Le temperature medie si alzano. E quindi i ghiacci artici si sciolgono, il livello dei mari aumenta, la desertificazione avanza, i fenomeni meteorologici si fanno sempre più estremi, le carestie diventano sempre più minacciose… avere a che fare con il cambiamento climatico è un po’ come ritrovarsi in una barca con tantissime falle da fronteggiare tutte insieme. Ogni problema sembra il più importante, proprio perché, in questa catena di eventi che è il cambiamento climatico, ogni fattore è legato a doppio filo ad un altro. Prendiamo per esempio lo scioglimento del permafrost, ovvero quella tipologia di terreno perennemente ghiacciato caratteristico delle latitudini più estreme, nelle regioni artiche. Ecco, secondo gli scienziati del Woods Hole Research Center, i quali stanno portando avanti degli studi in Alaska proprio sul permafrost, è questo il problema più urgente. E leggendo questo articolo vi renderete conto che sì, in effetti la loro convinzione non è poi così sbagliata.

permafrost

Foto di Bernt Rostad

Lo scioglimento del permafrost porterà ad un rilascio massiccio di gas serra

Prima di guardare ai nuovi studi del Woods Hole Research Center, è il caso di riassumere brevemente la situazione del permafrost così come descritta negli ultimi tempi dai climatologi. Per loro il permafrost artico è un po’ un ‘gigante addormentato’ che però si sta svegliando. Ma attenzione, non è un avvenimento lieto: se questo suolo ghiacciato si scioglierà davvero a causa del cambiamento climatico in corso, la conseguenza principale sarà il rilascio di enormi quantità di gas serra, ovvero nello specifico di anidride carbonica e metano. Insomma, proprio i due gas serra più impattanti e dannosi. Come avviene questo processo? Ebbene, intrappolato nel permafrost c’è tantissimo materiale organico delle antiche foreste in forma di carbonio il quale, una volta scongelato per via dell’alzarsi delle temperature, diviene preda dei batteri, i quali nutrendosene finiscono per trasformarlo in anidride carbonica e metano. E si avvia così uno dei peggiori circoli viziosi del cambiamento climatico: più il permafrost si scioglie, più si alzano le temperature, più il permafrost si scioglie, e avanti così.

Il precedente, 14.000 anni fa

Non è però facile quantificare ‘quanto’ possa incidere sul cambiamento climatico in corso lo scioglimento del permafrost. Di certo tanto. È infatti stato scoperto che, alla fine della glaciazione di Würm, tra i 7.000 e i 14.000 anni fa, c’è stato un picco di gas serra nell’atmosfera, il quale portò all’aumento delle temperatura globale di 4 centigradi: la concentrazione di anidride carbonica passò da 190 parti per milione a 270 ppm, e tutto avvenne, stando a carotaggi effettuati l’anno scorso dall‘Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna, proprio per lo scioglimento del permafrost. Ecco perché gli scienziati che si occupano delle regioni artiche pensano che il problema del permafrost sia tutt’altro che marginale: cosa potrebbe accadere con un suo nuovo scioglimento, oggi che la nostra atmosfera conta già di per sé 400 ppm di anidride carbonica?

permafrostIl permafrost dell’Alaska

Il permafrost, nelle parti più settentrionali dell’Alaska, si estende fino a centinaia di metri di profondità: a livello mondiale, si pensa che questo tipo di terreno contenga il doppio del carbonio contenuto nell’atmosfera. In Alaska, tra le sponde dello Yukon e quelle del Kuskokwim, gli scienziati Woods Hole Research Center hanno rilevato che la temperatura, un metro sottoterra, è sotto agli zero gradi centigradi di solo mezzo grado. Quest’area, in altre parole, potrebbe perdere buona parte del proprio permafrost entro la metà del secolo. Guardandosi attorno, peraltro, non si contano già oggi i piccoli laghetti e le pozze d’acqua create dallo scioglimento progressivo del terreno.

5 gradi centigradi in più

Quest’estate gli scienziati del Wood Hole hanno iniziato a studiare il permafrost dell’Alaska ad un centinaio di chilometri dalla cittadina di Bethel: per mezzo di una trivella hanno effettuato dei piccoli carotaggi per studiare la composizione del permafrost e le varie temperature del sottosuolo. Lo scopo del loro studio, come anticipato, è capire quanto lo scioglimento del permafrost possa impattare sul cambiamento climatico in corso. Per capire quanti gas serra possano venire rilasciati, infatti, bisogna prima capire quanto carbonio è contenuto nel sottosuolo. E laddove quelli del Wood Hole si stanno limitando a piccoli carotaggi, altri scienziati sono andati più in profondità: Vladimir E. Romanovsky, un ricercatore della University of Alaska, ha provato che a 20 metri di profondità la temperatura si è alzata di 3 gradi negli ultimi decenni, mentre più a nord l’aumento è stato di ben 5 gradi centigradi. Per ora, in ogni caso, è ancora troppo presto per dire con sicurezza quanto può incidere sul cambiamento climatico lo scioglimento del permafrost: stando ai primi calcoli, però, potremmo arrivare a 1,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica emesse ogni singolo anno già nel breve termine.

Le strade cedono

I primi ad accorgersi dell’iniziale scioglimento del permafrost sono ovviamente gli stessi abitanti dell’Alaska: le strade prime dritte e piane come un tavolo da biliardo si fanno ondulate a causa dei cambiamenti del terreno, reso instabile e mutevole dallo scioglimento del permafrost. Per questo motivo, le strade, i parcheggi e la pista dell’aeroporto di Bethel sono stati rinforzati con tubi ripieni di liquido, così tra trasferire il calore verso la superficie e frenare lo scioglimento del permafrost.

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