Riscaldamento globale, il nuovo equilibrio instabile del pianeta
Il pianeta ha appena chiuso un triennio senza precedenti nella storia delle misurazioni climatiche.
Secondo NASA, 2025, 2024 e 2023 sono i tre anni più caldi nei 146 anni di osservazioni dell’agenzia spaziale.
Il tema del riscaldamento globale è quindi quanto mai attuale. E la traiettoria non si raffredda davvero: nonostante La Niña abbia raffreddato leggermente il 2025, il sistema climatico resta saldamente sopra la linea di guardia dei 1,4°C rispetto al periodo pre-industriale.
A rendere il quadro ancora più severo è il dato che arriva dal Global Carbon Project: le emissioni di CO2 da combustibili fossili continuano a crescere, mentre il budget di carbonio per restare entro 1,5°C è ormai una soglia che la scienza giudica fuori portata. Vale la pena guardare ai numeri uno per uno, senza filtri.
Un pianeta che non scende più sotto 1,4°C
Dal 1880, l’anno più caldo mai registrato resta il 2024, mentre il 2025 è stato lievemente più fresco, con temperature medie di 1,19°C sopra la media 1951-1980.
Il dato della Met Office britannica è ancora più diretto:
«Gli ultimi tre anni hanno probabilmente superato 1,4°C e ci aspettiamo che il 2026 sia il quarto consecutivo a farlo», ha dichiarato Adam Scaife, responsabile del modello globale.
Il 2024 è stato il primo anno a sfondare anche la soglia simbolica di 1,5°C, quella scolpita nell’Accordo di Parigi.
L’aprile 2026 si è classificato come il quarto più caldo di sempre, con tutti i dieci aprili più caldi della serie storica 1850-2026 verificatisi dopo il 2016.
Non è solo questione di medie globali.
Nel 2025 il 9,1% della superficie terrestre ha avuto la sua media annuale localmente più calda di sempre, con 770 milioni di persone — l‘8,5% della popolazione mondiale — che hanno vissuto in aree da record termico.
La maggior parte di queste persone vive in Asia, una concentrazione che le narrazioni europee sul clima tendono a sottostimare.
Le emissioni continuano a salire, il budget di carbonio si svuota
Il rapporto 2025 del Global Carbon Project, presentato in occasione di COP30, è stato chiaro:
le emissioni globali di CO2 fossile proiettate per il 2025 sono di 38,1 miliardi di tonnellate, e la decarbonizzazione dei sistemi energetici in molti Paesi non basta a compensare la crescita della domanda globale di energia.
L’aumento è trainato da tutti i combustibili — carbone +0,8%, petrolio +1%, gas naturale +1,3% — mentre l’aviazione internazionale segna un +6,8%, superando i livelli pre-Covid.
Il numero che pesa di più è però un altro:
il budget residuo per restare entro 1,5°C ammonta a 170 miliardi di tonnellate di CO2, equivalenti a quattro anni delle attuali emissioni.
«Con le emissioni di CO2 ancora in aumento — ha dichiarato Pierre Friedlingstein dell’Università di Exeter, lead author dello studio — mantenere il riscaldamento sotto 1,5°C non è più plausibile». Una frase che andrebbe scolpita sopra ogni tavolo negoziale.
Chi sale e chi scende
La fotografia regionale è frammentata.
Le emissioni crescono in modo modesto in Cina (+0,4%) e India (+1,4%), ma anche negli Stati Uniti (+1,9%) e nell’Unione Europea (+0,4%), mentre il Giappone scende (-2,2%).
Il dato è significativo: dopo anni di calo, Europa e Stati Uniti tornano a emettere di più, principalmente per condizioni meteo e consumi energetici.
D’altra parte 35 Paesi sono riusciti a ridurre le emissioni mentre la loro economia cresceva, il doppio rispetto a dieci anni fa.
C’è poi un effetto collaterale poco discusso.
Una ricerca pubblicata su Nature nel 2025 stima che i pozzi di assorbimento terrestri e oceanici siano rispettivamente il 25% e il 7% più piccoli di quanto sarebbero stati senza gli effetti del cambiamento climatico tra il 2015 e il 2024.
Significa che la natura ci sta aiutando sempre meno a smaltire la CO2 in eccesso.
Il primo tipping point è già stato attraversato
È questa, forse, la notizia scientifica più pesante degli ultimi mesi.
Alla vigilia di COP30 è uscito il Global Tipping Points Report 2025, scritto da 160 autori provenienti da 23 Paesi e 87 istituzioni.
Conclusione:
l’umanità è sull’orlo di superare soglie climatiche irreversibili, con le barriere coralline già al loro punto di non ritorno e parti delle calotte polari possibilmente oltre il recupero.
