Negli USA si sta sperimentando un progetto innovativo di economia blu che permetterà di nutrire i pesci di allevamento con gli scarti di produzione di una distilleria. Siamo di fronte ad un modello di business dedicato alla creazione di un ecosistema sostenibile che permette la trasformazione di sostanze precedentemente sprecate in merce redditizia. A differenza della green economy, che mira ad una riduzione della CO2, l’ economia blu prevede di arrivare ad emissioni zero. Sulla base di questo principio, ad est di New York si sperimenta una pratica chiamata agricoltura a ciclo chiuso: i pesci d’allevamento della TimberFish Technologies si nutrono degli scarti di produzione della Five & 20 Spirits and Brewing. “E’ stato un matrimonio naturale” dichiara Jere Northrop, manager della TimberFish. Un matrimonio che porta benefici ad entrambe le realtà che contribuisce alla creazione di un ecosistema unico, dove gli scarti vengono trasformati in cibo. L’ acquacoltura è una pratica che ben si presta a combinarsi con altri sistemi da cui trarre vantaggio: ad esempio l’acquaponica è una combinazione di acquacoltura e coltivazione idroponica, al fine di ottenere un ambiente simbiotico. In un sistema acquaponico si sfrutta la capacità delle radici di filtrare l’acqua, eliminando le sostanze di scarto dei pesci. In questo modo l’acqua si depura e le piante si arricchiscono di sostanze nutrienti.

Birrificio, acquacoltura ed economia blu

Quello che provano a sperimentare negli states è qualcosa di diverso dal solito. Un birrificio genera, come sottoprodotti della produzione, una quantità di acque reflue e scarti di cereali di circa tre mila litri. Mario Mazza, direttore generale della Five & 20, afferma: “Un grande birrificio può sostenere costi annuali a sei cifre nella gestione di volumi di rifiuti di questa portata. Grazie alla partnership con TimberFish possiamo utilizzare un sottoprodotto, di cui pagavamo lo smaltimento, per produrre qualcosa di valore“. Il sistema messo a punto dalle due società è molto semplice: la borlanda (il residuo della distillazione alcolica) viene utilizzata per alimentare una vasca piena di microbi che scompongono i rifiuti. Il risultato di questo prodotto , serve ad alimentare organismi più grandi, come larve e vermi; infine, questi vermi vengono dati come alimenti per i pesci d’allevamento. Questo progetto pilota all’avanguardia per l’economia blu, è stato inaugurato lo scorso settembre e a breve dovrebbe essere in grado di “fornire” i primi pesci utili per la ristorazione. “La prossima primavera potremo iniziare a servire il pesce di allevamento nel ristorante locale” afferma Mazza soddisfatto. La collaborazione tra le due aziende è uno degli esempi più virtuosi di come il settore dell’acquacoltura stia unendo le forze per cercare di ridurre sia i costi energetici che le risorse alimentari.

pesci di allevamento

L’acquacoltura fra presente e passato

Gli allevatori di pesce sono da tempo impegnati nella ricerca di mangimi alternativi, sostenibili ed economici. Gli impianti convenzionali di acquacoltura utilizzano acciuga o aringhe (sotto forma di farina o di pellet) per alimentare i pesci di allevamento. Questi pesci potrebbero essere mangiati direttamente dall’uomo piuttosto che essere trasformati in farine da somministrare ad altri pesci; uno spreco di risorse importante se si considera ad esempio che ci vogliono circa 10 chili di pesce crudo per coltivare 1 chilo di tonno rosso d’allevamento.

Ecco perché si sperimentano soluzioni alternative: nel nord della California, McFarland Springs Trout Farm, sta allevando trote arcobaleno con alghe, rifiuti di noccioli scartati e semi di lino, tutti prodotti di scarto delle aziende agricole locali. Nel Regno Unito, a Teesside, si produce Feedking, una miscela proteica ottenuta dalla fermentazione del metano. NovoNutrients, nella Silicon Valley, sostiene di avere i mezzi necessari per trasformare milioni di tonnellate di anidride carbonica in mangime per pesci. Avete letto bene: mangime per pesci dall’anidride carbonica.

Dalla CO2 il cibo del futuro?

La NovoNutrients sta producendo in laboratorio una farina proteica utilizzando CO2 e idrogeno. Per il momento la produzione a livello commerciale non è stata ancora approvata. Per riportare il processo su scala industriale (e commerciale) sarebbe necessario installare, accanto agli impianti industriali, delle particolari apparecchiature in grado di convogliare le emissioni inquinanti in spazi confinati dove l’azione di alcune colture microbiche sarebbero in grado di produrre palline di mangimi per pesci.

Per Casson Trenor, autore di Sustainable Sushi e direttore della SoulBuffalo Expeditions , l’idea di NovoNutrients è intrigante: “Il concetto è incredibilmente accattivante: trasformare un qualcosa di fortemente negativo in positivo”.

Ma rimangono domande sulla commerciabilità. “Hanno dimostrato di poter produrre questo mangime in laboratorio, ma può essere scalato a livello industriale e commerciale?” si domanda il professor Kevin Fitzsimmons, docente in scienze ambientali all’Università dell’Arizona ed esperto di acquacoltura. Secondo lui la “digeribilità delle proteine” dei prodotti alternativi di farina di pesce può essere un potenziale problema. Non ci resta che attendere lo sviluppo di questo progetto dedicato all’economia blu. Di certo si tratta di idee innovative e all’avanguardia che rimarcano il concetto di sostenibilità.

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