Alimentazione e ambiente sono termini che entrano in gioco spesso quando parliamo di sostenibilità. Produrre cibo presenta, infatti, costi notevoli e non solo dal punto di vista economico. Gli sprechi idrici legati alla produzione agricola e all’allevamento sono ingenti. I terreni adibiti a tali pratiche, poi, vengono indeboliti da un utilizzo intensivo e massacrante che non permette loro di rigenerarsi. Ma non è tutto. Dobbiamo considerare, infatti, anche le emissioni inquinanti prodotte dal bestiame e dai pesticidi chimici. Le conseguenze per l’ambiente sono già evidenti ma la tendenza per il futuro non sembra lasciare spazio all’ottimismo. Vale lo stesso per l’uomo che deve affrontare una grave crisi di risorse, spinto ad alimentarsi con frequenza di cibi scadenti e spesso pieni di sostanze nocive. La strada verso un’alimentazione sostenibile passa attraverso lo sviluppo di tecnologie innovative per l’agricoltura e la scelta di colture alternative. Ma non si può prescindere da un cambiamento culturale che porti ad una maggiore consapevolezza di come viene prodotto ciò che stiamo mangiando.

Mangiare meno carne non è la risposta

L’invito a mangiare meno carne è un mantra che si ripete ormai da anni quale soluzione definitiva al problema alimentare. Purtroppo, però si tratta di una visione solo parziale della situazione, un punto di vista che non tiene in considerazione tutti gli elementi in gioco. Ariel Greenwood, è un’allevatrice americana che sostiene fermamente questa posizione, praticando l’allevamento in modo sostenibile. Considera alimentazione e ambiente come elementi connessi e strettamente dipendenti l’uno dall’altro. E così, a chi vede nel mangiare meno carne l’unica strada possibile, contrappone pratiche ecologiche che, oltre a non danneggiare il pianeta, offrano anche benefici per l’ambiente.

 

Un progetto che lega alimentazione e ambiente

Il lavoro svolto da Ariel Greenwood nella propria fattoria si svolge così. Il primo passo è una ricognizione attenta dei terreni scelti per l’allevamento, in modo da capirne la composizione ed intercettare le risorse idriche presenti. Si scelgono, poi, alberi e piante adatti a quel tipo di suolo e si coltivano senza usare pesticidi chimici. Una volta creato l’habitat giusto, vi viene introdotto il bestiame, spostandolo con frequenza da un luogo all’altro per incoraggiare una rotazione delle risorse consumate. Ci sono aree che restano inutilizzate anche per anni così da favorire la crescita della vegetazione che fungerà da nutrimento per gli animali. I risultati di una pratica così attenta sono sotto gli occhi di tutti. Il bestiame cresce sano e forte ma senza bisogno di antibiotici e mangimi particolari. Carne e latte sono di qualità superiore e l’ambiente ne trae beneficio.

Superare la barriera del cibo spazzatura

L’Italia è un paese in cui la cultura alimentare è forte e radicata. Inoltre, la posizione geografica ci rende particolarmente fortunati per quel che riguarda l’approvvigionamento di materie prime di qualità. Ma non è così ovunque. Negli Stati Uniti, ad esempio, la situazione è completamente diversa ed il cibo spazzatura occupa una larga fetta dei consumi alimentari quotidiani. I vantaggi del junk food sono evidenti: costa pochissimo e si trova ovunque. E non è un caso che la maggior parte degli obesi a livello globale si trovi proprio nei paesi più poveri. Ma stiamo parlando veramente di vantaggi? Tale tipo di alimentazione, infatti, è decisamente dannosa per l’uomo, soprattutto se ripetuta con frequenza. Negli Stati Uniti, in particolare, il trend non sembra evolvere per il meglio ed avere un presidente che dichiara di adorare il cibo spazzatura non può che peggiorare le cose. Carne e prodotti agricoli maggiormente diffusi sono di qualità scadente e le istituzioni non considerano un problema questa situazione largamente radicata nel tessuto culturale.

 

Tasse sul junk food: una questione spinosa

Full Frame Shot Of Multi Colored Gummi Bear Candies

Per far sì che alimentazione e ambiente vadano di pari passo all’insegna della sostenibilità, si inizia a parlare anche negli Stati Uniti di tasse sui cibi spazzatura, con particolare riferimento alle diffusissime bibite a base di zucchero. Di recente, è apparso sulla rivista dell’American Public Health Association, uno studio che va ad analizzare la fattibilità di una tassazione del genere. Si parla di colpire maggiormente quei cibi non essenziali in modo analogo a come vengono tassati alcol e tabacco. Caramelle, dolciumi vari, bibite gassate e patate fritte: questi gli alimenti al centro della ricerca. Ma un progetto del genere sembra difficile da realizzare in un paese in cui le lobby del cibo spazzatura sono fortissime e tali prodotti sono così di largo consumo. Altrove, però, si procede speditamente in direzione opposta, colpendo con forza questo mercato alimentare. È il caso del Messico in cui già ora le bevande zuccherate vengono pesantemente tassate. Ancora più stringenti sono le regole in Ungheria, paese in cui, dal 2011, vengono colpiti tutti gli alimenti il cui contenuto di zuccheri superi una certa soglia.

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