Le barriere coralline tropicali stanno subendo una mortalità record per effetto degli sbiancamenti ripetuti: il riscaldamento di circa 1,4°C ha già superato il loro tipping point termico stimato a 1,2°C, e anche stabilizzando le temperature a 1,5°C continuerebbero a collassare.
Dal 2023 i reef stanno vivendo il peggior evento di sbiancamento di massa mai registrato, con oltre l‘80% degli ecosistemi colpiti.
AMOC, Amazzonia, Groenlandia: il rischio a cascata
Il rapporto identifica altri sistemi vicini alla soglia critica.
L’Amazzonia rischia una trasformazione su larga scala in savana tra 1,5 e 2°C di riscaldamento, mentre l’AMOC — la circolazione atlantica che include la Corrente del Golfo — potrebbe fallire sotto i 2°C di riscaldamento globale.
Un collasso dell’AMOC avrebbe conseguenze planetarie:
spingerebbe alcune parti del mondo in un gelo profondo, surriscaldandone altre, sconvolgendo le stagioni monsoniche e innalzando i livelli del mare.
Non tutti gli scienziati però concordano sull’imminenza.
Uno studio pubblicato su Nature nel 2025, che ha analizzato 34 modelli climatici, ha trovato un collasso dell’AMOC «improbabile» entro fine secolo, sostenuto dall’upwelling dell’Oceano Meridionale.
È il tipo di controversia scientifica che andrebbe presentata onestamente: il dibattito sull’AMOC è aperto e va seguito senza catastrofismi ma anche senza sottovalutazioni.
Il prezzo economico, ovvero quanto costa già il clima
C’è poi il fronte dei conti. Munich Re, uno dei più grandi riassicuratori del mondo, ha calcolato per il 2025 cifre da brividi:
danni complessivi per circa 224 miliardi di dollari, di cui 108 miliardi coperti dalle assicurazioni; il 2025 si aggiunge a una lista crescente di anni con perdite assicurate superiori ai 100 miliardi, mentre i disastri meteo hanno rappresentato il 92% delle perdite totali e il 97% di quelle assicurate.
Aon stima che il 2025 sia stato il terzo anno più caldo della storia, con il caldo estremo che ha causato almeno 25.000 vittime globali e impatti economici importanti.
Il dato umano è quello che spesso si perde nei conteggi finanziari, ma definisce il vero costo del problema.
Una ricerca di Zurich Insurance ha rilevato che, su base inflation-adjusted, le perdite assicurate sono cresciute del 5,9% l’anno tra 1994 e 2023, mentre il PIL globale è cresciuto del 2,7% all’anno nello stesso periodo: le perdite sono più che raddoppiate rispetto alla crescita economica.
È un trend che il mercato non riesce più ad assorbire senza riprezzare drasticamente i premi, espellendo dal sistema chi vive nelle aree più a rischio.
Cosa ha (e cosa non ha) prodotto COP30
Novembre 2025, Belém, ai margini dell’Amazzonia.
195 Parti hanno adottato il Belém Package, comprendente 29 decisioni approvate per consenso, fra cui un meccanismo per la giusta transizione.
Sul tavolo c’erano le grandi questioni aperte: finanza, transizione fuori dai combustibili fossili, adattamento.
Il summit ha concordato un pacchetto per scalare la finanza climatica e accelerare l’attuazione dell’Accordo di Parigi, ma senza un chiaro impegno ad abbandonare i combustibili fossili.
Le divisioni profonde su finanza, misure commerciali, percorsi di mitigazione hanno bloccato i progressi fino all’ultimo, lasciando insoddisfatti più di 80 Paesi che premevano per una roadmap di uscita dai combustibili fossili.
Non tutto è fallimento.
Il capo del clima ONU Simon Stiell ha parlato di nuove strategie per accelerare l’attuazione di Parigi, un impulso a triplicare la finanza per l’adattamento e impegni verso una transizione energetica giusta.
Sulla finanza per l’adattamento i Paesi hanno indicato di triplicare i fondi entro il 2035: non è un impegno vincolante, ma è un segnale politico importante.
Il decennio della verità è già iniziato
L’IPCC, intanto, prepara la sua settima valutazione (AR7) ma il calendario non è amico del clima.
Il rapporto di sintesi dell’AR7 sarà prodotto dopo il completamento dei rapporti dei tre gruppi di lavoro e rilasciato entro fine 2029.
Significa che la prossima grande sintesi scientifica arriverà quando il budget per 1,5°C sarà già esaurito.
Nel frattempo i dati parlano chiaro su quanto stia cambiando il volto del pianeta.
A aprile 2026 l’estensione globale del ghiaccio marino è stata la quinta più piccola in 48 anni di osservazioni, con l’Artico al secondo posto storico per scarsità di ghiaccio.
