Noi italiani tendiamo a dimenticarcelo, ma nel nostro Paese l’energia nucleare è stata sfruttata per quasi trent’anni, dal 1963 al 1990, producendo ovviamente una mole notevole di rifiuti nucleari. Non si può del resto pretendere che quelle quattro centrali non lasciassero dietro di sé una traccia: spegnere i reattori, infatti, non è stato sufficiente per eliminare il problema dei rifiuti nucleari. I rifiuti radioattivi derivanti dalle centrali dismesse sono moltissimi, e per questo l’Italia si è impegnata a costruire un deposito Nazionale capace di raccogliere 90 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, dei quali 75 mila saranno rifiuti a bassa e media attività, mentre 15.000 metri cubi saranno ad alta attività. Ma parliamoci chiaro, in Italia si producono ogni giorno rifiuti radioattivi: dalla medicina nucleare alle teste dei parafulmini, dalle tute dei tecnici ospedalieri ad alcuni tipi di rilevatori di fumo… insomma, la montagna radioattiva aumenta di giorno in giorno.

I criteri per la localizzazione del deposito

Insomma, il problema dei rifiuti nucleari, in Italia, non è di certo piccolo. Tre anni fa, su queste pagine, scrivevamo che «l’annosa questione sembra però arrivata ad una sistemazione concreta», riportando il fatto che l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale aveva pubblicato la Guida Tecnica sui ‘Criteri per la localizzazione di un impianto di smaltimento superficiale di rifiuti radioattivi di bassa e media intensità‘. Come si dice in questi casi, era – ed è – l’Europa a domandarcelo: dovevano e dobbiamo costruire un deposito nazionale per i rifiuti nucleari ma, al nostro solito, siamo in ritardo, nonostante quel piccolo passettino dell’Ispra nel 2014.

rifiuti nucleariUna procedura d’infrazione in vista

Il deposito nazionale per i rifiuti nucleari deve essere pienamente operativo entro il 2024. Ad oggi, però, non solo non sono stati cominciati i lavori di costruzione né quelli di progettazione, ma manca anche il programma nazionale per la gestione delle scorie, e manca ancora la Carta Nazionale delle aree che potrebbero risultare idonee per la costruzione del deposito stesso. Insomma, non solo non abbiamo iniziato a progettare il deposito nazionale, non sappiamo nemmeno dove farlo. Da una parte, dunque, sembra tutt’oggi lontano il giorno in cui l’Italia potrà finalmente contare su un deposito sicuro per le scorie nucleari. Dall’altra, quella che si profila è l’ennesima procedura d’infrazione a nostri danni da parte dell’Unione Europea: come ricordato dal Consiglio europeo, infatti, il ritardo è già palese. Entro il 23 agosto del 2015 – proprio così, due anni fa – l’Italia doveva presentare alla Commissione europea il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi, documento che non è ha ancora visto la luce. Da qui, dunque, il richiamo formale da parte dei vertici dell’Unione, che hanno dato al nostro Paese 60 giorni di tempo per mettersi in regola. In caso contrario, la questione passerà alla Corte di giustizia dell’Unione Europea. Sarà possibile per l’Italia recuperare entro la metà di settembre un ritardo di anni?

Al via la valutazione ambientale strategica

Il governo italiano, da parte sua, sta cercando di correre ai ripari, anche se va detto che i tempi sembrano davvero troppo stretti, soprattutto se si pensa che c’è di mezzo il periodo delle vacanze per eccellenza, ovvero agosto. È in ogni modo stata avviata la fase di consultazione pubblica per la Valutazione ambientale strategica (Vas), durante la quale, stando alle direttive europee, i cittadini potranno dire la propria sul programma nazionale per la costruzione e gestione del deposito per i rifiuti nucleari. Associazioni, imprese e singoli cittadini, tutti quanti potranno semplicemente dire la propria per rendere migliore il programma nazionale: il compito della commissione Via-Vas del ministero dell’Ambiente è infatti quello di recepire ogni forma di parere espresso dai cittadini.

A seguito della pubblicazione della Guida Tecnica n. 29 dell’ISPRA, il 2 gennaio 2015 Sogin, la società la società di Stato responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi,  ha consegnato la proposta di CNAPI, Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico, comprensiva del progetto preliminare del Deposito.

rifiuti nucleariI rifiuti nucleari, oggi

Ad oggi i rifiuti nucleari sono vicini a tutti noi. Fatta eccezione per gli abitanti della Sardegna, non c’è infatti città o paesino italiano che non abbia almeno un deposito di scorie nucleari a meno di un centinaio di chilometri di distanza. Certo, ci sono poi luoghi particolarmente sfortunati in cui la concentrazione è altissima: si pensi a Vercelli, circondata com’è da ben sei depositi nucleari. Quello che ci vuole, come comanda giustamente l’Europa, è invece un deposito nazionale protetto e blindato, diverso da quei magazzini talvolta fatiscenti dei quali ci serviamo oggi. Tutto questo andava dunque pianificato e realizzato per tempo, e non ora di fretta per le – peraltro sacrosante – minacce UE. Come ha però spiegato Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, «fatto salvo tutto questo, però, ora ci auguriamo che, una volta definito il programma, si vada avanti in maniera molto diversa rispetto a quanto fatto con il deposito che è, a nostro avviso, una struttura necessaria».

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