È assurdo pensare che l’amministrazione di Trump abbia deciso di tirarsi indietro dagli accordi di Parigi nonostante le continue conferme relative alla responsabilità umana del cambiamento climatico. E forse fino all’anno scorso Trump poteva trovare una fetta di pubblico disposto ad ascoltarlo quando parlava delle bufale cinesi e delle lobby ambientaliste, ma adesso sono le sue stesse agenzie governative a pubblicare degli studi inconfutabili sui danni del cambiamento climatico. E alla Casa Bianca non resta che approvare tali pubblicazioni. Insomma, pur essendosi sottratto dagli impegni presi dal suo Paese alla Cop 21, di fatto Trump ha dovuto acconsentire alla pubblicazione di nuovi studi che provano per l’ennesima volta il progressivo peggiorare della situazione ambientale, i legami innegabili tra questo processo e l’inquinamento di origine antropica e infine l’aumentare dei danni del cambiamento climatico.

Gli studi governativi statunitensi che contraddicono Trump

Questa volta è stato il turno del secondo volume del National Climate Assessment, una bozza che è stata resa pubblica la settimana scorsa e che si concentra sugli attuali danni del cambiamento climatico e su quelli futuri. E di certo questa bozza, che è stata resa pubblica insieme alla forma finale del famoso report sul climate change elaborato dalle 13 agenzie federali, è un ulteriore colpo contro le insensate politiche ambientali dell’amministrazione di Trump. A confermare l’affidabilità del National Climate Assessment Vol II c’è la puntuale revisione effettuata dal collettivo scientifico National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine.

danni del cambiamento climatico

Un dato su tutti: l’aumento delle inondazioni

A sottolineare la rilevanza di questo particolare studio sui danni del cambiamento climatico vi è il fatto che arriva tre anni dopo un parallelo report pubblicato dalla medesima agenzia, così da poter presentare in modo dettagliato il variare degli impatti climatici tra il 2014 e il 2017. Drammaticamente, quelle che fino a tre anni fa erano solo delle previsioni, oggi si sono già trasformate in buona parte in realtà. Prendiamo per esempio le inondazioni. Nel 2014 era stato preannunciato che le città costiere avrebbero presto conosciuto i danni del cambiamento climatico e dell’aumento dei livelli dei mari. Ebbene, ad oggi questa non è più solo una minaccia teorica, in quanto gli scienziati hanno registrato un concreto aumento delle inondazioni. Un esempio su tutti? Nel 2014 quasi la metà degli abitanti di Hampton Roads, una regione circondata dalle acque in Virginia, ha avuto problemi negli spostamenti proprio a causa di inondazioni dovute a onde particolarmente alte. Ma a livello degli oceani non è stata notata solamente una maggiore tendenza alle inondazioni, no: tra i danni del cambiamento climatico riportati dallo studio c’è anche il surriscaldamento delle acque, le quali hanno già causato grossi problemi all’industria ittica. Nel 2012, per esempio, le temperature altissime dell’oceano hanno anticipato di un mese il picco della stagione delle aragoste del Maine, cogliendo tra l’altro del tutto impreparata la catena di distribuzione.

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Non solo anidride carbonica

Diversamente da quanto succede in altri studi relativi ai danni del cambiamento climatico, l’indagine del National Climate Assessment non si concentra solo ed unicamente sull’impatto dei gas serra, andando invece a sottolineare il problema causato dall’inquinamento da ozono e dal fumo. Di solito gli studi scientifici si concentrano infatti per lo più sull’impatto dell’anidride carbonica, mentre qui si evidenzia come il cambiamento climatico, con l’aumento delle temperature, possa incrementare anche i livelli di ozono. Il prolungarsi della stagione secca, invece, sta provocando un parallelo dilatarsi della stagione degli incendi forestali, con enormi emissioni di fumo che possono avere degli effetti deleteri per la nostra salute.

È necessario prepararsi ad affrontare i danni del cambiamento climatico

Di fronte ai crescenti danni conseguenti al cambiamento climatico, sono due i comportamenti da mettere in campo. Da un parte è ovviamente necessario ridurre il più possibile le emissioni nocive e tagliare l’inquinamento, a partire dai trasporti e dai settori produttivi. Dall’altra parte, invece, bisogna essere realisti, e prepararsi agli ormai inevitabili cambiamenti climatici. Non sono però molte le comunità che si stanno muovendo in questo senso. Certo, il report del National Climate Assessment riporta un leggero aumento delle città statunitensi che stanno facendo qualcosa per premunirsi di fronte al climate change, ma di fatto – eccezion fatta per alcune città della Louisiana e dell’Alaska – sono davvero poche le comunità costiere che si stanno davvero organizzando per affrontare al meglio i danni del cambiamento climatico e l’innalzamento del livello degli oceani. Ma prepararsi al climate change è una questione che va ben oltre i confini delle singole città: il cambiamento climatico porterà enormi cambiamenti anche negli equilibri internazionali, e anche per questo è necessario pensare a tutti gli impatti che questa drammatica situazione avrà a breve e a lungo termine sulla disponibilità di acqua potabile, sulla produzione di energia elettrica, sulla produzione di cibo e via dicendo.

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