Produzioni cinematografiche sostenibili: quando il grande schermo abbraccia il pianeta
Cultura

Produzioni cinematografiche sostenibili: quando il grande schermo abbraccia il pianeta

L’industria cinematografica globale è un gigante economico e culturale, ma anche un peso considerevole per l’ambiente. Secondo stime riprese da multiple fonti del settore, la sola produzione hollywoodiana genera circa 2,7 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 ogni anno, una cifra equivalente all’impronta carbonica di una città di medie dimensioni. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando.

Dai grandi studios americani alle produzioni indipendenti europee, cresce la consapevolezza che anche il mondo del cinema debba fare i conti con la crisi climatica. Certificazioni ambientali, manuali di buone pratiche, partnership con ONG e nuovi standard di settore stanno ridisegnando il modo in cui si gira un film. Ma quanto sono efficaci queste misure? E cosa dicono i numeri a livello internazionale?

L’impronta nascosta di un set cinematografico

Una singola produzione cinematografica di medie dimensioni può generare fino a 500 tonnellate di CO2, secondo dati raccolti dalla Producers Guild of America (PGA) Green. Le fonti principali? Trasporti, energia per illuminazione e attrezzature, gestione dei rifiuti, catering e costruzione di set temporanei.

Un report del 2023 del British Film Institute ha analizzato 13 produzioni britanniche di varia scala, rilevando che i trasporti rappresentano mediamente il 51% delle emissioni totali di un film, seguiti dall’energia utilizzata nei set (34%) e dalla gestione dei materiali scenografici (10%). Il catering e i rifiuti coprono il restante 5%.

Ma l’impatto non è solo climatico. Le produzioni generano enormi quantità di rifiuti materiali: legno, plastica, tessuti, vernici, spesso difficili da riciclare o riutilizzare. In molti casi, intere scenografie vengono smantellate e destinate alle discariche dopo poche settimane di utilizzo.

Hollywood e il Green Production Guide

Negli Stati Uniti, la Producers Guild of America ha lanciato nel 2010 il Green Production Guide, una piattaforma che raccoglie strumenti, fornitori certificati e linee guida per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni. Il programma ha certificato oltre 1.500 produzioni tra film, serie TV e spot pubblicitari dal suo avvio.

Grandi studios come Warner Bros, Disney e Universal hanno adottato policy interne per ridurre le emissioni. Warner Bros, ad esempio, ha implementato un sistema di monitoraggio delle emissioni su tutti i suoi set dal 2018, con l’obiettivo dichiarato di tagliare le emissioni del 50% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019.

Netflix ha annunciato nel 2022 di voler raggiungere zero emissioni nette entro il 2030, investendo in compensazioni carboniche e in tecnologie per l’energia rinnovabile sui set. Tuttavia, gli impegni di compensazione sono stati criticati da diverse ONG ambientaliste, che ritengono prioritaria la riduzione diretta delle emissioni piuttosto che l’acquisto di crediti di carbonio.

L’Europa e gli standard certificati

In Europa, il movimento per un cinema sostenibile ha trovato terreno fertile grazie a iniziative nazionali e sovranazionali. Il Regno Unito, in particolare, è stato pioniere con la certificazione Albert, lanciata dalla British Academy of Film and Television Arts (BAFTA) nel 2011.

Albert certifica produzioni che rispettano parametri di sostenibilità in cinque aree: energia, trasporti, rifiuti, catering e materiali. Più di 10.000 ore di contenuti televisivi britannici sono stati certificati Albert dal 2015, con una riduzione media delle emissioni del 20% rispetto alle produzioni non certificate.

La Germania ha lanciato il programma Green Shooting, che fornisce consulenze gratuite e finanziamenti aggiuntivi alle produzioni che adottano pratiche sostenibili. Nel 2021, 78 produzioni tedesche hanno ricevuto il marchio Green Shooting, segnalando una crescita del 45% rispetto all’anno precedente.

Anche la Francia si è mossa in questa direzione, con Ecoprod, un collettivo che riunisce produttori, broadcaster e tecnici del settore. Il loro Carbon Calculator permette di stimare le emissioni di una produzione già in fase di pre-produzione, facilitando scelte più consapevoli.

Le contraddizioni del modello attuale

Nonostante i progressi, il settore non è esente da critiche. Diverse voci nel mondo accademico e nelle ONG mettono in discussione l’efficacia reale di molte iniziative green, accusandole di essere più marketing che sostanza.

Uno studio del 2024 pubblicato su Environmental Research Letters ha rilevato che molte produzioni certificate continuano a generare emissioni elevate, compensate solo parzialmente attraverso crediti di carbonio di dubbia qualità. Gli autori sottolineano che senza una regolamentazione vincolante, le certificazioni rischiano di rimanere volontarie e poco incisive.

