Il 21 novembre 2017, i deputati del Parlamento Europeo di Bruxelles hanno approvato un progetto di legge che potrebbe condizionare pesantemente gli ecosistemi acquatici continentali. Dei 27 eurodeputati della Commissione Pesca, solo in 3 si sono opposti alla nuova regolamentazione che si propone di sostenere con decisione la cosiddetta pesca elettrica. Tale pratica, in realtà, è vietata dal 1998 perché considerata pericolosa per la conservazione delle risorse ittiche. Ma da lì in poi si sono susseguite varie deroghe al regolamento europeo tanto che, già attualmente, ogni Paese può dotare il 5% delle proprie flotte di pescherecci con attrezzature per la pesca elettrica. Alcuni Stati più di altri hanno ricevuto favori da Bruxelles, in considerazione della propria radicata tradizione in questo settore: Paesi Bassi in primis, con un’ulteriore deroga del 5%. Il Parlamento Europeo associa alla pesca elettrica la definizione di tecnica innovativa, facendole assumere di fatto un valore scientifico. Andando a descrivere i danni della pesca elettrica, vedremo però come può risultare pericolosa per gli ecosistemi acquatici, sommando i propri effetti negativi a quelli già in atto per via del riscaldamento globale.

Come funziona la pesca elettrica?

Dal 2007, a seguito di una prima deroga al regolamento del ’98 che la proibiva, la pesca elettrica si è diffusa di più, specialmente fra i paesi del nord Europa quali l’Olanda, il Regno Unito, il Belgio e la Francia. Praticata abbondantemente nel Mar del Nord e nel Canale della Manica, questa particolare tecnica prevede di catturare i pesci stordendoli tramite scariche elettriche. Il funzionamento è molto semplice. Il peschereccio viene dotato di un potente elettrostorditore ovvero un generatore di corrente. In acqua viene immesso un anodo sotto forma di bastone dotato di rete o guadino e un catodo, un cavo che permette di chiudere il campo elettrico. Per garantire la sicurezza del procedimento è sempre necessaria la presenza di un tasto, denominato “uomo presente”, che consente di staccare la corrente all’istante. Immergendo l’anodo in acqua e facendo passare la corrente, i pesci presenti nell’area circostante vengono indotti da movimenti involontari a raggiungere l’anodo stesso, dotato di retino in cima. Così facendo, la pesca non richiede particolari sforzi. Se da un lato potrebbe sembrare una tecnica non troppo invasiva, i danni della pesca elettrica molto dipendono dall’intensità della corrente.

Danni della pesca elettrica: innovazione o tortura?

Considerata una tecnica di pesca innovativa, è utilizzata ormai da anni in Cina, Giappone, Brasile e Stati Uniti. L’impiego della pesca elettrica viene, infatti, considerato spesso al pari di una sperimentazione scientifica volta a rendere l’operazione più proficua e meno dannosa per il patrimonio ittico. Non a caso, il Parlamento Europeo ha intenzione di testarla per 4 anni per capirne la pericolosità. È anche vero che, al momento, nessuno studio ne ha dimostrato gli effetti dannosi, documentati soltanto da foto e reportage. A battersi in prima linea contro tale pratica è l’ONG francese Bloom che denuncia apertamente i danni della pesca elettrica. Nello specifico, si parla di vera e propria tortura per i pesci. Secondo Bloom, infatti, verrebbero sottoposti a scariche elettriche talmente forti da spaccare loro letteralmente le ossa. Indirizzata in special modo a sogliole e, più in generale ai pesci da fondale, la pesca elettrica può causare loro uno shock talmente forte da provocare danni permanenti all’apparato locomotore, soprattutto alle pinne. Non sono da escludere, inoltre, bruciature e deformazioni dello scheletro. Colpiti in tal maniera, i pesci non solo non possono più opporre resistenza ma vengono letteralmente fatti soffrire fino alla morte. In questo senso, il confine fra strumento innovativo e tecnica di tortura diventa molto labile ed è legato soltanto all’intensità elettrica erogata.

Lobby della pesca e interessi commerciali

Secondo gli eurodeputati della Commissione Pesca di Bruxelles, questo strumento rappresenterebbe un modo per rianimare un settore commerciale in forte crisi. L’Unione Europea vorrebbe, in sostanza, che le popolazioni che basano il proprio reddito sulla pesca trovassero nuova linfa da tale regolamento e che il settore ritornasse remunerativo. Dietro l’apparente preoccupazione per le condizioni lavorative di piccole comunità di pescatori, sembrerebbero però celarsi gli interessi commerciali delle multinazionali del pesce. Molto influenti a livello europeo, parliamo in particolare delle lobby olandesi, i cui pescherecci sono già stati più volte favoriti rispetto a quelli di altri paesi. Secondo quanto dichiarato dal presidente di Bloom Frédéric Le Manach, il 28% delle imbarcazioni “orange” sarebbe equipaggiato già con strumenti per la pesca elettrica, superando con decisione il limite del 5% imposto dalla deroga europea. Sempre secondo Le Manach, la pesca elettrica potrebbe trasformare in breve mari e oceani in enormi deserti. Nel 2016, anche Ségolène Royal, al tempo Ministro dell’Ecologia francese si batté con forza contro questa tecnica, considerandola una minaccia concreta per pesca e pescatori.

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