Tra gennaio e aprile 2026 oltre 150 milioni di ettari sono andati in fumo a livello globale — il 22% in più del precedente record del 2020 e circa il doppio della media recente.
La traiettoria attuale non è compatibile con la stabilità climatica che abbiamo conosciuto negli ultimi 10.000 anni. La buona notizia è che la velocità di adozione delle tecnologie pulite continua ad accelerare.
Negli ultimi due anni c’è stata un’accelerazione radicale nell’adozione di tecnologie pulite, in particolare solare fotovoltaico e veicoli elettrici.
Sono i cosiddetti tipping point positivi, di cui si parla troppo poco rispetto a quelli catastrofici.
Le scelte che faremo nei prossimi mille giorni
Quattro anni di emissioni al ritmo attuale ed il budget per 1,5°C sarà esaurito. È la finestra temporale dentro cui giocheremo la partita climatica del secolo: non un orizzonte vago al 2050, ma una manciata di anni misurabili. Le politiche industriali europee, le NDC aggiornate alla vigilia di COP30, le scelte fiscali sui combustibili fossili decideranno quanto rapidamente la curva delle emissioni potrà piegarsi.
Il Global Tipping Points Report indica una direzione netta: ridurre il superamento dei 1,5°C, rafforzare gli ecosistemi attraverso meno deforestazione e meno pressione locale, accelerare i tipping point positivi nei settori energia e trasporti. Sono tre leve concrete, di cui due dipendono direttamente da governi e imprese. La terza dipende, in larga misura, dalle scelte di consumo quotidiane di chi legge.
Domande frequenti
Quanto è caldo davvero il pianeta nel 2026?
Secondo NASA, 2025 è stato il terzo anno più caldo dal 1880, con temperature di 1,19°C sopra la media 1951-1980. Il 2024 detiene il record assoluto ed è stato il primo anno a superare 1,5°C rispetto al pre-industriale. La Met Office britannica stima che il 2026 sarà il quarto anno consecutivo sopra 1,4°C, intorno a 1,46°C. La presenza di La Niña sta solo leggermente raffreddando il sistema, senza invertire la tendenza di fondo.
Cosa sono i tipping point climatici e quanti ne abbiamo superati?
Sono soglie critiche oltre le quali un sistema naturale subisce trasformazioni auto-rinforzanti e spesso irreversibili. Il Global Tipping Points Report 2025, frutto del lavoro di 160 scienziati di 23 Paesi, indica che il primo tipping point è stato già attraversato: la mortalità di massa delle barriere coralline tropicali, il cui punto critico era stimato a 1,2°C mentre il pianeta è già a circa 1,4°C. Restano vicini all'attivazione l'Amazzonia, l'AMOC atlantico e parti delle calotte polari.
Perché si dice che 1,5°C non è più raggiungibile?
Il Global Carbon Budget 2025 stima che il budget residuo di CO2 per restare entro 1,5°C sia di 170 miliardi di tonnellate, equivalenti a soli quattro anni di emissioni al ritmo attuale di 38,1 miliardi di tonnellate annue. Il lead author Pierre Friedlingstein dell'Università di Exeter ha dichiarato che mantenere il riscaldamento sotto 1,5°C non è più plausibile. Per le politiche climatiche questo significa concentrare gli sforzi sul minimizzare l'overshoot, ossia il tempo e l'entità del superamento della soglia.
Quanto costano davvero gli eventi meteo estremi?
Munich Re ha stimato per il 2025 perdite globali da disastri naturali per 224 miliardi di dollari, di cui 108 coperti dalle assicurazioni. Il 92% delle perdite era legato al meteo. Aon ha contato almeno 25.000 morti per caldo estremo nel 2025. Una ricerca di Zurich Insurance mostra che le perdite assicurate sono cresciute del 5,9% all'anno tra 1994 e 2023, più del doppio della crescita del PIL globale. Allianz parla apertamente di rischio uninsurabilità per intere aree.
Cosa ha deciso COP30 a Belém sui combustibili fossili?
Il vertice ha approvato il Belém Package con 29 decisioni adottate da 195 Paesi, ma il testo finale non contiene una roadmap esplicita per l'uscita dai combustibili fossili, nonostante oltre 80 Paesi la sostenessero. La presidenza brasiliana ha lanciato due roadmap volontarie fuori dal processo formale: una sulla transizione dai fossili e una sulle foreste. Sull'adattamento, è stato indicato l'obiettivo di triplicare i finanziamenti entro il 2035, segnale politico ma non vincolante.
Le fonti
- Munich Re — Natural disasters, 2025 — link allo studio
- COP30 Belém Political Package, 2025 — link allo studio
- Global Carbon Budget, 2025 — link allo studio
- Global Tipping Points Report, 2025 — link allo studio




