Combustibili fossili: cosa ci dice davvero la conferenza di Santa Marta

Combustibili fossili: cosa ci dice davvero la conferenza di Santa Marta

La conferenza di Santa Marta, tenutasi in Colombia i primi di maggio 2026, è stata presentata da molti come un punto di svolta nella lotta contro i combustibili fossili. Governi, organizzazioni religiose e attivisti si sono riuniti per discutere strategie concrete di abbandono delle fonti fossili. Ma quanto di quanto annunciato si tradurrà davvero in azione? E soprattutto: i numeri globali supportano davvero l’idea che siamo a una svolta?

Mentre l’attenzione mediatica si concentra su conferenze e dichiarazioni d’intenti, i dati più recenti raccontano una storia più complessa. La domanda di combustibili fossili continua a crescere in alcune regioni, gli investimenti in nuove infrastrutture petrolifere non si fermano, e le emissioni globali di CO2 hanno raggiunto livelli record nel 2025. Eppure, qualcosa si sta muovendo: le rinnovabili crescono a ritmi mai visti, alcuni paesi stanno davvero decarbonizzando, e per la prima volta il picco della domanda di petrolio sembra vicino.

I risultati della conferenza di Santa Marta: simbolo o sostanza

La conferenza di Santa Marta ha riunito rappresentanti di oltre 40 paesi, leader religiosi cattolici e attivisti climatici con l’obiettivo di promuovere un’uscita graduale dai combustibili fossili entro il 2050. Il documento finale include impegni volontari di alcuni governi a non approvare nuove licenze per l’estrazione di petrolio e gas, e a incrementare la quota di rinnovabili nei rispettivi mix energetici.

Tra i paesi che hanno sottoscritto impegni concreti figurano Colombia, Costa Rica e alcune nazioni insulari del Pacifico particolarmente vulnerabili all’innalzamento del livello del mare. La Colombia, paese ospitante, ha annunciato la sospensione di nuove concessioni per l’esplorazione petrolifera in Amazzonia, una decisione che tuttavia non tocca i progetti già attivi.

Ma gli assenti pesano quanto i presenti. Nessun grande produttore di petrolio del Medio Oriente ha partecipato, e tra i paesi del G7 solo Germania e Francia hanno inviato delegazioni di alto livello. Gli Stati Uniti, pur essendo il maggior produttore mondiale di petrolio e gas, hanno inviato solo un rappresentante dell’EPA senza potere negoziale.

I numeri che contraddicono la retorica della transizione

Mentre si moltiplicano le conferenze sul phase-out dei fossili, i dati dell’International Energy Agency dipingono un quadro contraddittorio. Le emissioni globali di CO2 legate all’energia hanno raggiunto 37,4 miliardi di tonnellate nel 2025, un nuovo record storico trainato principalmente dalla crescita asiatica.

La domanda globale di petrolio è cresciuta dell‘1,2% nel 2025, raggiungendo 102,3 milioni di barili al giorno, con la Cina e l’India che rappresentano oltre il 70% dell’incremento. Il gas naturale ha registrato performance ancora più robuste, con una crescita del 2,8% trainata dal settore della generazione elettrica e dall’industria pesante.

Anche sul fronte degli investimenti, le contraddizioni sono evidenti. Nel 2025 gli investimenti globali in nuove infrastrutture per petrolio e gas sono aumentati del 7% rispetto all’anno precedente, raggiungendo 528 miliardi di dollari. Le major petrolifere continuano a scommettere su nuovi giacimenti, specialmente offshore e in regioni artiche, giustificando queste scelte con la necessità di garantire sicurezza energetica durante la transizione.

Il paradosso dei sussidi: quanto costano ancora i fossili

Uno degli aspetti più controversi della transizione energetica riguarda i sussidi ai combustibili fossili, che continuano a superare di gran lunga quelli destinati alle rinnovabili. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, i sussidi globali espliciti e impliciti ai combustibili fossili hanno raggiunto 7 trilioni di dollari nel 2025, pari al 7,1% del PIL mondiale.

