio e decine di aziende di distribuzione, secondo fonti governative. Il resto verrà bloccato entro il 31 dicembre 2017.

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Elefante africano: un pachiderma in pericolo

L’elefante africano (Loxodonta africana) è l’unico rimasto della famiglia degli Elefantiadi, insieme all’elefante africano delle foreste (Loxodonta cyclotis) e a quello indiano, più piccolo. È considerato vulnerabile secondo la lista rossa delle specie a rischio dell’International Union for the Conservation of Nature and Natural Resources, detta IUCN. In Congo ci sono tre siti Patrimonio dell’umanità, fondamentali per la sopravvivenza dell’elefante e delle altre specie a rischio: il Virunga National Park, il Garamba National Park e l’Okapi Wildlife Reserve. Il pericolo maggiore è l’uomo: secondo il report del WWF sono stati uccisi 20.000 elefanti ogni anno, dal 2005 ad oggi. Se le stime si confermassero, l’elefante africano si estinguerebbe entro il 2027. Il censimento ha numeri impressionanti: al Virunga National Park è morto il 90% degli elefanti negli ultimi 20 anni e nel 2016 si contavano solo 150 esemplari.

La CITES e i dati sull’elefante africano

Per proteggere l’elefante africano e le altre specie, nel 1973 è stata firmata da 182 paesi la Convenzione sul commercio internazionale delle specie a rischio estinzione (o CITES) su richiesta del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP). I siti Patrimonio dell’Umanità sono fondamentali per la biodiversità e ospitano un terzo delle specie a rischio. Ad esempio l’Okvango Delta World Heritage in Botswana è l’habitat principale per l’elefante (e ospita il 31% di tutti gli elefanti africani). Ma i siti Patrimonio dell’umanità sono in pericolo per il disboscamento e il bracconaggio illegale. Secondo il WWF, il 90% del mercato nero del legname è responsabile del 90% della deforestazione, con una perdita tra i 30 e 100 miliardi di Dollari l’anno. Ennesimo segno che il cambiamento climatico è colpa dell’uomo.

elefante africano (foto: https://pixabay.com/)

Storia della lotta al commercio dell’avorio

Nonostante il commercio internazionale d’avorio sia vietato dal 1989, alcuni paesi come Cina e Stati Uniti hanno permesso quello interno. La Cina è il mercato principale per l’avorio (legale e illegale) con il 70% della domanda mondiale. La decisione del governo cinese è arrivata dopo anni di pressioni internazionali da ONG, conservazionisti e ambientalisti.

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Anche la campagna di WildAid con Yao Ming, ex giocatore di basket degli Houston Rockets, ha aiutato la Cina ad avere maggior consapevolezza. Yao Ming è un’icona cinese e il documentario del 2014 racconta il suo viaggio di 12 giorni in Africa nelle riserve naturali osservando elefanti e rinoceronti, parlando con guardia-parco e ufficiali governativi e visitando le scuole finanziate dal turismo nelle aree protette.

Nel maggio 2015 il governo cinese aveva annunciato la chiusura del suo mercato. Papa Francesco nel suo viaggio in Kenya nel novembre 2015 ha esortato ad agire con urgenza contro il bracconaggio. Nel luglio 2016 gli Stati Uniti hanno emanato il divieto totale di commercio d’avorio e la Cina li segue decisa.

Conseguenze del divieto cinese

Dopo la chiusura cinese il prezzo dell’avorio è crollato, passando da 1700€ al kg nel 2014 a 730€ al kg nel febbraio 2017. Gli zoologi e ambientalisti sono fiduciosi. In Africa il bracconaggio è fatto da criminali che massacrano gli elefanti in cambio di armi, alimentando violenza e terrorismo. E’ anche un rischio per l’uomo: almeno 595 rangers sono morti sul lavoro tra il 2009 e il 2016. Inoltre il contrabbando delle zanne d’elefante genera povertà: l’Africa perde 25 miliardi di Dollari in turismo ogni anno a causa della caccia di frodo agli elefanti.

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Anche l’Italia, nel suo piccolo, ha dato un segnale: il 31 marzo 2016 c’è stato il primo ivory crush italiano, cioè la distruzione dell’avorio confiscato. In Africa si stanno provando anche altre soluzioni, una corsa contro il tempo per salvare gli elefanti dall’estinzione: dalla decornificazione (indolore per gli animali) all’applicazione di strumenti anti-bracconaggio su elefanti e rinoceronti.

Non solo elefanti e non solo Cina

Non solo elefanti ma anche rinoceronti, gorilla di montagna, tigri e okapi sono in pericolo. Non solo Cina ma anche Hong Kong, Thailandia, Zanzibar, Vietnam e Malesia sono mete del mercato nero del bracconaggio. Non solo le specie terrestri ma anche foreste ed oceani devono essere protette dalla causa della loro morte: l’uomo. La soluzione, secondo il WWF, è una collaborazione attiva tra i paesi d’origine, gli intermediari e i paesi di destinazione. Solo così è possibile difendere la biodiversità.

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