Taz, il diavolo della Tasmania

Abbiamo imparato a conoscerlo indirettamente da piccoli, guardando i cartoni animati Looney Tunes. Taz, così si chiama il personaggio immaginario della Warner Bros: spontaneo, simpatico, ma soprattutto molto vorace e decisamente casinista. Questi due aggettivi definiscono piuttosto bene anche i veri diavoli della Tasmania, ovvero i più grossi predatori marsupiali rimasti in circolazione, dopo le estinzioni provocate dall’uomo in Australia. Il loro nome rimanda al signore degli inferi non tanto per la loro violenza, quanto per le grida quasi demoniache che caratterizzano questi singolari animali.

Il tumore facciale dei marsupiali

I diavoli della Tasmania, proprio come suggerisce il nome, vivono in natura solo e unicamente sull’isola Tasmania, a sud dell’Australia. Molto aggressivi, sono portati a combattere molto spesso anche all’interno della propria specie, con la brutta abitudine di mordere l’avversario direttamente sul muso. Un’abitudine, questa, che è costata molto cara ai diavoli della Tasmania: tale comportamento ha infatti portato a una velocissima diffusione del DFTD (Tasmanian devil facial tumor disease). Questa patologia è, manco a dirlo, uno dei rarissimi tumori trasmissibili conosciuti in natura, e ha una mortalità prossima al 100%.

I ritrovamenti di esemplari sani

Il tumore facciale dei diavoli della Tasmania ha iniziato a diffondersi tra i marsupiali a partire dal 1996: in vent’anni ha ucciso più dell’80% degli esemplari. L’estinzione totale era ormai data per certa, vista l’impossibilità di arginare concretamente l’epidemia. A stupire gli studiosi è però stato il fatto di ritrovare degli esemplari totalmente sani in zone colpite dal tumore, come se la specie avesse sviluppato una propria forma di difesa contro questa terribile malattia.

Mutazioni

Incredibilmente, dunque, sembrerebbe che l’evoluzione sia venuta in soccorso di questa sfortunata specie animale. Esaminando il Dna di 294 animali presenti nelle zone del contagio prima e dopo l’arrivo del tumore, dei ricercatori della Washington State University hanno cercato di capire quale fosse l’origine dell’immunità di alcuni esemplari. La risposta è stata sorprendente: è stato infatti scoperto che due regioni del genoma correlate alle funzioni immunitarie, nel caso dei soggetti sani, contenevano dei geni mutati rispetto alle stesse regioni prima dell’epidemia. Per i scienziati questa è una concreta e ulteriore conferma della teoria della evoluzione.

Rapidissima evoluzione

A stupire gli scienziati è stata soprattutto la rapidità della mutazione, avvenuta nel giro di 4-6 generazioni. C’è ovviamente da sottolineare che le mutazioni non sono state provocate dall’insorgere del tumore: più semplicemente, sono stati gli individui in cui queste mutazioni sono sorte in origine a trasmettere il proprio Dna alla prole, così da garantire la sopravvivenza della specie.

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