Oggi più del 54% della popolazione mondiale vive in città, consumando il 65% dell’energia globale e producendo il 70% delle emissioni di CO2. E il trend è destinato a continuare a crescere. Entro la fine del 2016 altri 70 milioni di abitanti dovrebbero spostarsi nei grandi centri urbani, mentre al 2030 le megalopoli passeranno dalle attuali 28 a 41, con 10 milioni di abitanti ciascuna. Fino ad arrivare al 2050 quando si prevede che la popolazione urbana mondiale crescerà di altri 2,6 miliardi, portando il numero totale di abitanti delle città a 6,3 miliardi. Con conseguenze catastrofiche da un punto di vista ambientale: si genereranno oltre 2 mld di tonnellate di rifiuti e l’inquinamento dell’aria, secondo gli ultimi dati Ocse, ucciderà 3,6 milioni di persone all’anno in tutto il mondo.

D’altra parte, i dati allarmanti pubblicati di recente dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), secondo cui nel 2015 la concentrazione media di CO2 nell’atmosfera ha raggiunto il traguardo di 400 parti per milione (ppm) e nel 2016 si prepara a registrare nuovi record, parlano chiaro. E ribadiscono una volta per tutte che bisogna intervenire per contrastare i cambiamenti climatici.

Habitat, l’Onu per un’urbanizzazione sostenibile

Se non è possibile frenare l’urbanizzazione si possono trovare delle soluzioni per trasformare il dinamismo urbano in motore di sviluppo sostenibile. È ciò che cerca di fare Habitat, programma lanciato nel 1976 dalle Nazioni Unite per migliorare la qualità della vita e l’impronta ecologica degli insediamenti umani. La prima conferenza di Vancouver ha tracciato il primo indirizzo di alcune strategie sui temi urbani e ha istituito il Centro delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani, con sede a Nairobi. La seconda conferenza del 1996 tenutasi a Istanbul ha prodotto la prima agenda urbana, che sembrava basarsi su un’evidenza: l’urbanizzazione va frenata.

Nuova Agenda Urbana: l’impegno per affrontare i cambiamenti

A distanza di 10 anni questo convincimento evidentemente è crollato, perché il futuro è e sarà sempre più nelle metropoli, quindi non è possibile contrastare lo sviluppo urbano ma sono necessarie strategie per guidarlo con principi di sostenibilità e di basso impatto ambientale. Ed è proprio questa la prospettiva adottata da 167 Paesi nel mondo, i cui rappresentanti, riunitisi lo scorso 17-20 Ottobre a Quito, in Ecuador, hanno firmato la Nuova Agenda Urbana, che mette nero su bianco una serie di azioni per ripensare la pianificazione e gestione delle città e che delinea le strategie globali di urbanizzazione per i prossimi vent’anni. Frutto di mesi di negoziati, il documento frutto della conferenza Habitat III non è – questo va sottolineato – vincolante, ma è una sorta di accordo su una visione condivisa sul come affrontare le problematiche legate allo sviluppo urbano e su alcuni standard ambientali, economici e sociali da rispettare.

Serve una nuova pianificazione urbana

L’agenda è ‘snella’, 23 pagine scarse, ma i punti sono molti (175) e soprattutto strutturati in tre parti ben definite:

  • sviluppo urbano sostenibile
  • strumenti per una efficace realizzazione
  • modalità per il monitoraggio e la revisione del piano d’azione.

L’obiettivo generale che si vuole raggiungere e da cui si parte sembra essere quello, ripetuto più volte, di ‘diritto alla città’, che vuol dire garantire dei requisiti accettabili in termini di equità, accessibilità, sicurezza, salubrità, resilienza e sostenibilità. 
Per raggiungerli si dovrebbe agire su più fronti. L’agenda insiste su una migliore governance, sull’impegno civico e sulla partecipazione così come su “maggiori investimenti in energie rinnovabili, mobilità sostenibile, infrastrutture di qualità e accessibilità”. Da un punto di vista politico si evidenzia la necessità di una integrazione ‘verticale’ dei governi nazionali, regionali e locali, con leggi che favoriscano forme di decentramento e di rafforzamento dei poteri locali. Ma il ‘cuore’ dell’agenda risiede nella pianificazione urbana, ritenuto lo strumento più importante per proteggere il territorio e per guidare l’urbanizzazione in un’ottica di maggiore attenzione alla sostenibilità.

Irena: incentivare le energie rinnovabili

Sempre nell’ambito di Habitat III anche IRENA, l’agenzia internazionale delle energie rinnovabili, ha detto la sua. Nel corso della conferenza ‘RE-energising Cities: Renewable Energy in Urban Settings Irena ha presentato la sua proposta per calmierare gli effetti devastanti dell’urbanizzazione e per guidare il mondo verso uno sviluppo sostenibile partendo dalle energie rinnovabili.

La ‘ricetta’ è sfrutto di un’analisi svolta su 3.649 città di tutto il mondo, il cui potenziale, in termini soprattutto di consumi energetici, è stato stimato fino al 2030. Sono tre le aree identificate da Irena su cui è necessario intervenire in modo prioritario:

  • Energia rinnovabile negli edifici, con una spinta decisa verso una progettazione e realizzazione di strutture dotate di un’impiantistica che sfrutti energia pulita
  • Mobilità sostenibile, con incentivi forti allo sviluppo e all’utilizzo di mezzi di trasporto, privati e pubblici, elettrici e a biocarburanti
  • Integrazione dei sistemi energetici urbani, vista come l’unica strada per poter effettivamente rendere le rinnovabili la principale fonte energetica delle città
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