Questi numeri includono non solo i sussidi diretti alla produzione e al consumo, ma anche i costi esterni non contabilizzati: danni alla salute da inquinamento atmosferico, impatti ambientali, contributo al cambiamento climatico. Solo i costi sanitari legati all’inquinamento da combustibili fossili ammontano a circa 3 trilioni di dollari annui.

In Europa, dove la retorica green è più avanzata, le contraddizioni non mancano. Diversi paesi dell’UE continuano a sovvenzionare il carbone per garantire sicurezza energetica, con Germania e Polonia che hanno speso complessivamente oltre 12 miliardi di euro nel 2025. La crisi energetica innescata dal conflitto in Ucraina ha rallentato il phase-out del carbone, con riaperture temporanee di centrali che dovevano chiudere.

Le rinnovabili crescono, ma è abbastanza veloce

Non tutto è negativo nel panorama energetico globale. La capacità installata di energie rinnovabili è cresciuta del 14% nel 2025, con 440 GW di nuova capacità solare e eolica aggiunti in un solo anno, un record assoluto. La Cina da sola ha installato oltre 180 GW, più dell’intera capacità rinnovabile dell’Unione Europea.

Per la prima volta, nel 2025 le rinnovabili hanno rappresentato il 30% della generazione elettrica globale, superando il carbone in alcune regioni chiave. In Europa, le rinnovabili hanno coperto il 47% della domanda elettrica, mentre negli Stati Uniti la quota è salita al 25%, con il solare che ha superato il carbone nella generazione annuale.

Ma il problema resta il ritmo della transizione. Secondo le proiezioni dell’IEA, per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C sarebbe necessario triplicare la capacità rinnovabile entro il 2030, un obiettivo che richiede tassi di crescita superiori al 20% annuo. Al ritmo attuale, si raggiungerebbe al massimo un raddoppio, insufficiente per gli obiettivi climatici.

Chi sta davvero decarbonizzando e chi no

Uno sguardo ai dati nazionali rivela differenze enormi nell’impegno reale verso la decarbonizzazione. Il Regno Unito ha ridotto le emissioni del 48% rispetto ai livelli del 1990, eliminando quasi completamente il carbone dalla generazione elettrica e investendo massicciamente nell’eolico offshore. La Danimarca ha raggiunto il 77% di elettricità da rinnovabili e punta alla neutralità climatica al 2045.

All’estremo opposto, paesi come Australia e Canada hanno visto le emissioni crescere negli ultimi anni, nonostante gli impegni formali presi nell’Accordo di Parigi, a causa dell’espansione dell’industria estrattiva e del settore dei trasporti. L’Australia resta il maggior esportatore mondiale di carbone e ha approvato nuove miniere nel Queensland nonostante le proteste ambientaliste.

Un caso particolarmente interessante è quello della Norvegia: leader mondiale nell’adozione di veicoli elettrici con oltre l‘80% delle nuove immatricolazioni, ma al contempo tra i maggiori produttori europei di petrolio e gas. Il fondo sovrano norvegese, finanziato proprio dai proventi petroliferi, continua a investire in nuovi progetti fossili nel Mare del Nord.

Il ruolo delle tecnologie di cattura del carbonio: soluzione o distrazione

Un tema sempre più dibattuto riguarda le tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), spesso presentate dall’industria fossile come la soluzione per continuare a usare petrolio e gas riducendo le emissioni. Gli investimenti in CCS sono cresciuti del 35% nel 2025, con oltre 200 progetti annunciati a livello globale, principalmente negli Stati Uniti e in Medio Oriente.

Ma molti esperti restano scettici. Le tecnologie CCS attualmente operative catturano meno dello 0,1% delle emissioni globali e presentano costi ancora proibitivi, tra 80 e 150 dollari per tonnellata di CO2 catturata. Inoltre, molti progetti annunciati non hanno mai visto la luce: dei 149 progetti CCS annunciati dal 2010, solo 30 sono effettivamente operativi.

