Una muraglia di alberi lunga quasi ottomila chilometri e larga quindici che attraversa in largo il continente africano, dal Senegal  fino all’Oceano Indiano, per fermare la desertificazione. È l’ambizioso progetto chiamato The Great Green Wall (la Grande Muraglia Verde) proposto nel 2005 dall’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo. Undici i Paesi africani coinvolti: Senegal, Gibuti, Eritrea, Etiopia, Sudan, Ciad, Niger, Nigeria, Mali, Burkina Faso e Mauritania.

Tre miliardi di dollari per realizzare la Grande Muraglia Verde

Il progetto è stato lanciato nel 2007 dall’Unione Africana, sostenuto fin da subito dall’Onu e finanziato dalla Banca Mondiale e da altre organizzazioni locali e internazionali, per un totale di circa tre miliardi di dollari.  I lavori sono iniziati nel 2008 e il Senegal, secondo il New York Times, è diventato uno dei Paesi leader del progetto, avendo piantato una quantità notevole di alberi lungo una striscia di più di 530 chilometri, a nord del Paese, per un costo di 6 milioni di dollari.

Cambiamenti climatici tra le cause della desertificazione

Entro il 2025, secondo l’Onu, due terzi delle terre coltivabili africane potrebbero andare incontro ad un processo di desertificazione. Ciò comprometterebbe gravemente la vita delle popolazioni che vivono lungo la prima fascia di terre subsahariane, la regione del Sahel, che stanno già sperimentando le prime conseguenze dell’avanzamento del deserto a sud dell’Africa. Attualmente il Sahara è il secondo più grande deserto subtropicale al mondo, con un’estensione di circa nove milioni di chilometri quadrati in cui vivono 232 milioni di persone. Tra i fattori ambientali che incidono pesantemente sull’avanzata della desertificazione un ruolo importante è giocato dai mutamenti climatici e geologici, come il riscaldamento globale, la siccità prolungata e i fenomeni di erosione del terreno.

E’ anche un’opportunità economica

La Grande Muraglia Verde non è solo un progetto ambientalista. È anche una grande opportunità di sostegno per le economie degli stati coinvolti e per le comunità locali interessate che versano in condizioni di estrema povertà. Il geografo Gray Tappan dell’USGS (l’agenzia di geologia statunitense) che ha lavorato 30 anni in questi territori, spiega però al Guardian che progetti come quello della Grande Muraglia Verde in Africa non sono di facile attuazione. Da un lato perché far crescere piante non native in zone desertiche non è semplice, dall’altro perché bisogna tener conto della resistenza delle popolazioni locali che continuano a far pascolare il bestiame laddove stanno crescendo i nuovi alberi. Senza contare poi l’instabilità politica di questi Paesi, come ad esempio il Mali, che potrebbe compromettere la riuscita del progetto stesso.

FAO: bisogna riqualificare 10 milioni di ettari all’anno

Durante l’ultima conferenza delle nazioni unite sul clima (Cop22) tenutasi a Marrakech lo scorso novembre, la FAO ha presentato una mappa delle zone di intervento lungo la Grande Muraglia Verde, basata sulla raccolta e l’analisi dei dati sull’uso del suolo nelle zone aride dell’Africa. Questa mappa servirà per pianificare gli interventi di resilienza ai cambiamenti climatici.
Un altro studio della FAO, calcola che per arrestare il degrado del suolo è necessario riqualificare 10 milioni di ettari all’anno. Un risultato del genere costituirebbe un supporto fondamentale per il raggiungimento di alcuni degli obiettivi fissati dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Dubbi sui presupposti della Grande Muraglia Verde

C’è invece chi rimane scettico sui supposti scientifici che stanno dietro a questo colossale progetto. Peter Fabricius, consulente dell’Institute of Security Studies, in un suo recente articolo mette in discussione, insieme ad altri studiosi di desertificazione, il presupposto stesso che il deserto sia necessariamente un male, invece che un “ecosistema vitale e prezioso”. In secondo luogo non attribuisce la desertificazione della regione del Sahel all’avanzamento della sabbia del Sahara, piuttosto all’eccessivo sfruttamento del suolo da parte della popolazione, alle scarse precipitazioni e a pratiche agricole sbagliate. In terzo luogo la muraglia passerebbe da regioni poco o per nulla abitate invece che da regioni in cui sono già presenti stanziamenti agricoli o allevamenti.

Sarebbe dunque necessario – conclude Fabricius – coinvolgere quelle popolazioni stanziate in aree sparse soggette a desertificazione più che installare un continuum ininterrotto di vegetazione forzata.

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