Un altro nodo critico riguarda i viaggi internazionali delle troupe. Film e serie TV girate in location esotiche o multiple paesi comportano spostamenti aerei massicci, che pesano in modo determinante sul bilancio carbonico complessivo. Un volo andata-ritorno Los Angeles-Londra per una troupe di 50 persone genera circa 150 tonnellate di CO2, secondo calcoli della Carbon Trust.

Infine, c’è la questione dei materiali scenografici monouso. Mentre alcuni studios hanno avviato programmi di donazione o riciclo di scenografie, la maggior parte dei set temporanei continua a finire in discarica. Un’inchiesta del Guardian del 2023 ha documentato tonnellate di legno, metallo e plastica provenienti da produzioni di alto profilo destinati a impianti di smaltimento.

Innovazioni tecnologiche e nuovi modelli produttivi

Le soluzioni non mancano, e alcune sono già operative. L’uso di LED walls e tecnologie virtuali sta riducendo drasticamente la necessità di spostamenti e costruzioni fisiche. Serie come The Mandalorian hanno dimostrato che è possibile girare scene ambientate in deserti, foreste o pianeti alieni interamente in studio, grazie a schermi LED ad alta definizione.

Questa tecnologia può ridurre le emissioni di trasporto fino al 75%, secondo una ricerca condotta dalla Visual Effects Society nel 2023. Inoltre, elimina la necessità di trasportare troupe, attrezzature e materiali in località remote, con benefici sia economici che ambientali.

Sul fronte energetico, sempre più produzioni si affidano a generatori a batterie o fonti rinnovabili in loco. Nel 2024, la produzione del film Mission: Impossible – Dead Reckoning ha utilizzato generatori solari e batterie agli ioni di litio per alimentare set in Italia e Norvegia, riducendo l’uso di diesel del 60%.

Anche il riutilizzo di scenografie e costumi sta diventando prassi. Piattaforme come Set Exchange nel Regno Unito o Materials for the Arts negli USA permettono alle produzioni di donare o acquistare materiali usati, creando economie circolari nel settore.

Il ruolo dei festival e degli incentivi pubblici

I festival cinematografici internazionali stanno giocando un ruolo importante nel promuovere produzioni sostenibili. Il Cannes Film Festival ha introdotto nel 2022 un «Green Label» per i film che dimostrano di aver adottato pratiche ecologiche durante la produzione.

Il Sundance Film Institute ha lanciato nel 2021 un programma di finanziamento dedicato a progetti con impatto ambientale ridotto, premiando produzioni che integrano sostenibilità e narrazione. Anche Berlino, Venezia e Toronto hanno avviato iniziative simili.

Gli incentivi pubblici stanno facendo la differenza. Paesi come Norvegia e Svezia offrono crediti d’imposta aggiuntivi alle produzioni che rispettano criteri ambientali certificati, rendendo economicamente vantaggioso girare in modo sostenibile. In Canada, la provincia della British Columbia ha introdotto un bonus del 5% sui tax credit per produzioni green.

L’Unione Europea, attraverso il programma Creative Europe, ha destinato fondi specifici per sostenere la transizione ecologica dell’industria audiovisiva. Nel biennio 2023-2024, oltre 15 milioni di euro sono stati assegnati a progetti pilota e iniziative di formazione.

Serve davvero questa transizione?

La domanda, provocatoria, merita una risposta articolata. L’industria cinematografica globale vale oltre 100 miliardi di dollari e coinvolge milioni di lavoratori. La sua influenza culturale è enorme: i film plasmano immaginari, valori, comportamenti. Se questo settore abbraccia davvero la sostenibilità, l’effetto può essere duplice: riduzione concreta dell’impatto ambientale e, forse ancora più importante, normalizzazione di pratiche sostenibili nell’immaginario collettivo.

Ma la transizione sarà credibile solo se accompagnata da trasparenza e misurabilità. Diversi esperti chiedono standard internazionali obbligatori e reporting pubblico delle emissioni, sul modello di quanto già avviene in altri settori industriali. Senza dati verificabili, il rischio greenwashing è concreto.

E poi c’è la responsabilità dei singoli. Produttori, registi, attori: ognuno può fare scelte che contano. Scegliere location vicine, ridurre il numero di spostamenti aerei, privilegiare fornitori certificati, progettare scenografie riciclabili. Piccoli gesti che, moltiplicati per migliaia di produzioni, diventano impatto reale.

Il cinema ha sempre raccontato il mondo. Ora è chiamato a cambiarlo, un ciak alla volta.

Le fonti