Alcuni critici sostengono che l’enfasi sul CCS serva principalmente a giustificare nuovi investimenti fossili, creando l’illusione che il problema delle emissioni possa essere risolto tecnologicamente senza ridurre effettivamente l’uso di petrolio e gas. Un recente studio pubblicato su Nature Climate Change ha concluso che affidarsi al CCS per raggiungere la neutralità climatica comporta rischi significativi e ritardi nella decarbonizzazione reale.

Quanto conta davvero la pressione sociale e finanziaria

Al di là di conferenze e politiche governative, negli ultimi anni sta crescendo una pressione dal basso che potrebbe rivelarsi determinante. Il movimento del disinvestimento dai fossili ha raggiunto proporzioni significative: istituzioni che gestiscono oltre 40 trilioni di dollari in asset hanno annunciato strategie di disinvestimento totale o parziale dalle fonti fossili.

Anche il settore assicurativo sta cambiando approccio. Almeno 35 grandi compagnie assicurative globali hanno annunciato che non forniranno più coperture per nuovi progetti di carbone, e alcune stanno estendendo le restrizioni a petrolio e gas. Questo rende più difficile e costoso sviluppare nuove infrastrutture fossili.

Parallellamente, cresce il contenzioso climatico. Nel 2025 sono state intentate oltre 200 nuove cause legali contro aziende fossili e governi per inazione climatica, con alcune sentenze che hanno stabilito obblighi legali di riduzione delle emissioni. Un caso emblematico è la sentenza olandese contro Shell, che ha obbligato la compagnia a ridurre le emissioni del 45% entro il 2030.

Il nodo della giustizia climatica: chi paga il conto della transizione

Una delle questioni più spinose riguarda la giustizia climatica: come gestire una transizione che inevitabilmente penalizza alcuni paesi e comunità più di altri. Secondo la Banca Mondiale, almeno 45 paesi in via di sviluppo dipendono dai combustibili fossili per oltre il 25% delle entrate governative e del PIL. Per questi paesi, un phase-out rapido senza adeguati meccanismi compensativi significherebbe collasso economico.

Il fondo Loss and Damage approvato alla COP28 dovrebbe in teoria supportare questa transizione, ma ad oggi ha raccolto solo 700 milioni di dollari contro i 100 miliardi annui stimati come necessari. La distanza tra promesse e risorse reali resta enorme.

Anche all’interno dei paesi industrializzati, la questione sociale è centrale. Negli Stati Uniti, circa 1,7 milioni di lavoratori sono direttamente impiegati nell’industria fossile, con intere comunità che dipendono economicamente da petrolio, gas e carbone. I programmi di riqualificazione professionale e sostegno alla transizione sono ancora largamente insufficienti, alimentando resistenze politiche.

Cosa aspettarsi nei prossimi dodici mesi cruciali

Il 2026 si presenta come un anno potenzialmente decisivo per la transizione energetica. A novembre si terrà la COP32 in Brasile, dove si dovrà fare il punto sugli impegni presi a Dubai e valutare se i paesi stanno rispettando le traiettorie di riduzione delle emissioni. Il primo Global Stocktake post-COP28 mostrerà se il mondo è sulla strada giusta per limitare il riscaldamento a 1,5°C, e le prime indicazioni non sono incoraggianti.

Sul fronte economico, entro fine anno si prevede che il costo livellato dell’elettricità da solare ed eolico scenderà sotto i 20 dollari per MWh in molte regioni, rendendoli più economici di qualsiasi fonte fossile anche senza sussidi. Questo potrebbe accelerare la transizione guidata dal mercato, indipendentemente dalle politiche.

Ma resta l’incognita geopolitica. Le elezioni americane di novembre 2026 potrebbero portare a un’inversione delle politiche climatiche, mentre le tensioni in Medio Oriente continuano a influenzare i prezzi del petrolio e le strategie di sicurezza energetica. La transizione energetica non è solo una questione tecnica o ambientale: è sempre più una partita geopolitica dove si ridefiniscono equilibri di potere globali.

Le fonti